Cioran e la filosofia (III) di Massimo Carloni

5177253822_a668b15f9aSu Filosofia e nuovi sentieri qualche giorno fa è stata pubblicata la terza parte dell’articolo di Massimo Carloni su Cioran e la filosofia.

L’articolo focalizza l’attenzione sul tema del dubbio e dello scetticismo, non mancando quindi di compulsare il “santo imperturbabile” dello scetticismo filosofico: Pirrone di Elide.

http://filosofiaenuovisentieri.it/2014/11/16/cioran-filosofia-iii-parte/

 

 

 

Segnalo i due articoli precedenti per chi non li avesse letti:

http://filosofiaenuovisentieri.it/2013/11/10/cioran-e-la-filosofia/

http://filosofiaenuovisentieri.it/2014/01/26/cioran-e-la-filosofia-ii/

 

Cioran e la filosofia (III)

16 novembre 2014

> di Massimo Carloni*

3. La passione dell’Insolubile

Skiās onar anthrōpos [1]

(PINDARO, Ode Pitica, VIII)

 

3.1 Il demone del dubbio

Cioran è stato un pensatore dalle molte anime, non sempre in armonia tra loro, è vero, anzi, spesso configgenti e contraddittorie, che nell’arco d’una vita si sono contese con alterne vicende il predominio di quella «piaga a nove fessure» che è stato – secondo una sua nota espressione [2] – il proprio corpo. Col passare degli anni, tuttavia, inizia a rendersi conto che le sue fluttuazioni intellettuali, non meno che la sua instabilità emotiva, sono nient’altro che un epifenomeno di quella fondamentale «intolleranza all’essere» [3], di quel disgusto innato per le evidenze – così come per tutto ciò che è definitivo, certo, conclamato – che scopre essere la sua natura più profonda. Non appena si appassiona a qualcosa o a qualcuno, sente subito un impulso irrefrenabile a confutarne le istanze, a polverizzarne le convinzioni, a demolirne la statua che ha appena eretto. Il demone del dubbio, insinuandosi ovunque, gli impedisce di aderire completamente ai suoi oggetti d’ammirazione, al punto che gli Esercizi omonimi, finiscono per tramutarsi in assassini più o meno mascherati.

In Cioran i vacillamenti dell’animo incominciano quindi a ruotare e ad organizzarsi attorno a un punto sempre più fermo e definito, che ne scandisce le evoluzioni e dove tutto, alla fine, ritorna. Questo buco nero, vero e proprio punto di attrazione e dissoluzione, è il suo fondo scettico: «Sia che mi attiri il buddhismo o il catarismo o qualsivoglia sistema o dogma, conservo un fondo di scetticismo che niente potrà mai intaccare e al quale ritorno sempre dopo ognuna delle mie infatuazioni. Sia esso congenito o acquisito, mi appare ad ogni modo come una certezza, anzi come una liberazione, quando ogni altra forma di salvezza sfuma o mi respinge» [4].

Lungi dall’essere una posa puramente intellettuale o un’opzione filosofica, lo scetticismo diventa una seconda natura che, al pari d’un virus o d’una droga, si sovrappone al normale funzionamento del suo organismo: «Dapprima strumento o metodo, lo scetticismo ha finito per istaurarsi in me, per diventare la mia fisiologia, il destino del mio corpo, il mio principio viscerale, il male di cui non so più né come guarire né come perire» [5]. A ben guardare il dubbio non si differenzia da una vera e propria passione, quantunque appartenga ad un genere del tutto particolare, poiché, privo com’è d’oggetto, si nutre esclusivamente dei propri interrogativi e delle proprie incertezze, diventando in un certo senso fine a se stesso. Una «passione dell’insolubile» appunto, che, in quanto tale, scalza tutte le altre, proprio perché, a differenza loro, si pone al riparo da qualsivoglia delusione.

Riguardo agli accessi di furore e disperazione che lo tormentavano in gioventù, lo scetticismo ha avuto su Cioran l’effetto d’un tranquillante, uccidendo in lui il mostro, «la bestia da preda» [6]. Proclamando a chiare lettere l’indeterminatezza ultima di ogni fenomeno, il dubbio svuota le cose del loro statuto ontologico, spogliandole di ogni significato (morale, estetico, ecc.) su cui le passioni possono attecchire. «Poiché solo il dubbio può liberarci, ed allontanarci dai nostri attaccamenti. Ciò che per il comune mortale è una condizione appena tollerabile, quasi un incubo, per lo scettico è un modo di perfezione, in ogni caso un compimento, uno stato positivo. (Lo scetticismo o la salvezza attraverso il dubbio)» [7].

3.2 Un santo imperturbabile

Sebbene l’uomo navighi da sempre nell’Insolubile, tuttavia il dubbio non diventò mai un caso filosofico, fintanto non s’incarnò nella figura di Pirrone di Elide (ca. 360-270 a.C.) – patrono degli scettici, profeta dell’aporia, esempio inarrivabile d’indifferenza e d’imperturbabilità. Cioran non esita a collocarlo accanto al Buddha, come uno dei suoi personali maestri [8].

Le testimonianze sul suo conto appaiono frammentarie, di certo è che non scrisse nulla – e ciò è un punto a suo favore – e che, dopo essersi esercitato in gioventù nella pittura e negli studi letterari, partecipò, al seguito del filosofo Anassarco di Abdera, alla spedizione in India di Alessandro il macedone. Durante i viaggi in Oriente entrò in contatto con i gimnosofisti e i brahamani, ammirandone le pratiche ascetiche con cui dominavano le affezioni corporali. In tali occasioni, verosimilmente, assistette al sacrificio volontario di Calano, un samnyasin indiano aggregatosi alla spedizione, il quale, tormentato da lancinanti dolori al ventre, fece erigere un pira e, dopo le preghiere e le libagioni funebri di rito, vi s’immolò senza un lamento, impassibile, secondo le usanze del suo paese [9].

Alla morte d’Alessandro, Pirrone fece ritorno in patria, dove condusse un’esistenza modesta e solitaria accanto alla sorella, aiutandola persino nelle più umili faccende domestiche. Pur disdegnando di partecipare alla vita politica, l’atteggiamento irreprensibile gli valse comunque la stima e la considerazione dei suoi concittadini, che lo nominarono gran sacerdote, esentando, grazie a lui, tutti i filosofi dal pagamento delle tasse. Visse fino a novant’anni. Dopo la morte in suo onore fu elevata una statua nell’agorà, ancora ammirata ai tempi di Pausania.

L’assimilazione delle dottrine indiane dovette in qualche modo rafforzare in Pirrone l’indole scettica, se è vero che, come afferma Diogene Laerzio «Pirrone diceva che niente è bello né brutto, niente è giusto né ingiusto, e similmente applicava a tutte le cose il principio che nulla esiste in verità e sosteneva che tutto ciò che gli uomini fanno accade per convenzione e per abitudine, e che ogni cosa non è più questo che quello» [10]. Quanto alla sua filosofia, dobbiamo giocoforza risalire alle testimonianze dei discepoli, in particolare a Timone di Fliunte (ca. 320-230 a.C.), il quale compendia così il pensiero del maestro:«Colui che vuole essere felice deve guardare a queste tre cose: in primo luogo, come sono per natura le cose; in secondo luogo, quale deve essere la nostra disposizione verso di esse; infine, che cosa ce ne verrà, comportandoci così. Egli dice che Pirrone mostra che le cose sono egualmente senza differenze, senza stabilità, indiscriminate; perciò né le nostre sensazioni né le nostre opinioni sono vere o false. Non bisogna quindi dar loro fiducia, ma essere senza opinioni, senza inclinazioni, senza scosse, su ogni cosa dicendo: ‘ è non più che non è ’, oppure ‘ e è e non è ‘ oppure ‘ né è, né non è ‘. A coloro che si troveranno in questa disposizione, Timone dice che deriverà per prima cosa l’afasia, poi l’imperturbabilità» [11].

Il fatto che le cose siano tra loro senza differenze (adiaforìa), è dovuto a tre ordini di fattori. Innanzitutto, essendo per natura mutevoli e instabili (astàthmeta), esse sono oggettivamente prive d’una essenza propria, come già avevano rilevato Eraclito e Democrito. In secondo luogo, sembra impossibile distinguere e isolare un fenomeno dalle circostanze ambientali che ne determinano l’apparire, da qui il carattere indiscriminato (anepìcrita) del loro essere. Oltre a questi condizionamenti, per così dire oggettivi, – che di per se basterebbero già a giustificare l’inconoscibilità (acatalessia) del mondo – non è da sottovalutare la disposizione del soggetto percepente, che filtra in maniera decisiva le modalità attraverso cui le cose si manifestano [12]. Diretta conseguenza della confusione ontologica è, per i pirroniani, il pessimismo gnoseologico, poiché dall’incertezza circa la natura intrinseca delle cose, deriva l’impossibilità di avere nei loro riguardi sensazioni univoche, nonché di esprimere giudizi che possano essere considerati veri o falsi in senso assoluto.

Dai tre caratteri oggettivi discendono i tre atteggiamenti soggettivi raccomandati da Pirrone per evitare di essere risucchiati nel gorgo delle giudizi fallaci. Essere senza opinioni di sorta (adoxàstos); conservare uno stato d’equilibrio senza inclinare né da una parte né dall’altra (aclineis); mantenersi saldi, senza scosse (acradàntos) dinanzi agli avvenimenti. Se non ci si attiene a questi consigli e, nonostante tutto, ci si ostina a dogmatizzare, a voler a tutti i costi dire la propria, si aggiunge all’indeterminatezza oggettiva del mondo, anche la gazzarra delle opinioni, lo starnazzare dei punti di vista, alimentando così la confusione universale. A questo proposito Pirrone, citando Omero, paragonava l’instabilità delle umane opinioni al movimento disordinato delle mosche, delle vespe e degli uccelli. Cioran lo segue a ruota quando sostiene che «ogni opinione non è che un punto di vista folle sulla realtà» [13].

Ad ogni modo, se tale è la nostra condizione, occorre fare un passo indietro e sospendere il giudizio (epoché) sulla natura ultima delle cose, limitandosi a constatare le apparenze, come fa Timone nello scritto Sulle sensazioni: «Che il miele è dolce non lo affermo, ma che appare tale, lo concedo» [14]. Il problema, infatti, non è tanto nel modo in cui i fenomeni ci si presentano, quanto nel giudizio che inferiamo su di essi, quando, dal loro contingente manifestarsi, cerchiamo di ricavare una struttura ontologica del mondo denominata realtà, fatta di essenze e forme relativamente stabili, o comunque prevedibili nel loro divenire. Lo scettico s’insinua proprio in quell’interstizio, nell’indebito passaggio dall’apparenza all’essenza – tallone d’Achille d’ogni epistemologia – contestando che dall’una si possa, attraverso un procedimento induttivo, determinare l’altra.

Forte delle sue aporie, lo scettico riveste l’ingrato ruolo di guastafeste, di colui che, a suon di scomodi interrogativi, rovina il gran galà della conoscenza. «Ou mallòn», non più-questo-che-quello, è la sua litania, il suo «refrain corrosivo», con il quale si sottrae alla necessità dogmatica di affermare o di negare alcunché, mantenendo, quindi, una posizione d’equilibrio (arressia). Quando gli si obbietta che così dicendo afferma comunque una posizione, egli risponde che non è così, poiché essa non ha valore di principio, ma è solo uno strumento dialettico attraverso cui si propone di confutare le tesi avversarie, dimostrandone l’infondatezza. Al pari d’un purgante, tale farmaco verrà esso stesso evacuato dal corpo, insieme alla malattia (dogma) che si proponeva di debellare [15].

Il valore strumentale della parola è confermato dal fatto che uno degli approdi naturali del pirronismo è proprio l’afasia, il non dire nulla. Tale risultato, tuttavia, non va inteso in senso assoluto, quasi si trattasse di un ingiunzione al mutismo, ma va considerato come un esito filosofico, l’unico atteggiamento umano possibile di fronte alla indifferenziazione ultima della realtà. La diffidenza dello scettico nei confronti della parola, deriva dall’essere quest’ultima un veicolo di confusione e d’errore. Una volta affibbiato un nome, diventa difficile persuadersi poi che dietro ad esso non si nasconda quantomeno un simulacro d’essere, uno straccio di sostanza, ed è oltremodo spiacevole accettare che questa presunta entità debba prima o poi separarsi da noi, dissolversi nell’anonimato dell’elementare. La credenza nella parola è all’origine della maggior parte dei nostri abbagli ontologici e degli attaccamenti che ne derivano. Affrancarsi dal suo giogo, scioglierne gli incantesimi, svelando il vuoto che nasconde, vuol dire emanciparsi per sempre dalle opinioni, e approdare a quel «chiaroscuro dello spirito» [16] in cui il mondo, fluido e scolorito d’essenze, non suscita in noi più alcun turbamento (atarassia), né patimento (apatheia).

«Poiché sono le parole che ci legano alle cose, non ci si potrebbe staccare da queste senza rompere prima di tutto con quelle. Colui che fa affidamento sulle parole, fosse pure maturo per tutte le saggezze, resta nella schiavitù e nell’ignoranza. S’avvicina, al contrario, alla liberazione chiunque si ribelli contro di esse o se ne distolga con orrore […] la filosofia, lungi dall’eliminare l’inessenziale, l’assume e vi si compiace: tutti gli sforzi che dispiega non tendono forse ad impedirci di percepire la duplice nullità della parola e del mondo?” […] Per poco che si subisca la tentazione dello scetticismo, l’esasperazione provata verso il linguaggio utilitario si attenua e si converte alla lunga in accettazione: ci si rassegna e lo si ammette. Poiché non vi è più sostanza nelle cose che nelle parole, ci si accomoda nella loro improbabilità, e, vuoi per maturità, vuoi per stanchezza, si rinuncia ad intervenire nella vita del Verbo: a che pro attribuirgli un supplemento di senso, violentarlo o rinnovarlo, dal momento che se ne è svelata la nullità? Lo scetticismo: sorriso che sovrasta le parole…» [17].

Ma è possibile vivere in uno stato di totale indifferenza nei confronti del mondo che ci circonda, benché indistinto e costellato ormai di apparenze che si equivalgono, tra cui è inutile scegliere? Come si comportava a questo proposito Pirrone? Il suo stile di vita, stando a quanto riferisce Diogene Laerzio, fu lo svolgimento pratico della sua filosofia [18]. Le testimonianze sono concordi nel dipingerlo come assolutamente incurante dei pericoli e poco propenso a sottomettersi al dispotismo dei sensi. Così, spettava agli amici sottrarlo dai carri, salvarlo dai precipizi e dagli animali. Fu proprio di fronte a un cane particolarmente rabbioso e poco incline, evidentemente, alle sottigliezze filosofiche, che Pirrone venne meno la sua proverbiale imperturbabilità. A chi lo dileggiava per questo, replicò che «era difficile deporre completamente l’umana debolezza, soggiungendo che contro le cose bisogna, in primo luogo, se è possibile, lottare con i fatti, se non è possibile, con la ragione» [19]. In altre occasioni, tuttavia, diede prova del proprio formidabile autocontrollo, come quando lasciò il maestro Anassarco – che in seguito lo lodò per questo – nel pantano in cui era caduto, proseguendo tranquillamente per la sua strada. Impressionante, del resto, fu la sua impassibilità dimostrata in occasione di tagli e cauterizzazioni chirurgiche particolarmente dolorose. Si narra che durante una tempesta in mare, allorché l’equipaggio della nave fu colto dal panico, egli rimase assolutamente imperturbabile, additando come esempio di saggezza un maialino che se ne stava tranquillamente in un angolo a mangiare.

«La sospensione del giudizio – osserva Cioran – rappresenta il corrispondente filosofico dell’irresolutezza, l’espressione a cui si ricorre per formulare una volontà impropria ad optare per qualcos’altro da un’assenza che escluda ogni scala di valori ed ogni criterio cogente. Un passo in più, e a questa assenza se ne aggiunge un’altra: quella delle sensazioni. Una volta sospesa l’attività dello spirito, perché non sospendere quella dei sensi, anzi quella del sangue ? Niente più oggetti, niente più ostacoli né scelte da schivare o da affrontare; ugualmente sottratti alla schiavitù della percezione e dell’atto, l’io, trionfante delle sue funzioni, si riduce ad un punto di coscienza, proiettato nell’indefinito, fuori dal tempo […] Il dubbio non oltrepassa mai il Rubiconde, non oltrepassa mai nulla; il suo compimento logico è l’inazione assoluta – estremo concepibile in astratto, ma inaccessibile in pratica. Di tutti gli scettici, solo Pirrone vi si è veramente avvicinato; gli altri ci hanno provato con alterne fortune» [20].

Se dal punto di vista teorico il realismo appare vulnerabile alle critiche scettiche, sul piano pratico risulta più forte e soprattutto più efficace del suo avversario, contro il quale sembrano congiurare i riflessi, più o meno condizionati, dei nostri pregiudizi, per non dire dei nostri istinti. Dal momento che agiamo, siamo tutti, più o meno consapevolmente, delle macchine dogmatiche ambulanti: giudichiamo, soppesiamo, opiniamo ad ogni piè sospinto, prima ancora di chiederci se le nostre posizioni abbiano o no qualche fondamento. Per agire non occorre aver risolto in anticipo il problema filosofico sulla natura delle cose, ma è sufficiente essere animati dal pregiudizio ontologico formulato da Keats: «Dopotutto, c’è sicuramente qualcosa di reale in questo mondo» [21], il resto, poi, viene da sé. Il rapporto che intratteniamo quotidianamente con il mondo che ci circonda non è quasi mai di tipo conoscitivo, ma essenzialmente emotivo ed abitudinario, fatto di attrazioni e repulsioni tanto viscerali quanto convenzionali, a cui, tuttavia, attribuiamo un valore universale. Le nostre sconsiderate scelte, frutto di una percezione approssimata e grossolana della realtà, tradiscono sempre una natura barbarica, al cui confronto lo scettico appare come «uno squilibrato per eccesso di rigore, come un lunatico per inattitudine a divagare» [22].

In fondo, lo scettico è l’uomo più normale e probo che esista – «sul piano filosofico, nessuno è più onesto di lui» [23] nota Cioran – d’altronde basta scorrere la vita di Pirrone per convincersene. O meglio: egli è, in un certo senso, la prefigurazione di ciò che l’umanità avrebbe potuto essere se, in seguito alla caduta, non si fosse incaponita sulla via nefasta della conoscenza e della storia. La sua condizione d’imperturbabile chiaroveggenza, che dovrebbe essere un prerogativa comune a tutti gli uomini, fa di Pirrone una sorta di mostro, di santo filosofico, l’unico desto in un mondo di sonnambuli.

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3.3 Verso un’etica scettica

Pur non raggiungendo le vette pirroniane dell’atarassia, lo scetticismo merita comunque d’essere praticato, poiché, anche se assunto a piccole dosi, non mancherà di produrre i suoi effetti liberatori, soprattutto in quelle anime disincantate che, emancipatesi da tutto, continuano a trascinarsi nei bassifondi d’un universo altrettanto evanescente di loro. Flirtare con le apparenze senza sposarle, abbracciare chiunque senza il minimo coinvolgimento emotivo, ecco cosa hanno in comune, secondo Cioran, la più nobile delle filosofie e la più antica delle professioni.

«Il filosofo, nauseato dai sistemi e dalle superstizioni, ma ancora perseverante sulle strade del mondo, dovrebbe imitare il pirronismo da marciapiede di cui fa bella mostra la creatura meno dogmatica: la prostituta. Distaccata da tutto e aperta a tutto; che sposa l’umore e le idee del cliente; che cambia di tono e d’aspetto ad ogni occasione; che è pronta ad essere triste o gaia, pur rimanendo indifferente; che prodiga sospiri a scopo commerciale; che rivolge ai trastulli sinceri del suo avvinghiato vicino uno sguardo illuminato e falso – propone allo spirito un modello di comportamento che rivaleggia con quello dei saggi. Essere senza convinzioni nei confronti degli uomini e di se stessi, questo è l’alto insegnamento della prostituzione, accademia ambulante di lucidità, ai margini della società come della filosofia. “Tutto ciò che so, l’ho appreso alla scuola delle donne di strada” dovrebbe esclamare il pensatore che accetta tutto e rifiuta tutto, quando, sul loro esempio, si è specializzato nel sorriso stanco, quando gli uomini ormai non sono per lui che dei clienti, e i marciapiedi del mondo il mercato dove svende la sua amarezza, come le sue compagne, i loro corpi» [24].

Nel prefigurare un’agire privo di scopi, spassionato, al di là di ogni riuscita, l’etica scettica presenta sorprendenti analogie con la dottrina del «distacco dal frutto dell’atto» (sarvakarmaphalatyâga), così come formulata nel quarto canto della Bhagavadgītā [25], confermando in tal senso le contaminazioni indiane di Pirrone. Commentando questa dottrina Cioran sottolinea: «colui che ne fosse veramente contaminato non avrebbe più niente da compiere, poiché sarebbe pervenuto al solo limite che conta, alla verità vera, che annulla tutte le altre, denunciate come vuote, d’altronde vuota essa stessa – ma è una vacuità cosciente di sé. Immaginate una presa di coscienza supplementare, un passo ancora verso il risveglio, e colui che lo effettuerà non sarà più che un fantasma» [26]. A dimostrazione di ciò, Cioran farà di nuovo ricorso alla figura del fantasma per descrivere questa volta il comportamento profondamente superficiale dello scettico, il quale, come un danzatore, si muove tra i fenomeni con passo leggiadro ed equilibrato, appoggiandovisi quel tanto che basta per librarsi di nuovo in volo, conservando sempre la naturalezza e la grazia del gesto.

«Se lo scettico, al limite, ammette che la verità esiste, lascerà agli ingenui l’illusione di credere di possederla un giorno. Quanto a me, dichiara, mi limito alle apparenze, le constato e non vi aderisco che nella misura in cui, quale essere vivente, non posso fare altrimenti. Agisco come tutti gli altri, eseguo i loro stessi atti ma non mi confondo né con le mie parole né con i miei gesti, m’inchino davanti ai costumi e alle leggi, faccio finta di condividere le convinzioni, cioè le fissazioni, dei miei concittadini, ben sapendo che in ultima analisi sono tanto poco reale quanto loro. Chi è dunque lo scettico ? – Un fantasma … conformista» [27].

Diversamente dalle filosofie orientali lo scetticismo, privo com’è d’una visione metafisica della realtà, non mira ad una liberazione trascendente da questo mondo, ma semplicemente ad una felicità umana in questo mondo. Su questo punto, perlomeno, si allontana dalle coeve filosofie ellenistiche, poiché, sospendendo il giudizio sulla natura ultima del bene e del male, evita i dogmatismi e le contraddizioni in cui si dibattono le varie scuole. La felicità arriverà da sé, quasi per caso (tychicos), – afferma Sesto Empirico sulla scorta di Pirrone – una volta che ci saremo definitivamente liberati dall’ansia (taraché) di cercarla, evitando di ingabbiarla in una definizione o di farla coincidere con qualche bene determinato. Essa ci sorprenderà alle spalle, seguendo come un’ombra l’Imperturbabilità (atarassia). Qualcosa di simile accadde al pittore Apelle, il quale, in preda alla disperazione per non riuscire a ritrarre la schiuma d’un cavallo, vi riuscì proprio quando, deciso ormai a rinunciarvi, lanciò indispettito la spugna contro il dipinto [28].

Per una bizzarra congiunzione astrale, capita a volte alla filosofia di partorire dal suo stesso grembo quei pensatori che, dopo averne ufficiato le esequie, saranno preposti ad affossarla, decretando così la sua rovina. Sì perché lo scetticismo, come ogni saggezza che si rispetti, segna allo stesso tempo il fine e la fine della filosofia. «Scuola di discrezione» [29]«esercizio di defascinazione» [30], «fede degli intelletti ondeggianti» [31], lo scetticismo appare un elegante invito al pudore di fronte alle profanazioni sacrileghe della conoscenza, visto che ci troviamo «in un ambito in cui, l’insolubile è di rigore, anche l’umiltà dovrebbe esserlo» [32]. Esso rappresenta «il coraggio supremo della filosofia» [33],l’unico modo – insieme alla mistica – di sfuggire alla mediocrità e alla ovvietà delle sue risposte, in grado di reintegrare l’uomo in quello stupore primitivo «di fronte al vuoto dei problemi e delle cose» [34], nella serena contemplazione dell’insondabile.

«Si dovrebbe filosofare come se la ‘filosofia’ non esistesse, come un troglodita abbagliato o sbigottito dalla sfilata dei flagelli che si svolgono sotto i suoi occhi» [35].

Non potendo mai assurgere ad oggetto di culto o fomentare qualche movimento politico, lo scetticismo, naturaliter, non avrà mai una diffusione di massa. Senza articoli di fede né visioni del mondo da sottoscrivere, come potrebbe infeudare le coscienze e presentarsi quale ricettacolo delle umane illusioni ? Del resto, si sono mai innalzati patiboli in nome dell’aporia? Si è mai condannato qualcuno al rogo in base alla sospensione del giudizio (epoché)? In assenza di dogmi non sorgono né ortodossie né tanto meno eresie. Quale autocrate o pontefice, nell’arte di governare gli uomini, potrà mai ricavare le proprie massime da Pirrone o Enesidemo? D’altronde non si esorta alla necessità d’una guerra, né alla santità d’una crociata, facendo leva sull’imperturbabilità dell’anima; il sangue non scorre sull’altare dell’apatia. Quale tribuno istigherà mai la plebe verso la rivoluzione, partendo dall’indifferenza sostanziale delle cose ?

Già, è un vero «peccato che lo scetticismo non possa essere una religione» [36]!

NOTE:

[1]«Sogno di un’ombra è l’uomo».

[2] Cit. Syllogismes de l’amertume, in Œuvres, Paris, Gallimard, coll. « Quarto », 1995 p. 752. L’espressione è presa a prestito dalla Bhagavadgītā. Tutti i riferimenti alle opere di Cioran sono tratti dall’edizione Œuvres, Paris, Gallimard, coll. « Quarto », 1995, salvo dove diversamente riportato. Le traduzioni dal francese sono dell’Autore.  

[3] La chute dans le temps, p. 1099.

[4] Le mauvais démiurge, p. 1249.

[5] La tentation d’exister, p. 885.

[6] E. M. Cioran, Cahiers 1957-1972, Éditions Gallimard, 1997, p. 475.

[7] Ivi, p. 378.

[8] «Mi domandano: voi avete subito l’influenza di X e di Y? – No. Non ho avuto che due maestri: il Buddha e Pirrone», op. cit., Ivi, p. 529.

[9] Cfr. Plutarco, Vita di Alessandro, 69.

[10] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, 379.

[11] Il brano è di Aristocle di Messene riportato da Eusebio nella sua Preparazione evangelica, cit. in Fernanda Decleva Caizzi, Pirrone. Testimonianze, Bibliopolis, Napoli, 1981, p. 104.

[12] Sugli aspetti soggettivi ed oggettivi della conoscenza si sono soffermati in modo particolare Enesidemo e i neo-pirroniani successivi, elaborando una serie di tropi, una sorta di casistica dell’insolubile, raggruppati in base alle differenze tra gli esseri viventi, ai caratteri e alle disposizioni individuali, alle leggi e alle consuetudini, alla relatività, ecc., che inducono impressioni e giudizi contrastanti circa la natura dei fenomeni.

[13] Écartèlement, p. 1452.

[14] Cit. in Maria Lorenza Chiesara, Storia dello scetticismo greco, Einaudi, Torino, 2003, p. 34.

[15] «E per quel che riguarda la sentenza “Nulla io definisco” e simili, esse non hanno per noi valore dogmatico e non sono per nulla uguali alle affermazioni del tipo “il mondo è sferico”. Questa ultima affermazione presume di determinare ciò che è incerto e oscuro; i nostri modi di dire sono delle pure e semplici ammissioni. Quando diciamo di non definire nulla, neppure questo definiamo», cit. in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, a cura di M. Gigante, Tea, Milano, 1991, p. 394-395.

[16] Des larmes et des saints, p. 305.

[17] La tentation d’exister, pp. 937, 943-944.

[18] Vite dei filosofi, p. 379. Gli episodi che seguono sono tratti dalla Vita di Pirrone dello stesso Laerzio.

[19] Vite dei filosofi, p. 381.

[20] La chute dans le temps, pp. 1100-1101.

[21] Op. cit., Ibidem. «Ho un bel dichiarare che l’essere stesso è un pregiudizio,questo pregiudizio, più vecchio di noi, è precedente all’uomo e alla vita, resiste ai nostri attacchi, fa a meno di ragionamenti e di prove, poiché tanto quanto tutto ciò che esiste, si manifesta e dura, s’appoggia sull’indimostrabile e l’inverificabile. Chiunque non faccia proprie le parole di Keats [citate sopra] si colloca per sempre al di fuori degli atti».

[22] Ibidem.

[23] Ibidem.

[24] Philosophie et prostitution, in Précis de décomposition, pp. 651-652.

[25] «Le mie azioni non mi contaminano, [perché] non desidero il loro frutto […] Quegli tutte le imprese del quale sono affrancate dal desiderio e da progetti [interessati], è lui che chiama saggio la gente avveduta, quegli il cui agire è bruciato dal fuoco della conoscenza. Abbandonando ogni attaccamento al frutto dell’atto, eternamente soddisfatto, non cercando alcun appoggio [esterno], anche se si impegna nell’azione, non ‘fa’ assolutamente nulla. Non domandando né aspettando nulla, padrone della propria mente e di tutta la propria persona, poiché ha rinunciato a ogni appropriazione e non compie atti se non corporalmente, non cade in errore alcuno. Soddisfatto di quanto riceve per caso, avendo superato le coppie dei contrari, esente da egoismo, sempre uguale nel successo come nell’insuccesso, anche se agisce non è legato. Quando ogni attaccamento se ne è andato, ed egli è affrancato da ogni legame, e la sua mente è stabilita nella conoscenza [liberatrice] ed egli agisce in vista soltanto del sacrificio, tutto intero il suo atto si dissolve», cit. in Bhagavadgītā, a cura di Anne Marie Esnoul, Adelphi, Milano, 1996, pp. 63-64.

[26] Écartèlement, p. 1410.

[27] Ivi, p. 1480.

[28] cfr. Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, trad. O. Tescari, Laterza, Bari, 1926, lib. I, 12, p. 15.

[29] Aveux et anathèmes, p. 1717.

[30] Le mauvais démiurge, p. 1249.

[31] Ivi, p. 1253.

[32] Ivi, p. 1374.

[33] Des larmes et des saints, p. 299.

[34] Ivi, p. 300.

[35] Le mauvais démiurge, p. 1258.

[36] Cahiers 1957-1972, p. 250.

Massimo Carloni, studi in scienze politiche e filosofia all’Università di Urbino. Ha dedicato diversi studi a Cioran, pubblicati in volumi collettanei e in riviste internazionali. Ha realizzato il progetto editoriale per la traduzione italiana del libro di Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (éd. l’Orecchio di Van Gogh, 2009). Libri di prossima pubblicazione: edizione italiana delle lettere di Cioran al fratello (con H.- C. Cicortaş, Archinto, Milano, 2014), a Wolfgang Kraus (con Pierpaolo Trillini, Bietti, Milano, 2014), e la corrispondenza Eliade-Cioran (con H.- C. Cicortaş, 2015).

Le cene con Cioran

Nel 2011, centenario della nascita di Cioran, ci sono state diverse iniziative in tutto il mondo per ricordare lo scrittore rumeno.
Questo articolo di Pietro Citati, una delle più prestigiose firme giornalistiche italiane, ha un taglio leggermente diverso dagli altri.
Diviso sostanzialmente in due parti: la prima, con alcuni personali e “umanissimi” ricordi sugli incontri con Cioran presso la “chambre de bonne” di rue Odèon, 21 e la seconda che è invece un commento sul libro “La caduta nel tempo”.
Interessante l’accostamento tra Cioran e Pascal e i moralisti francesi.
Interessante ma inconsueto il confronto con Kafka.
Non dimenticando che “la sua vera atmosfera è il dubbio”, perché Cioran “vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale”.

 

Emile Cioran.Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico

di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.

Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.
Quando viveva Cioran, non c’era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l’Odèon, dove egli abitava.
Non c’era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle “chambres de bonne” dove i signori dell’Ottocento rinchiudevano le loro domestiche.
Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.
Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d’albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l’avrebbe cambiata con un’altra.
Tutto vi era incredibilmente minuscolo.
Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto.
C’erano libri su una sedia e per terra.
Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest’uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l’angelo offrì a Giovanni nell’Apocalisse.
Infine varcavamo l’ultima porticina, ed entravamo nel “salotto” – nessuno lo chiamava così -, dove Simone e Cioran ricevevano.
Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice.
Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo.
Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda.
Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado.
Non ostentava autorità né prestigio.
Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà.
Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi.

Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel 1964 [in Italia pubblicato nel 1995]: La caduta nel tempo.
Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile».
Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro è una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c’è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate – e accettate o condannate – davanti all’osservatorio di una mente impersonale.
Come in Pascal, la tensione è così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico.
Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno.
Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l’Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza.
Non c’è scrittore moderno più denso di Cioran.
Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all’esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta.
Non c’è mai un piano o un progetto.
Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida.
Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica.
Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell’aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge.
Sempre abbiamo l’impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero.
E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa.
La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato.
Come Kafka, anche Cioran sogna non l’albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l’Albero della vita:
«esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti».
Fino all’ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l’innocenza, l’universo prima della caduta, l’uno, l’eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l’io, la natura umana, la conoscenza.
Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l’Indistruttibile in noi non è stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto.
Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell’Albero della vita.
L’atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe.
Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti.
E l’uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore.
Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell’Essere».
E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran.
Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell’inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza.
Così Cioran condivide con Dio e l’uomo una doppia caduta.
Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l’orrore della caduta.
Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all’uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell’autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l’unico fondamento della sua vita.
«Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all’Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l’uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell’uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti».
Il dio e l’uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione.
In Cioran vi è l’eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l’uomo si raccoglie una rabbia terrificante.
Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso.
Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l’aridità, la sterilità, l’inutilità filosofica, l’atmosfera di carcere.
In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale.
Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove.
Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l’ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l’immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto.
Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?».
E’ l’immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.
La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione.
Eppure c’è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell’Apocalisse, che assume due forme.
La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l’uomo un’era senza desideri, liberata dal peso dell’antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell’impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione».
La seconda è terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l’angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c’è più presente. Non c’è più istante o movimento.
E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno.
Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.

Pietro Citati

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