Cioran – Da razzista fanatico a pessimista scettico

cioran-trasfiguration-roumanieDopo la pubblicazione della Transfiguration de la Romanie  (pubblicata originariamente in rumeno nel 1936 ma epurata dalle parti più controverse – ancora da tradurre in Italia) e di alcuni scritti inediti nei Cahiers dell’editore L’Herne nel 2009, l’opinione e l’immagine di Emil Cioran nel mondo cambiò radicalmente.
Alcuni passaggi hanno letteralmente scioccato molti lettori ed intellettuali, affascinati dallo stile cristallino dello scrittore- filosofo franco-romeno. Perfino lo stesso editore, nel presentare il libro, fu costretto a prendere le distanze da alcune affermazioni definite, senza mezzi termini, xenofobe e antisemite.
In una lettera al fratello Aurel nel 1973, Cioran scrisse:
«L’ epoca in cui ho scritto Trasfigurazione della Romania è per me incredibilmente lontana. A volte mi domando se sia stato proprio io a scriverlo. In ogni caso, avrei fatto meglio ad andare a spasso nel parco di Sibiu… L’ entusiasmo è una forma di delirio.»
L’antisemitismo che compare in questi scritti rumeni scompare del resto totalmente e perfino si ribalta nel libro De la France (anche questo non ancora tradotto in italiano).
Di seguito, potete trovare un breve articolo del Corriere della Sera del 2009 che percorre questa “parabola” di un pensatore inquieto che – detto per inciso ma non secondariamente –  non può essere pienamente compresa senza una minima conoscenza del contesto storico della Romania degli anni ’30-’40.

http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/30/razzista_fanatico_pessimista_scettico_co_9_090630041.shtml

LA METAMORFOSI

Da razzista fanatico a pessimista scettico

Il ritratto maledetto di Emil Cioran, filonazista e antisemita, è di fronte a noi.

D’ora in poi, nemmeno i suoi più appassionati sostenitori potranno fingere di ignorarlo.

Antidemocratico, disposto a sacrificare la vita di «qualche imbecille» sull’altare della rivoluzione con la svastica, pronto a inchinarsi al culto del Führer, nemico dell’ umanitarismo («un’ illusione») e del pacifismo («una semplice masturbazione politica»), impaziente di «versare il sangue delle bestie»: tutto questo è parte della sua biografia personale.
Emerge dal libro di inediti pubblicato in Francia dai Cahiers de l’ Herne.
Come se il mostruoso ritratto in soffitta conservato da Dorian Gray, nel racconto di Oscar Wilde, valesse anche per l’ autore de Il funesto demiurgo.
Con un’avvertenza: quel Cioran, che all’ascesa del potere di Hitler aveva 23 anni, sparì, insieme ai fumi della giovinezza, nel 1941.
Fu sostituito, dopo il trasferimento a Parigi, dal Cioran autore del saggio De la France – anch’esso sinora inedito e appena pubblicato da L’ Herne – in cui l’ ebreo prima odiato si trasformò d’ improvviso in un «fratello nel dolore».
Sicché le pagine dei Cioran uno e due – il filonazista fanatico e il democratico scettico – testimoniano il dramma della resipiscenza e pongono la domanda: perché una metamorfosi così radicale?
L’ipotesi più affascinante si ritrova nella prefazione di Alain Paruit a De la France: lo scrittore ha sentito il bisogno di schierarsi dalla parte dei vinti francesi, fino a quel momento disprezzati, avendo sperimentato la volgarità dei nazisti vincitori.
Tutto ciò che lo aveva animato sino ad allora, quel «bisogno insaziabile di una follia in azione» (per dirlo con le sue stesse parole), quel «fanatismo volontario» che gli aveva fatto desiderare d’ immergersi nella realtà, di sfuggire all’accidia intellettuale per mezzo di una fede violenta, gli si era rivelato di colpo fango e cenere.
Si è fatta strada in lui la consapevolezza del tremendo abbaglio: da allora in poi non avrebbe preso più niente sul serio, ogni slancio del cuore sarebbe stato filtrato dalla sua celebre filosofia pessimistica, e alla fine avrebbe pronunciato una sentenza di colpevolezza per l’ umanità in blocco.
Fu insomma una specie di disgusto per il se stesso di un tempo che impedì all’ adulto di credere in qualcosa?
In queste pagine compare un giovane Cioran filosovietico, oltre che filonazista, sempre schierato dalla parte di tutto quanto lo eccita perché barbarico e totalitario, vitalistico, violento.

Tuttavia, afferma Pietro Citati, uno dei critici più raffinati di Cioran (1911-1995), «hanno fatto malissimo a pubblicare questi scritti che lui detestava e rifiutava, sia politicamente che dal punto di vista morale. Lui dopo di allora era cambiato completamente». Ma non nasceva proprio da là il suo pessimismo metafisico?
«In realtà esso riguardava tutto il mondo, compreso lui stesso. Aveva meditato sulla stupidità umana, muovendo precisamente da ciò che era stato».
Gli risponde il critico Alberto Asor Rosa che ricollega «il caso Cioran ai destini di quella componente intellettuale che fra ‘ 800 e ‘ 900 si imperniò sulla negazione dei princìpi fondamentali della civiltà occidentale».
E però il curatore dell’ edizione italiana delle opere per Adelphi, Mario Andrea Rigoni, pur riconoscendo come «quel passato getti una luce fosca su tutta una generazione che credette nel nazifascismo o nel comunismo», aggiunge: «È istruttivo il fatto che si sia liberato totalmente e assai presto da quell’ infatuazione giovanile».

Fertilio Dario

Pagina 34
(30 giugno 2009) – Corriere della Sera

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Souvenirs

Rigoni-Cioran dans mes souvenirsL’ultimo saggio di Mario Andrea Rigoni su Cioran – Cioran dans mes souvenirs -, non è stato ancora tradotto in italiano.

Ho trovato tuttavia una breve recensione di Armando Torno sul Corriere della Sera, che considero un invito pubblico alla lettura del libro.

Conoscendo l’autore, mai scontato, confermo che servirà senz’altro a conoscere meglio Cioran.

UN SAGGIO DI MARIO ANDREA RIGONI

Testardi e scorretti i pensieri ritrovati di Emile Cioran

http://archiviostorico.corriere.it/2009/dicembre/15/Testardi_scorretti_pensieri_ritrovati_Emile_co_9_091215050.shtml

Una regola dell’ aristocrazia francese, più o meno in voga al tempo di Napoleone, stabiliva che la nobiltà è ereditaria ma si riceve anche per contatto.

Non sappiamo se sia ancora valida, ma è certo che pochi come Mario Andrea Rigoni abbiano toccato i segreti di uno degli spiriti più inquietanti del ‘900: Emile Cioran.

Oggi a Parigi, alle 18, all’ Istituto Italiano di Cultura, sarà presentato il suo ultimo lavoro, Cioran dans mes souvenirs (Puf, pp. 128, 13).

Un libro agile che si legge d’un fiato, con articoli, saggi (c’è la postfazione a Storia e utopia, uscita da Adelphi) e anche un’ intervista dedicata al passato politico dello scrittore nato a Rasinari, in Romania, nel 1911 e spentosi all’ombra della Tour Eiffel nel 1995.

Rigoni ha avuto con lui una lunga frequentazione e offre preziose spigolature e dense riflessioni.

Oltre il profilo apparso sul «Corriere della Sera» il 29 aprile 1990, nel quale si ricorda che Cioran non ha mai tradito il principio romantico secondo cui l’artista non deve lavorare («un avvilimento… un attentato all’integrità interiore»), si scopre in uno scritto inedito il rapporto con i libri.

Amava le biografie – ne conosceva numerose di Talleyrand, che considerava mon maître – e le memorie, aveva numerosi dizionari; prendeva in prestito volumi alla «Nationale» e, durante la guerra, si rifugiava al Café de Flore per leggere.

Le segnalazioni riportate da Rigoni sono illuminanti: ricordiamo le Ombres Chinoises del sinologo Simon Leys, definito da Cioran «il Custine della Cina».

Ma vi sono anche frasi sussurrate da annotare, come quella riguardante l’esistenza vagabonda che per questo autore corrispondeva all’idea di precarietà delle cose.
Inoltre, alla luce degli scritti politici inediti, da poco pubblicati dai Cahiers de l’Herne, acquistano valore le risposte di Rigoni consegnate alla ricordata intervista, risalente al 2004. Simpatizzante del fascismo?
Ma tali erano – e non si può certamente offrire l’elenco completo – anche figure come Heidegger, Schmitt, Benn, Jünger, Gentile, Pirandello, Eliade, Furtwängler, Karajan, Hamsun, Céline, Pound e Drieu La Rochelle, del quale sono da poco usciti per Krisis i Textes Politiques.
Non sono che esempi.

Rigoni rimette in ordine giudizi affrettati, riconduce quello su Cioran in un contesto più vero.

Come dargli torto? Se da un lato egli era nemico dell’umanitarismo («un’illusione»), del pacifismo («una semplice masturbazione politica»), se fu impaziente di «versare il sangue delle bestie», va ricordato che affermò: «Preferisco un portinaio che si impicca a un poeta vivente».

Scorretto, antidemocratico, irriverente, maledetto, insegna sempre a pensare.

E questi «souvenirs» di Rigoni aiutano a meglio comprendere un autore che ha scritto per provocare, che non proponeva un sistema ma la fine di tutti i sistemi, che ha incarnato il nulla verso cui corre l’ Occidente.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Torno Armando

Pagina 45
(15 dicembre 2009) – Corriere della Sera

Cioran e Jean Rostand

Jean RostandIn un breve articolo che scrisse per il Corriere della Sera, grazie all’intercessione di Mario Andrea Rigoni, Cioran, che notoriamente non amava la critica, sottolinea in poche ma dense parole tutto l’interesse per il biologo aforista Jean Rostand, figlio di Edmond (autore del famoso “Cyrano de Bergerac”).
Cioran avverte verso Jean Rostand una vicinanza “solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi”.
A leggere certi suoi aforismi non si può fare a meno di concordare.

http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/24/dubbio_atto_piu_religioso_co_9_080824096.shtml

L’ INEDITO RIFLESSIONE DEL FILOSOFO ROMENO A PARTIRE DALLA LEZIONE DI NIETZSCHE E LA ROCHEFOUCAULD

Il dubbio è l’atto più religioso

La fede, il mistero, il dolore: E. M. Cioran ricorda Jean Rostand

Il testo di E. M. Cioran che pubblichiamo, inedito in italiano, è un omaggio alla figura di Jean Rostand (1894-1977).

Figlio del drammaturgo francese Edmond Rostand, Jean fu un noto biologo, filosofo, divulgatore scientifico e moralista, autore di un libro di aforismi, «Pensées d’ un biologiste», pubblicato da Stock nel 1954 e tradotto anche in italiano: «Pensieri di un biologo» (ultima edizione, Ciarrapico, 1983).
Il testo, speditomi da Cioran su mia richiesta agli inizi degli anni Ottanta, si smarrì tra le mie carte e non fu dunque pubblicato né tra i suoi scritti brevi che allora andavo traducendo per il «Corriere della Sera» né nella raccolta che ne ho fatto successivamente («Fascinazione della cenere», Il Notes magico, 2005).
Riaffiorato adesso, si dà nella mia traduzione dal francese.
Mario Andrea Rigoni

Ogni vero moralista è uno scorticato: non pensa, non può pensare se non a partire da ciò che lo ferisce.
Chamfort, Nietzsche, La Rochefoucauld, Lichtenberg hanno eretto ad aforismi le loro piaghe.
Sofferenza è una delle parole più frequenti in Jean Rostand: sofferenza dell’orgoglio ma anche sofferenza semplicemente, amarezza fondamentale di un uomo che, per sua propria ammissione, si tormenta meno a causa della sua vita che della vita come tale.
Proprio da questa derivano le sue ferite.
Poiché un biologo ottimista è una contraddizione in termini, si definirà lui stesso un biologo ansioso.
Tuttavia, fosse stato astronomo, geologo o qualsiasi altra cosa, la sostanza della sua visione del mondo sarebbe rimasta immutata, anche se indubbiamente non avrebbe raggiunto la stessa intensità tragica, poiché è privilegio della biologia invitare all’abbattimento, giustificare tutti i disgusti e tutte le angosce, essere la terra promessa dell’inconsolato, la provvidenza dell’ansioso per l’appunto.
Ciò che seduce in Jean Rostand è una sfumatura d’elegia, un malessere dei più rari che affiora dalle sue note impersonali e perfino dalle sue boutades.
Si percepisce che Jean Rostand, anche se si giungesse a bandire dal mondo l’incurabile e l’orrido, continuerebbe a provare quella desolazione avida e quella perplessità inesauribile, segni di uno spirito che è vissuto «di fronte all’ essenziale» e che ha potuto legittimamente affermare: «La mia mancanza di Dio non è meno misteriosa del vostro Dio».
L’incredulità ha le proprie profondità esattamente come la fede.
L’una e l’altra, nelle loro forme estreme, comportano rischi e vertigini.
Fra tutti i motti che Rostand ama citare, quello che mi sembra più rivelatore di lui, della sua dimensione ultima, è il seguente: «Il dubbio è l’atto più religioso del pensiero umano» (Jean-Marie Guyau).
Non mi unirei a coloro che rimpiangono che non sia scivolato verso qualche varietà di assoluto, verso qualche chimera originaria o recente.
Mi sento solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi.
Mi piace perché non ha trovato, perché non poteva e non voleva trovare, mi piace perché in questo secolo di speranze e di terrori grossolani egli illustra per il piacere dei delicati un gusto che si va perdendo: il gusto del disincanto.

Cioran Emile

Pagina 41
(24 agosto 2008) – Corriere della Sera

Romeno ma vissuto a lungo in Francia, Emil Cioran (1911-1995) è autore di importanti opere tra cui Storia e utopia (1960)

Jean Rostand (1894-1977, nella foto), biologo e filosofo, è stato un importante divulgatore scientifico

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