Due ottimisti perversi, Cioran e Bufalino

BufalinoGesualdo Bufalino è conosciuto più che altro per “Diceria dell’untore” o al massimo per il Premio Strega, “Le menzogne della notte” .
In realtà, uomo di grande cultura e diversissime passioni (cinema, musica, scacchi, ecc.), fu anche un ottimo traduttore dal francese e dallo spagnolo, nonché fine aforista (una breve selezione si può leggere sul sito di Aforisticamente).
Come si può notare da questi aforismi (uno su tutti: “Diffidate dagli ottimisti, sono la claque di Dio”), Bufalino possiede alcune caratteristiche che facilmente richiamano Emil Cioran.
Ed è proprio questo l’accostamento fatto da Matteo Collura in un articolo sul Corriere della Sera del 23 settembre 2008. Leggi il resto dell’articolo

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Cioran e Jean Rostand

Jean RostandIn un breve articolo che scrisse per il Corriere della Sera, grazie all’intercessione di Mario Andrea Rigoni, Cioran, che notoriamente non amava la critica, sottolinea in poche ma dense parole tutto l’interesse per il biologo aforista Jean Rostand, figlio di Edmond (autore del famoso “Cyrano de Bergerac”).
Cioran avverte verso Jean Rostand una vicinanza “solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi”.
A leggere certi suoi aforismi non si può fare a meno di concordare.

http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/24/dubbio_atto_piu_religioso_co_9_080824096.shtml

L’ INEDITO RIFLESSIONE DEL FILOSOFO ROMENO A PARTIRE DALLA LEZIONE DI NIETZSCHE E LA ROCHEFOUCAULD

Il dubbio è l’atto più religioso

La fede, il mistero, il dolore: E. M. Cioran ricorda Jean Rostand

Il testo di E. M. Cioran che pubblichiamo, inedito in italiano, è un omaggio alla figura di Jean Rostand (1894-1977).

Figlio del drammaturgo francese Edmond Rostand, Jean fu un noto biologo, filosofo, divulgatore scientifico e moralista, autore di un libro di aforismi, «Pensées d’ un biologiste», pubblicato da Stock nel 1954 e tradotto anche in italiano: «Pensieri di un biologo» (ultima edizione, Ciarrapico, 1983).
Il testo, speditomi da Cioran su mia richiesta agli inizi degli anni Ottanta, si smarrì tra le mie carte e non fu dunque pubblicato né tra i suoi scritti brevi che allora andavo traducendo per il «Corriere della Sera» né nella raccolta che ne ho fatto successivamente («Fascinazione della cenere», Il Notes magico, 2005).
Riaffiorato adesso, si dà nella mia traduzione dal francese.
Mario Andrea Rigoni

Ogni vero moralista è uno scorticato: non pensa, non può pensare se non a partire da ciò che lo ferisce.
Chamfort, Nietzsche, La Rochefoucauld, Lichtenberg hanno eretto ad aforismi le loro piaghe.
Sofferenza è una delle parole più frequenti in Jean Rostand: sofferenza dell’orgoglio ma anche sofferenza semplicemente, amarezza fondamentale di un uomo che, per sua propria ammissione, si tormenta meno a causa della sua vita che della vita come tale.
Proprio da questa derivano le sue ferite.
Poiché un biologo ottimista è una contraddizione in termini, si definirà lui stesso un biologo ansioso.
Tuttavia, fosse stato astronomo, geologo o qualsiasi altra cosa, la sostanza della sua visione del mondo sarebbe rimasta immutata, anche se indubbiamente non avrebbe raggiunto la stessa intensità tragica, poiché è privilegio della biologia invitare all’abbattimento, giustificare tutti i disgusti e tutte le angosce, essere la terra promessa dell’inconsolato, la provvidenza dell’ansioso per l’appunto.
Ciò che seduce in Jean Rostand è una sfumatura d’elegia, un malessere dei più rari che affiora dalle sue note impersonali e perfino dalle sue boutades.
Si percepisce che Jean Rostand, anche se si giungesse a bandire dal mondo l’incurabile e l’orrido, continuerebbe a provare quella desolazione avida e quella perplessità inesauribile, segni di uno spirito che è vissuto «di fronte all’ essenziale» e che ha potuto legittimamente affermare: «La mia mancanza di Dio non è meno misteriosa del vostro Dio».
L’incredulità ha le proprie profondità esattamente come la fede.
L’una e l’altra, nelle loro forme estreme, comportano rischi e vertigini.
Fra tutti i motti che Rostand ama citare, quello che mi sembra più rivelatore di lui, della sua dimensione ultima, è il seguente: «Il dubbio è l’atto più religioso del pensiero umano» (Jean-Marie Guyau).
Non mi unirei a coloro che rimpiangono che non sia scivolato verso qualche varietà di assoluto, verso qualche chimera originaria o recente.
Mi sento solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi.
Mi piace perché non ha trovato, perché non poteva e non voleva trovare, mi piace perché in questo secolo di speranze e di terrori grossolani egli illustra per il piacere dei delicati un gusto che si va perdendo: il gusto del disincanto.

Cioran Emile

Pagina 41
(24 agosto 2008) – Corriere della Sera

Romeno ma vissuto a lungo in Francia, Emil Cioran (1911-1995) è autore di importanti opere tra cui Storia e utopia (1960)

Jean Rostand (1894-1977, nella foto), biologo e filosofo, è stato un importante divulgatore scientifico

Cioran fa jogging

Emil-Cioran-gamba alzataCurioso articolo di Mario Andrea Rigoni sul Corriere della Sera di luglio 2010, in difesa dell’amico Cioran.

L’accusa in questione è tratta dal libro di F.M. Cataluccio, “Vado a vedere se di là è meglio” (Ed.Sellerio).

Una polemica inutile e pretestuosa, “un soprassalto di bile” ingiustificato ma ripresa furbescamente (giornalisticamente) da diversi quotidiani e blog (qui il link di un articolo di Libero).

Una mattina, mentre stavamo seduti con Barbara su una panchina del Giardino e discutevamo animatamente in polacco, ci passò davanti un signore con una coloratissima tuta da ginnastica, le scarpe gialle e la polsiera tergisudore bianca al posto dell’orologio. Trotterellava elegantemente senza mostrare fatica, come uno che corre tutti i giorni. Con la coda dell’occhio ci guardò e rallentò l’andatura. Riconobbe la mia amica e, correndo all’indietro come un clown del circo, venne a salutarla con un sorriso sportivo, a trentadue denti. Scambiarono frettolosamente alcune frasi mentre lui continuava a saltellare sul posto. Poi riprese la sua strada di buona lena, scartando di lato con un plastico colpo d’anca. Chiesi chi fosse. – Ma non l’hai riconosciuto? E’ Emil Cioran, – mi rispose. Ebbi un soprassalto di bile: – Ma come, questo disgraziato che per anni ci ha intortati col suo affascinante “Sommario di decomposizione” e sedotti con l’idea che la cosa migliore da fare sarebbe stata suicidarci, si mantiene in forma come un qualsiasi fighetto che non vuole invecchiare!

http://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/28/Quegli_Intellettuali_Millantatori_davanti_Nichilismo_co_9_100728058.shtml

Quegli Intellettuali Millantatori davanti al Nichilismo di Cioran

Il millantato credito, non per lucro (nel qual caso costituisce anche un reato), ma per semplice vanità, è in diverse forme una pratica sociale più comune e diffusa di quanto si immagini: in questo senso rappresenta un aspetto di quel tratto permanente della natura umana che è lo snobismo.

Un idolo dei nostri giorni, da molti profondamente e sinceramente venerato come pensatore e come scrittore, da qualcuno ancora sordamente avversato, è E. M. Cioran.

Finché rimane sul piano della discussione strettamente intellettuale e letteraria la cosa rientra nella più ovvia e legittima normalità: ma, quando trascende questo limite, assumendo per l’ appunto la fisionomia dello snobismo, diventa tanto curiosa quanto significativa.

Qualche anno addietro, un mio amico (tra l’ altro critico di prim’ ordine) dichiarò in un’ intervista non solo di ammirare Cioran, ma di avere trascorso intere giornate in discussione con lui: io però so con assoluta certezza che egli aveva solo cercato di conoscerlo, senza peraltro esservi mai riuscito.

Adesso apprendo (da una lettera al Foglio di Mariarosa Mancuso del 21 luglio) che nel libro «Vado a vedere se di là è meglio» Francesco Cataluccio racconta di avere una volta, in compagnia di un’amica, incrociato a Parigi un anziano signore che, indossando un moderno e sgargiante abbigliamento sportivo faceva jogging con giovanilissima lena: questo signore, che durante uno scambio di battute con la donna continuava a saltarellare sur place come un clown, era, a suo dire, Cioran.

Sorpreso e scandalizzato dal contrasto tra questa «rivelazione» e la nera visione delle cose che lo scrittore manifesta nella sua opera, il nostro intellettuale, tornato in Italia, avrebbe preso i libri di Cioran e li avrebbe dati al rigattiere sotto casa.

Ora, chi abbia frequentato o perfino solo visto Cioran, capisce che questo aneddoto è una pura e volgare invenzione.

È, inoltre, una stupidaggine: nessuno ha mai rimproverato Beckett di avere la concezione della vita che ha e, nello stesso tempo, di giocare a tennis! La mitomania è sempre antipatica: lo è ancora di più quando serve a uno scopo gratuitamente malevolo e denigratorio.

Mario Andrea Rigoni

RIPRODUZIONE RISERVATA

Pagina 36
(28 luglio 2010) – Corriere della Sera

Castronuovo e il moralista Cioran

Cioran-libro-castronuovo

Nella breve introduzione al libro intitolato semplicemente “Emil Michel Cioran” (Liguori Editore, 2009) Antonio Castronuovo sottolinea incisivamente come lo scrittore franco rumeno possa essere considerato “un moralista classico” (facendo esplicito riferimento all’intensa e discretamente famosa antologia di Giovanni Macchia).

Un moralista cioè che non sia “un precettore ma uno spettatore” (una morale dunque non prescrittiva ma descrittiva), che si limita a “notare la contraddittorietà dell’esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che ha sotto gli occhi”, attraverso uno stile intimamente aforistico.

Al pari di Nietzsche, Cioran è “un moralista che giunge a deplorare la morale” e, come lui stesso confesserà, si allontanò da questo Maestro solo perché lo ritenne troppo ingenuo: “mi sono reso conto che c’era in lui un lato troppo giovanile. Per me. Perché io ero più marcio di lui, più vecchio. E comunque conoscevo meglio gli uomini”.

Cioran si sentiva un moralista più affine a La Rochefoucauld, a Chamfort o a La Bruyère; non è un caso che Adriano Marchetti lo ha inserito tra questi (e altri) moralisti in un’altra più recente antologia, “Moralisti francesi” (BUR, 2008).

Ho avuto il piacere di conoscere Antonio Castronuovo in un incontro dell’AIPLA, Associazione Italiana per l’Aforisma a Torino l’anno scorso. Avevo già letto il suo libro su Cioran che per l’occasione definì modestamente “solo un libricino”. In effetti sono soltanto cento pagine, asciutte ed essenziali. Come l’uomo Cioran.

Non ci vogliono tante parole per distinguere la qualità dalla mediocrità.

http://www.girodivite.it/Antonio-Castronuovo-e-la-passione.html

Antonio Castronuovo e la passione dell’assurdo

“Come Cioran, anche Castronuovo avverte la «pasiunea absurdului», la «passione dell’assurdo», il sorriso sovrano, distaccato, quasi superumano con cui l’uomo reagisce all’angoscia del niente…”
giovedì 15 febbraio 2007, di Matteo Veronesi

Non è certo possibile costringere in una definizione univoca tutte le molteplici, e apparentemente anche un po’ dispersive, espressioni (dalla storia locale alla saggistica sul mondo antico, dalla musicologia al romanzo, dalla critica d’arte all’aforisma) attraverso cui si è esplicata, negli ultimi anni, l’individualità creatrice di Antonio Castronuovo, che si compiace di celarsi, a volte, dietro lo pseudo-anagramma di Roberto Asnicar: un’individualità il cui eclettismo intelligente, poliedrico, quasi sorprendente nella sua varietà, nella sua versatilità inesauribile, nella sua ellenistica poikilìa, appare tanto più raro e prezioso in un’epoca come la nostra, che sembra sempre più dominata da quella “barbarie della specializzazione” che stigmatizzava Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse.

Ad ogni modo, il suo profilo di pensatore e di creatore emerge con assoluta evidenza dalla tagliente, provocatoria, a tratti quasi crudele nettezza degli aforismi raccolti in Tutto il mondo è palese (Moby Dick, Faenza 2006, premessa di Gino Ruozzi, http://www.mobydickeditore.it); un genere, quello aforistico, a cui l’autore ha già dedicato diversi libri, da Palingenesi del frammento a Rovi, dal Mito di Atene a Quilismi per un bambino ucciso.

In un profilo dedicato a Cioran, il tragico pensatore nichilista franco-romeno, apparso su «Belfagor» nel 2002, Castronuovo definiva l’aforisma come «un’isola di stile certo», uno spazio testuale e stilistico, un’area del dicibile che danno respiro all’affiorare e all’esplodere del «culmine della disperazione». La memoria va, allora, appunto al Cioran di Pe culmile desperarii, che proprio nell’atto salvifico della scrittura, nello spazio magico e riparato della meditazione e dell’esercizio letterario additava la sola difesa dall’irrompere del nulla, del vuoto, dell’angoscia, e, insieme, lo strumento attraverso cui quell’ansia di nullificazione si faceva, tragicamente, consapevolezza e autocoscienza.

Come Cioran, anche Castronuovo avverte la «pasiunea absurdului», la «passione dell’assurdo», il sorriso sovrano, distaccato, quasi superumano con cui l’uomo reagisce all’angoscia del niente, alla disperazione dell’insensatezza. Come l’«homme absurde» di Camus, così l’uomo di Cioran sarà capace – infedele e sciatta, in questo punto come altrove, la traduzione adelphiana – di «ridere nel momento supremo, davanti al nulla assoluto (in fata neantului absolut)», di ridere «nell’agonia finale, nell’istante dell’ultima tristezza».

Ma il sorriso di Castronuovo non è il riso folle, spasmodico del condannato, dell’ossesso o del suicida; la sua non è la leopardiana, paradossale «barbara allegrezza» dell’infelice o dell’oppresso posti innanzi al pensiero della morte. Il suo sorriso ha, piuttosto, la “leggerezza” teorizzata dal Calvino delle Lezioni americane – per quanto a volte, come in Kundera, «insostenibile», segretamente satura di vissuto, di esperienza, di sentimento, di riflessione talora amara e sofferta. L’ironia di Castronuovo – oscillante fra l’ironia tragica che nasce dalla presa di coscienza della condizione umana e l’ironia romantica, che svaluta l’umano e il contingente tenendo un occhio rivolto alla trascendenza e all’alterità, per quanto inconoscibili, indeterminate, non più che pura possibilità, che li sovrastano e li superano – è vicina alla «profondità della superficie», all’amore per la maschera, per la dissimulazione, per il paradosso, l’antifrasi, il gioco di specchi, che animavano un geniale e tragico aforista come Nietzsche. Insomma la “leggerezza”, l’ironia, la superficie gaia, limpida, scintillante di questa scrittura celano in realtà – nascondendola e facendola trasparire ad un tempo, occultandola e insieme rivelandola – la profondità abissale e cupa di un pensiero intrinsecamente, direi geneticamente tragico, sempre a stretto contatto, fin dal suo nascere e dal suo prender forma, con le verità ultime e prime della vita e della morte, con l’enigma insolubile, e insieme palese, evidente, tangibile – quasi, direbbe Claudel, un “mistero in piena luce” –, della sofferenza. Il Castronuovo di Quilismi per un bambino ucciso (il quilisma, appunto, il canto esile, acuto, teso fra la musica e il silenzio, la sommità e l’abisso, è metafora ideale e pregnante di questa parola incisa, calibrata, dolente nella sua nettezza, come i disegni di Gian Ruggero Manzoni, essenziali, nudi, per così dire archetipici, studiatamente primitivi nella loro violenza e nella loro crudezza decise e gridate, che accompagnavano e scandivano le tappe dolorose di quel libro prezioso) sapeva bene «quanto gioco ci sia nel lutto, quanto engimatico compiacimento»; «bruciati dalla fiamma fredda del nulla», non si può far altro che voltarsi altrove e ridere, per non lasciarsi sopraffare, per poter vivere e perdurare. Si potrebbero quasi ripetere, per Castronuovo, sempre sull’onda della metafora del quilisma, ciò che egli stesso, in Ombre del Novecento, una raccolta di saggi del 2002, scriveva a proposito di Cristina Campo, costantemente e delicatamente insidiata, nella sua sublime fragilità, dalla possibilità persistente ed estrema della morte: nella sua prosa c’è il «tono ineffabile del primato, la supremazia dell’ironico, il naturale rigetto di quel che è ipocrita»; «la musica si avvolge in lunghi quilismi sul tetragramma gregoriano della sua pagina».

Leggiamo in questo Tutto il mondo è palese: «Sentiva che in cielo non c’era nessun dio, ma l’azzurro gli piaceva ugualmente». Qui sembra di risentire, pur nella leggerezza alata e concisa dell’aforisma, il Mallarmé dell’Azur, la «sereine ironie» del «cielo morto». Al vuoto ontologico, all’abisso dell’esserci, non si reagisce che con il sorriso amaro o limpido, disincantato o sereno. «Sorrideva quand’era disgustato del mondo. Lo giudicavano pertanto felice». Anche la nausea e il disgusto possono convertirsi nell’erma di un sorriso che non distingue l’amarezza dall’amor fati, il rigetto dalla serena, o rassegnata, accettazione.

«Demotivato come un postino che sa di consegnare carta straccia». Questa può essere, in fondo, la stessa condizione odierna dello scrittore, dell’umanista in una società che alla letteratura, al tesoro millenario della parola scritta, sembra ormai non aver più nulla da chiedere. «Sapeva come sarebbe andata a finire. E perse il gusto di vivere». Qui sembra riverberarsi la percezione sveviana che «la vita è commedia», perché alla fine calerà il sipario, o il disincanto pirandelliano di chi «ha capito il gioco» e «non si inganna più», non cede più alle dolci lusinghe del vivere, alle rosee, per quanto fallaci, promesse dell’esistere nel mondo. Siamo immersi, come si vede, in un clima concettuale ed antropologico ancora pienamente moderno, novecentesco, e per questo, forse, paradossalmente inattuale, pur in una forma tipicamente postmoderna com’è quella, “disseminata” e apparentemente aleatoria, del frammento e dell’aforisma.

Uno stesso placido vuoto, uno stesso disincanto lucido e mite paiono calare, avvolgendole e fondendole l’una con l’altra, sulla vita e, insieme, sulla scrittura. Eppure, per un estremo e vitale paradosso, è proprio quest’ultima – nel momento stesso in cui si fa strumento tormentoso della coscienza del vuoto, della consapevolezza del nonsenso – che aiuta a vivere, che dà sostanza al tempo e anima ai giorni – se non, in qualche raro istante, pienezza e gioia.

«Se si continua a vivere», dice ancora Cioran, «è solo grazie alla scrittura»; «la creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte».

«Vivo perché le montagne non ridono e i vermi non cantano». La parola, la scrittura sono il riso e l’assurdo che salvano, all’estremo, «in faccia al nulla», dalla morte.

«Non scriverò più», lasciava scritto, poco prima di andarsene, il Pavese del Mestiere di vivere.

Matteo Veronesi

Quelle opere non tradotte

Cioran_livre_leurresRimango sempre sorpreso di quanto sia conosciuto Cioran (piacevolmente) da un lato e quanto (amaramente) ci sia ancora da pubblicare .

Se alcuni di questi libri sono in realtà delle raccolte di scritti apparsi su varie riviste (principalmente su “Vremea”, Tempo) – risalenti agli anni giovanili- altri invece sono dei libri mai tradotti in italiano e solo abbastanza recentemente in francese.
In particolare, mi riferisco ai libri – scritti sempre in gioventù – rispettivamente nel 1936, ’37, ’40:

Le Livre des leurres (Il libro delle lusinghe), Edizione Gallimard, 1992

Transfiguration de la Roumanie (La trasfigurazione della Romania), Edizioni L’Herne, 2009

Le crépuscule des pensées (Il Crepuscolo dei pensieri), Edizioni L’Herne, 1991 (oppure Edizioni Livre de Poche, 1993)

Attendiamo fiduciosi che qualche coraggiosa Casa Editrice si faccia avanti.

Da wikipedia (voce Emil Cioran).

Opere non tradotte

  • Cartea Amăgirilor (in fr. Le Livre des leurres) (1936)
  • Schimbarea la fata a Romaniei (in fr. Transfiguration de la Roumanie) (1937)
  • Amurgul gindurilor (in fr. Le Crépuscule des pensées) (1940)
  • Bréviaire des vaincus (1944) e Bréviaire des vaincus II, trad. in fr. di Gina Puicǎ e Vincent Piednoir (2011)
  • Valéry face à ses idoles (1970)
  • Essai sur la pensée réactionnaire. À propos de Joseph de Maistre (1977, ma 1957)
  • Ébauches de vertige (1979)
  • Face aux instants (1985)
  • Œuvres (1995, raccolta, nella collana “Quarto”)
  • Solitude et destin (2004)
  • Exercices négatifs : En marge du précis de décomposition (2005)
  • De la France, trad. in fr. da Alain Paruit (2009)
  • Lettres 1961-1978, a cura di Vincent Piednoir (2011)
  • Œuvres (2011, raccolta a cura di Nicolas Cavaillès e Aurélien Demars, nella collana “Bibliothèque de la Pléiade“)

Incontro immaginario con Cioran

Foto Cioran- Edizioni del'HerneokRecita la pagina info del blog “Cum versari”:

racconti brevi. alcuni meno.  altri in forma di divagazione.
brogliaccio. appunti. fogliettini. bagatelle

Coerentemente,  l’immaginario incontro con Cioran qui descritto è un po’ tutto questo: una piacevole alternanza di leggerezza, semplicità, perspicacia.

http://cumversari.wordpress.com/cioran/

CIORAN

20 febbraio 2010. Oggi sono andata a trovare Emil Cioran. Mi ha accolto nello studio, una stanza con due finestre, la scrivania, un enorme vaso di ortensie su un tavolinetto, scaffali di libri e un divano letto; ho pensato: poichè soffre d’insonnia, di giorno si farà delle dormitine. Mi ha detto: se non fossi  fuori esercizio, e fossi meno morto e un po’ più giovane le farei la corte. Ho tralasciato. Sono andata da lui per appianare un dubbio. Sono uscita senza aver risolto nulla anzi con le idee ancor più confuse. Il dubbio, in parole semplici, è: Emil Cioran ci fa o ci è? [Lo so può sembrare cretino e di alcuna utilità, è solo il pretesto per avvicinare il pensiero di Cioran, studioso e uomo, una provocazione assurda]. Mi sono presentata con “L’apolide metafisico – Conversazioni”  e farmi fare l’autografo nel retro di copertina [metafisica del surreale].

Filosofo, letterato di fama mondiale, si è dipinto come un cialtrone litigioso e alterato dall’alcool, ha creato un personaggio da attore geniale, disperato, ponendo se stesso al centro dell’osservazione, un millantatore, uno che la sofferenza la sa recitare alla perfezione, con sarcasmo ed acuta ironia? Così bene che leggendolo se ne esce confortati, parola blasfema per Cioran, un antidoto al suicidio come egli  ha affermato più volte. E’ risaputo il suo considerare il suicidio l’unica libertà (esercizio di libero arbitrio) possibile e in quanto tale rimandabile, in fieri per così dire – “si teme l’avvenire solo se non si è certi di potersi uccidere quando si vuole” –  mentre la conoscenza e la bellezza passano dal dolore e ne sono allo stesso tempo il rimedio. Nulla da eccepire se non fosse per l’interrogativo che permane. Il Cioran ha veramente vissuto sulla propria pelle l’estremo limite del dolore o lo ha solo rappresentato con maestria, scardinando ogni illusione, riducendola in brandelli, ha fatto di se stesso il simbolo del dolore del soggetto umano fino alla caricatura paradossale per renderlo innocuo e padroneggiare la sofferenza attraverso la scrittura? Scrivere per Cioran è una terapia: Esiste un vantaggio ancora più notevole, di cui lo scrittore ha il monopolio: quello di sbarazzarsi dei propri pericoli. Mi chiedo cosa sarei diventato senza la facoltà di riempire delle pagine. Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti. Lo scrittore è uno squilibrato che si serve di quelle funzioni che sono le parole per guarirsi. Su quanti malesseri, su quanti accessi sinistri ho trionfato grazie a questi rimedi insostanziali! ed anche un vizio “di cui ci si può stancare”. Emil Cioran (8 aprile, 1911 – 1995)

E’ stato un solitario abitatore della notte e visitatore di cimiteri o altro? Si direbbe  “anche” altro. Nei Quaderni, importanti per comprendere la figura di Cioran, sono riferiti numerosi aneddoti macabri della sua vita e delle sue abitudini mentre non si fa parola delle frequentazioni mondane a Parigi e Bucarest, in locali eleganti. Nulla di male certo se non il fatto di aver sorvolato questo lato “leggiadro”  ne rafforza l’immagine pubblica di emblema della disperazione e del cinismo e rende plausibile il dubbio sul personaggio costruito ad hoc.
Ciò non inficia l’acuta percezione delle sue intuizioni filosofiche, né tantomeno il valore dello scrittore però getta un alone di leggero sospetto; verrebbe quasi da pensare ad un grandioso istrione, nichilista il quale dal centro del proprio teatro personale ha lanciato anatemi su tutto. Altro punto controverso, almeno per me, le sue incerte collocazioni politiche a destra, l’antisemitismo, anche queste per nulla invalidanti il pregio del letterato, della persona sì.

Ci siamo accomodati su delle poltroncine di cuoio piuttosto consumate dall’uso, mi ha offerto con  gentilezza un tè speziato alla cannella e dei deliziosi sandwich al prosciutto di Praga.

dietro il paravento del tè
l’umiltà se la ride
lieve, come
il petalo di
una gardenia

Dopo di che ha iniziato a parlare delle sue teorie, in particolare della coscienza vista come una condanna, una costrizione crudele ed annientante per chi s’inoltra nei meandri della consapevolezza, ha raccontato anche dell’infanzia ed adolescenza: “darei tutti i paesaggi del mondo per quello della mia infanzia”. Gli ho chiesto : ora  nella condizione di figuarsi dall’esterno, da un altrove, si ritiene un apolide metafisico  devastato dalla cognizione del dolore vissuto con atrocità, e lo ha descritto lucidamente in quanto in preda, in prima persona, a un delirio febbrile, ad un’angoscia profonda, oppure si è divertito a mettere in scena una grandiosa commedia tragica dell’esistenza umana: “essere vuol dire essere incastrati” per spirito di polemica, amore per la dissacrazione fine a se stessa e parossistico gioco d’effetto? ecco questo è l’assillo da sfatare per rendere incondizionata la mia ammirazione per lei Emil Cioran. Mi ha guardato sbalordito ed è scoppiato in una sonora risata. “Io sono Cioran, voi andate al diavolo”! e con quel voi intendeva  proprio tutti?! Grandioso.

[In realtà nel tardo pomeriggio sono passata alla libreria Utopia e mi sono messa a curiosare. Mi è capitato in mano un libro di Cioran. Meglio il libro di Cioran mi ha scelto. Si tratta di “L’inconveniente di essere nati”. Una raccolta di aforismi come del resto sono i suoi testi. L’ho acquistato, sono uscita e mi sono seduta in un caffè, insolito per me starmene sola in un caffè credo di non averlo mai fatto. Il tempo, mi sono trovata a riflettere sul tempo in riferimento a Cioran].
L’angoscia del tempo risiede nel ricordo, la memoria di lutti, di amori, di separazioni, e prima di ogni altro il trauma della nascita. “Noi non corriamo, verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante”.
La memoria dunque un fantasma in agguato pronto ad emergere e far sprofondare nella inquietudine. Un tempo determinato che sfugge al controllo, si attualizza, invade il presente e lo divora. Gli aforismi di Cioran al proposito sono fulmini, flash abbaglianti.  La salvezza sta nell’oblio nella dimenticanza, quanta passione esaltante ed utopica! Cioran si è posto tanto criticamente nei confronti della psicoanalisi quanto se n’è appassionato, l’ha considerata una teoria dell’uomo consolatoria ed adattiva destinata a finire per la sua inadeguatezza interpretativa. Eppure il  continuo ritornare al senso, alla ricerca del significante profondo pur affermando: “tutto è privo di fondamento e di sostanza” dichiara una tensione verso ciò che elude la comprensione, verso l’enigma della vita, scandagliando, lacerandone drammaticamente ogni aspetto; dice anche, oltre la geniale introspezione di cui era dotato, un patimento continuo, ininterrotto, mai pago. Ha fatto l’errore di considerare la psicoanalisi una psicoterapia e non solo, di ritenerla una scienza improbabile non adattabile al singolo e all’evoluzione sociale. Egli rifiutava un metodo che pensa in termini di rimedio.  Eppure, oltre all’attenta lettura di Freud, frequentava i seminari di Lacan a Parigi, vi sono annotazioni nei Quaderni,  e lo derideva dicendo che era un buffone abile a non farsi intendere.
Qual’è il sotterfugio sotteso a questa attrazione / repulsione? Forse, un’ipotesi potrebbe essere letta nella sua depressione e al tornaconto secondario che egli ne ricavava: da un lato l’onnipotenza lo spingeva ad esorcizzarla attraverso la scrittura auto-analisi, una sottile estasi nella parola che oltrepassa la depressione (di per sé muta, immobile), dall’altro se ne sentiva invaso, posseduto, in balia ma anche in una unicità creativa portentosa ed esaltante: “Avere la percezione ossessiva del proprio nulla non significa essere umili, tutt’altro. Un po’ di umiltà, un po’ di umiltà, ne avrei bisogno più di chiunque altro. Ma la sensazione della mia nullità mi riempie di orgoglio”.

Cioran fu uomo del patire e del penetrare con le implicazioni che questi due verbi comportano. E non si è sottratto, vi si è conficcato dentro a capofitto con coraggio, si è interrogato per tutta la vita fino all’arrivo dell’Alzheimer. “Sono un filosofo urlatore. Le mie idee, ammesso che esistano, abbaiano; non spiegano nulla, strepitano”.

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Cioran e le castagne.

Emil Cioran smentisce se stesso o invece dimostra di non essere stato soltanto l’ asceta del dolore e del disinganno ma anche un uomo con debolezze e desideri? A settant’anni suonati s’innamora di una donna  di meno della metà dei suoi anni. Non conoscevo l’aneddoto, l’ho appreso leggendo in internet stralci di  lettere inviate da Cioran a Friedgard Thoma. Lei lo aveva contattato con un biglietto per esprimergli la sua ammirazione. Inizia uno scambio epistolare.
Il cinico Emil s’innamora come un adolescente, il misogino  – delle donne diceva  “sono adorabili nullità” – perde la testa,  diventa romantico,   si accende di erotismo, “provo per il suo corpo un’attrazione perversa” le scrive dopo l’incontro a Parigi.
Il rapporto resta platonico ma appassionato “la vita senza di Lei è assolutamente assurda. Avrei voluto aggiungere qualcosa di spiritoso ma non ne ho la forza”.
I due fanno insieme lunghe passeggiate, visitano musei, Cioran manifesta tutti i sintomi dell’innamorato respinto: telefonate assidue, biglietti continui, scenate di gelosia.
Simone Boué, la compagna di Cioran, non lo ostacola, gli permette di vivere la passione finchè la relazione con Friedgard  diventa un’affettuosa amicizia.
Una storia d’amore molto bella, ai miei occhi non sminuisce la figura di Cioran, tutt’altro la rilancia con l’attributo aggiunto di tenerezza e insieme di grandiosità, racchiusa  nell’amore senile, oltre a presentarci un Cioran vitale, ironico capace di accogliere nella contingenza dell’incontro la trepidazione, la gioia.
L’epistolario è diventato un libro: “Per nulla al mondo”. Un amore di Cioran. Ed. L’Orecchio di Van Gogh

E le castagne?  La parola castagna era una specie di codice fra loro, alludeva ad altro. Posate sulla tomba di Cioran, sepolto vicino a Simone nel cimitero di Montparnasse, insieme a fiori, sassi ed altri simboli, a volte si vedono delle castagne.

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Cioran e il suicidio

Orizzonti culturali italo-rumeniLa rivista curata dall’associazione Orizzonti culturali italo-romeni – diretta da Afrodita Carmen Cionchin – dedica una rubrica a Emil Cioran, denominata appunto “Spazio Cioran“.
Una delle ultime pubblicazioni che troviamo in questo “spazio” virtuale è un’intervista di Ciprian Vălcan a Andrea Rossi, fondatore dell’Associazione L’Orecchio di Van Gogh.
Chi ha seguito il presente blog dall’inizio ricorderà l’Orecchio di Van Gogh per essere l’editore di “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran”, il famoso libro di Friedgard Thoma, di cui qualche tempo fa avevo riportato la recensione di Franco Volpi (qui il link per chi è interessato) e per la rivista Alkemie, di cui parlerò in un successivo post.
Il tema principale è il suicidio, tema tipicamente cioraniano, di cui sono davvero numerosi i riferimenti, tanto da trovare ingeneroso citarne qualcuno a discapito di altri (in “Sillogismi dell’amarezza” ce ne sono diversi).
Per compensare, parzialmente, riporto l’incipit de “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus:
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia“.

Nella foto il primo volume pubblicato dalla Rivista.

Link: http://www.orizzonticulturali.it/it_incontri_Andrea-Rossi-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

Cioran, l’ebreo metafisico

cioran_romeroNel sito della rivista The Jewish Daily Forward, in occasione del centenario di Cioran nel 2011, è stato pubblicato un articolo di Benjamin Ivry sul rapporto tra Cioran e l’ebraismo.
La tesi di Ivry è che le ultime traduzioni delle opere giovanili di Cioran, scritte nella lingua nativa rumena, hanno contribuito a dare un’immagine falsa o comunque non esatta di un Cioran fascista e antisemita.

In realtà, dagli scritti di Cioran e in particolare nei Cahiers si vede chiaramente che il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo in generale è assolutamente rispettoso e anche empatico (“Le uniche persone a cui sono legato profondamente sono ebrei. Dividiamo le stesse imperfezioni”).
Per questo, molto più incisivamente, lo stesso Cioran  ammise, malgrado l’ostilità degli ambienti letterari della sinistra parigina alimentata dall’ebreo rumeno Goldmann, di sentirsi “metafisicamente ebreo”.

Immagine di Isaias Enrique Gonzalez Romero

La traduzione è del sottoscritto.

http://forward.com/articles/136578/j-accepte/

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L’ultima intervista di Cioran

Di interviste Cioran ne ha rilasciato parecchie, nonostante la sua “ostentata” misantropia.
Tutte o quasi hanno la caratteristica di essere pregne di una tensione vibrante che li rende estremamente godibili.

Per la prima volta in italiano presento l’ultima intervista prima di essere ricoverato all’ospedale Broca di Parigi (il “triste ospedale parigino” di rue Pascal, 54 di cui ho parlato in questo post), dove trovò riposo eterno il 20 giugno del 1995.

La versione originale è in spagnolo, la traduzione in italiano dall’inglese è di Maria Barresi.

L’ultima intervista a Cioran

(Abstract)

Poco prima di morire a Parigi, nel giugno del 1995, il filosofo rumeno Emile Michel Cioran lasciò questa intervista allo scrittore tedesco Heinz-Norbert Jocks, pubblicata nel 5° numero del Kulturchronik magazine, edito a Bonn da InterNationes. Leggi il resto dell’articolo

Quando Cioran diventa uno spot (di destra)

Che Cioran sia un autore caro a una visione politica di Destra è abbastanza evidente.
A parte l’adesione alla Guardia di Ferro di Codreanu, certe sue idee – più che altro giovanili e nazionalistiche – sembrano affascinare certe personaggi di questa area politica.
Inizialmente, proprio a causa di questo,  fu inviso all’intellighenzia francese, europea e mondiale, salvo poi emergere l’effettivo messaggio e valore cioraniano, scevro da qualsiasi colore politico, anzi direi molto più precisamente contro di esso (“per non cedere alla tentazione politica bisogna sorvegliarsi a ogni momento”).

Chi ha letto Cioran sa della sua idiosincrasia verso tutte le illusioni, le ideologie, le utopie.
Era molto più concretamente interessato alla vera essenza delle cose, alla morte, al senso dell’assoluto, del vuoto, del decadimento.

La libertà si può manifestare soltanto nel vuoto delle fedi, nell’assenza degli assiomi, ed esclusivamente laddove le leggi non hanno maggiore autorità di un’ipotesi” (Storia e Utopia, Adelphi, pag. 23).

Pertanto, queste “appropriazioni” mi sembrano fuori luogo, mostruose aberrazioni di raffazzonati politicanti della domenica, che sfruttano le pieghe allusive dello stile aforistico di un pensatore che al contrario era molto poco interessato all’arte di governo e simil giochi di bieco potere.
Che legame c’è tra le frasi di Cioran (qui sotto illustrate) e la “promozione politica” resta per me un mistero.

Che Cioran sia conosciuto è (forse) un bene; che sia spiluccato con la banalità tipica dei famosi cioccolatini è un abominio intellettuale.

Link originale dell’articolo

Venerdì 08 Aprile 2011 19:40

CASAPOUND PESCARA OMAGGIA EMIL CIORAN

Affissi nella notte striscioni e gigantografie

Pescara, 8 aprile 2011 – “Ciò che non è straziante è superfluo”, “ Chiunque non sia morto giovane merita di morire” e altre citazioni di Emil Cioran sono state affisse nella notte, insieme a gigantografie del “Nietzsche dei Carpazi”, dai militanti di CPI Pescara nel giorno del centenario della sua nascita.

Così si è voluto rendere omaggio a Emil Cioran, nato in Romania l’8 aprile 1911: non vero filosofo, né vero scrittore, né vero saggista, Cioran è stato un “ maestro del dubbio” e tutta la sua vita una “cura del dubbio”. Forse è proprio per questo che prima delle stampe di Adelphi ( anni ’80-’90) Cioran è stato totalmente ignorato dall’editoria italiana – specchio di un Paese democraticamente dogmatico – per un buon trentennio.

“Abbiamo voluto sbattere davanti agli occhi di una città dormiente alcuni tra gli aforismi sconvolgenti di Cioran – così Mirko Iacomelli, responsabile provinciale di CPI Pescara, ha commentato l’azione-, che al di là dell’innegabile pessimismo cosmico sono paradossalmente pieni di vita: la vita eroica accettata nella sua tragicità”.

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