Cioran e la morte dell’utopia

Quand’è che la gente si agita? Quando crede nell’ avvenire: è questa l’utopia. Ma quando si dubita dell’avvenire, quando la gente non trova risposta ai propri interrogativi, allora l’utopia è praticamente impossibile.

Cioran, in questa intervista comparsa nel 1988 ne “La Repubblica”, rilasciata a Benedetta Craveri, non parla in realtà soltanto del tema dell’utopia.
Ci sono riflessioni sul suo essere scrittore ormai famoso (“Non è tanto l’ aspetto filosofico dei miei libri che piace ai giovani, quanto piuttosto il mio cinismo”) e sulla scrittura in generale.
C’è anche una difesa a Eliade, dopo le critiche per i suoi rapporti con la Guardia di Ferro:
“se esisteva al mondo una persona apolitica, che non si interessava, non capiva niente di politica, che non leggeva nemmeno i giornali, questi era Eliade”.

Anche lui successivamente sarà travolto dalle stesse accuse del suo amico rumeno, in particolare dopo il libro di Laignel-Lavastine (in Italia pubblicato dalla Utet nel 2008 con il titolo “Cioran, Eliade e Ionesco. Il fascismo rimosso”).
Forse la frase “trovo tutte queste polemiche piuttosto ridicole e assurde” è anche un’autodifesa di un pensatore che può a ragion veduta affermare:
“Viviamo in un’ epoca in cui il disinganno è generale. In questo, i miei libri erano in anticipo di vent’anni.” Leggi il resto dell’articolo

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