Il carteggio tra Cioran e Wolfgang Kraus

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Di seguito una recente recensione di Giovanni Sessa al libro curato da Massimo Carloni: “Cioran e l’agonia dell’Occidente“, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Bietti.

Si tratta di un ricco carteggio tra Emil Cioran e Wolfgang Kraus, ritrovato per caso, di cui avrò modo di riparlare prossimamente.

Il titolo in qualche modo fa riferimento a un altro libro scritto da un autore ben conosciuto da Cioran ovvero Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

Un passaggio – quello che va dal tramonto all’agonia – tipicamente cioraniano.

Un’altra interessante recensione del libro si può trovare sul sito della rivista culturale Orizzonti culturali:

http://www.orizonturiculturale.ro/it_recensioni_Massimo-Carloni.html

 

IL CARTEGGIO CON W. KRAUS

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo

di Giovanni Sessa

Pochi intellettuali sono riusciti a sviluppare una lucida capacità diagnostica sul corso della storia  europea, quanto Emil Cioran. I lettori abituali delle sue pagine lo sanno bene. Esse sono eleganti sotto il profilo stilistico, scritte per lo più nella lingua d’adozione, un francese terso ed evocativo, e provocatorie nei contenuti. Una recente pubblicazione dimostra, al contrario, come l’esule romeno fosse abile anche nello scrivere in tedesco. E’ da poco nelle librerie, per la prima volta in italiano, il volume L’agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus, edito nella collana Archeometro dalla Bietti (euro 24,00; per ordini: 02/29528929). Il volume raccoglie 158 lettere di Cioran a Wolfgang Kraus, filosofo della cultura austriaco che lavorò per diverse case editrici, 5 missive dello stesso allo scrittore transilvano, due lettere della compagna di Cioran, l’anglista Simone Boué e ben 111 brani tratti dal Diario di Kraus che si riferiscano all’autore di Storia e utopia.

     Il testo, si diceva, nell’originale è stato scritto in tedesco: non casualmente, in quanto Cioran si definiva “ultimo cittadino di Cacania” e aveva iniziato a confrontarsi con la lingua di Goethe, a  Sibiu. Massimo Carloni ricorda in prefazione il tema che attraversa l’intero carteggio: la Finis Europae. Cioran ebbe contezza, fin dalla giovinezza, dell’impossibilità per l’uomo contemporaneo di sottrarsi alla decadenza. Lo attestano le pagine di “Trasfigurazione della Romania”, non ancora pubblicata in italiano (lo farà presto la benemerita Bietti!), dalle quali si rivolse al proprio popolo per incitarlo ad affrancarsi dalle miserie spirituali e per indurlo a porsi lungo le strade della Grande storia. Inascoltato, lasciò il paese recandosi a Parigi. Da allora si fece latore dell’apoteosi dell’invano in ogni suo scritto, oltre che nella vita quotidiana. Paradigma esistenziale della sua scelta può essere considerata la Principessa Sissì d’Austria che, dietro le apparenze formali, celava un profondo senso di disinganno nei confronti del mondo e della storia, tanto che la sua vita, ricorda la caustica penna cioraniana, fu “un raro esempio di diserzione” (p. 23).  E’ questo il tratto essenziale del pensiero di Cioran che bisogna aver presente al fine di contestualizzare l’incontro con Wolfgang Kraus. Questi allora lavorava per la casa editrice Europa di Vienna, per la quale uscì Il Demiurgo funesto dello scrittore romeno. Ne seguì un’amicizia durata tutta la vita, scandita dall’enorme carteggio di cui si discute.

    Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo. In realtà, Cioran fu in contatto con le intelligenze più vivaci del Novecento e se a volte poteva essere infastidito all’invadenza altrui, avvertiva, altresì, un estremo bisogno di comunicazione con chi sentiva simile. Dalle lettere, infatti, emergono una serie di giudizi e opinioni, espressi dai due pensatori, in merito ad intellettuali di grande spessore: da Eliade a Canetti, da Noica a Celan, da Sontag a Klages. L’epistolario può così essere considerato valido ausilio per la comprensione della storia della cultura del Novecento.

   Sia Kraus che Cioran sapevano che la crisi europea era il risultato dell’inaridimento della vita spirituale, del trionfo nel quotidiano degli uomini della vana ricerca del profitto e dell’ingordigia economica. Tutto omologato, pianificato, al punto da rendere la libertà e la felicità, percepibili e comprensibili soltanto per via negativa. I due corrispondenti spiegano anche il successo politico del comunismo in Occidente, in particolare tra gli intellettuali, grazie al: “…fascino del terrore in un mondo vuoto” (p. 25). Inani, nelle analisi dei due, risultano essere i progetti delle sinistre e delle destre di quegli anni, tese a contendersi successi elettorali in nome di obiettivi semplicemente amministrativi: si evince, in particolare nelle parole di Cioran, come egli, già negli anni Settanta, fosse avvertito della lenta trasformazione che il sistema liberal-democratico stava vivendo e che annunciava il Nuovo Regime, la governance. In essa la politica è diventata il mezzo di un altro mezzo, la finanza.

    Il tratto profetico delle esegesi cioraniane si rileva anche in un diverso ambito. Mentre analizza il pericolo sovietico, vissuto dal romeno come un vero dramma epocale, e riconoscendo, in questo contesto, che l’Europa aveva perso la fede nei valori che l’avevano nei secoli resa grande, profetizza un ruolo di grandezza alla Russia anche dopo il disfacimento dell’Urss. Riconosce il ruolo che i popoli periferici, in particolare gli arabi, potrebbero svolgere nella storia futura e, al contempo, rileva la crisi dellaleadershipinternazionale degli USA. I due intellettuali, nonostante queste convergenze diagnostiche, divergono e in modo netto, in merito alla terapia. Obiettivo di Kraus è quello di rendere l’azione politica capace di trasformare la civilizzazione moderna in una nuova Kultur. In questi stessi termini, il filosofo interpreta il suo lavoro intellettuale, quale contributo alla preparazione di un possibile Nuovo Inizio. Cioran, invece, legge gli eventi storici   sovrastati dal destino morfologico di ascesa ed inevitabile caduta. La decadenza europea va accettata, non può essere fermata in quanto, avendo fatta propria la lezione spengleriana. riteneva che la civilizzazione seguisse necessariamente, inevitabilmente, alla civiltà.

    Del resto, scrisse al riguardo: “Il vuoto dell’Europa dà la vertigine…è presente in me; e la sua presenza mi lega all’Europa…in quale parte del mondo potrei trovare un abisso così visibile, così generoso, una tristezza così liberale e un tale sperpero del nulla” (p. 31). L’accorto prefatore conclude ricordando la prossimità teorica ed esistenziale di Cioran a de Maistre, al quale lo scrittore transilvano ha dedicato un esemplare esercizio di ammirazione: entrambi lasciarono questo mondo nella consapevolezza che l’Europa era, come loro, sulla via del definitivo tramonto. Al contrario, a noi piace qui ricordare come un altroimperdonabile del Novecento, il filosofo veneto Andrea Emo, che intrattenne con il Nulla un rapportoamicale, simile a quello di Cioran, sostenne l’Europa essere un laboratorio ideale, eternamente in fieri. Tale idea è inscritta nell’etimologia della parola Occidente, terra dell’occaso, del tramonto. Come si sa, ad ogni tramonto segue l’alba, un Nuovo Inizio. L’uomo europeo, per questo, è totalmente aperto e disponibile alla metamorfosi, incapace di uno stare definitivo.

Giovanni Sessa

La giovane generazione romena: Cioran e Eliade

Cioran_fiera libro_Torino 2014Più approfondisco la conoscenza di Emil Cioran (1911-1995), più mi rendo conto che della necessità di un ripensamento dell’intero mondo editoriale.

Abbarbicato su se stesso, incapace di andar oltre i propri limiti o peggio di riconoscere i veri grandi autori, è alla continua ricerca di una stentata sopravvivenza economica con l’ostinato cieco utilizzo di metodi (commerciali in particolare) che lo porteranno inesorabilmente al suicidio, come ad esempio la scellerata scelta di puntare sui cosiddetti best sellers con la loro spasmodica aspirazione, tipicamente moderna, a ciò che non è prima ancora di essere.

Il rischio, ormai danno ampiamente realizzato, in sintesi, è di svilire i contenuti di qualità e di perdere inevitabilmente dei pezzi importanti della cultura passata per inseguire la cosiddetta “cultura di consumo”, per preferire cioè il “moltiplicare dei bisogni” a scapito del loro “soddisfacimento”.

Uno di questi “pezzi” è sicuramente l’opera colta e stilisticamente raffinata dell’insonne pensatore dai natali rumeni ma dalla “maturità” prettamente francese.

Si possono anche non amare i saggi e limitarsi ai romanzi-copia di serial televisivi, si può anche non conoscere qualche autoruncolo contemporaneo, dai più osannato come un dio a tempo (leggi code infinite per comici travestiti da giornalisti), ma – e mi dispiace pure ammetterlo: de gustibus non est disputandum-, non si può pensare di amare la letteratura o meglio il pensiero umano e non conoscere un autore come Cioran.

E dico ciò non tanto con senso di (aristocratico) disprezzo ma con l’amarezza di chi vorrebbe rompere definitivamente meccanismi che non si riusciranno mai a spezzare, cosciente del fatto che sono soltanto la parte minimale di una più grande decadenza intellettuale, italiana prima ancora che occidentale.

L’Agonia dell’Occidente, giusto per riprendere il titolo di uno dei pochi libri fin qui pubblicati e dedicati al Nostro, in fondo è anche questa.

Il titolo tra l’altro fa il verso a un altro libro, oggi ingiustamente dimenticato ma nel passato considerato un autentico capolavoro (che non mancava tra le letture dei contemporanei), qual è “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler.

Una fiera del libro come quella di Torino rimane per me un mistero e mi lascia sempre un sapore amaro tra lo sbigottimento (per la presenza di migliaia di persone) e la rassegnazione (per i contenuti).

In mezzo a questo mistero però capita di ritrovare libri e discussioni di interesse, probabilmente difficilmente rintracciabili altrove (rigorosamente messe ai margini ma intanto ci sono: e chissà, magari un giorno non ci sarà nemmeno quello e ci si ricorderà di oggi come dei bei tempi in cui la piccola editoria di qualità aveva ancora una, benché minima, visibilità).

Il libro in questione è stato appunto presentato sabato scorso 10 maggio proprio al Salone del libro di Torino dalla casa editrice Bietti (casa editrice che si pregia di essere “anti-moderna”, come mi ha riferito con una punta d’orgoglio il suo giovane direttore editoriale, Andrea Scarabelli), contemporaneamente alla presentazione di un altro libro dedicato a un autore vicino per natalità e destino a Cioran ovveroMircea Eliade, storico delle religioni, e precisamente a un suo scritto – curato da Horia Corneliu Cicortaş – su “Salazar e la rivoluzione in Portogallo”.

All’incontro era presente Massimo Carloni, curatore dell’Agonia, che negli ultimi anni abbiamo avuto modo di apprezzare per alcuni scritti su Cioran e in particolare per aver curato il libro particolarmente discusso di “Friedgard Thoma, Per nulla al mondo: un amore di Cioran”, da dove emerge un ritratto di quest’ultimo inedito e – anche per chi può vantare una minima conoscenza del suo pensiero – perfino disorientante, se non inconcepibile.

Oltre a Cicortaş e a Scarabelli, all’incontro, confinato in un angolino dello stand della Romania, c’era lo storico Franco Cardini (che ci ha regalato un bel quadro del periodo in cui vissero i due autori in questione, paragonandolo causticamente alla questione europea attuale) e Gianfranco de Turris, direttore dell’ottima rivista gratuita Antarès, sempre della Bietti, il cui ultimo numero, non a caso, è dedicato alla giovane generazione intellettuale rumena del dopoguerra (Cioran, Eliade, Ionesco, Noica, ecc.).

Giovane generazione che possiamo considerare come figlia spirituale del professore Nae Ionescu, un controverso Socrate antirazionalista romeno, forse poco originale come filosofo ma trascinatore di indiscusso fascino per moltissimi intellettuali, angosciati dalla marginalità della cultura romena e quindi desiderosi di riscatto (a questo proposito rimando alla lettura di un saggio ben strutturato, scritto da Emanuela Constantini, Nae Ionescu, Mircea Eliade, Emil Cioran, Morlacchi Editore, Perugia, 2005).

Non è un caso che molti alla fine si ritroveranno in una Parigi frizzante, dove la cultura era vita quotidiana e legata a nomi altisonanti come quelli di Sartre o Camus e che rinnegarono, non senza imbarazzo e più o meno esplicitamente, un passato ambiguo, nazista e antisemita, di adesione alla violenta e nazionalista Guardia di Ferro di  Corneliu Zelea Codreanu.

Eliade, prima di ciò, fece tappa in India e poi nel Portogallo di Salazar e ne fu affascinato a tal punto da scrivere un saggio proprio sul dittatore, adesso appunto riproposto assieme al libro di Cioran.

Studioso esoterico affascinato dalla cultura italiana (Papini, Evola), Eliade seguì comunque la via accademica, a differenza di Cioran che preferì invece la strada di un insolito isolamento pseudo-monastico nella (famosa) mansarda di rue de l’Odéon, 21, a due passi dall’omonimo teatro, circondato in realtà da molti amici e conoscenze di un certo spessore.

E soprattutto in corrispondenza letteraria con essi, tanto che questo corpus epistolare fa parte (e molto ancora dovrebbe far parte) di diritto dell’opera di Cioran, assieme a quello straordinario capolavoro che sono i Cahiers recuperati dalla compagna Simone Boué e pubblicati da Adelphi nel 2001 (Quaderni, 1957-1972).

Le lettere a Wolfgang Kraus (da non confondere con il più famoso Karl) sono state recuperate per caso: George  Gutu, occupandosi di una ricerca su Manes Sperber presso l’Archivio Letterario della Biblioteca Nazionale austriaca di Vienna, si ritrovò con una serie di lettere scambiate con Cioran in un periodo di ben diciotto anni, dal 1971 al 1990 e soprattutto ne intuì subito il valore.

Da qui e dall’opera encomiabile di Massimo Carloni sono nate queste ben 158 lettere scritte in tedesco: un carteggio che rappresenta il lavoro italiano culturalmente più interessante degli ultimi anni su Emil Cioran.

A proposito, mi sia consentito fare un cenno agli altri due libricini su Cioran che quest’anno (timido cenno di risveglio?) sono apparsi in Italia, questa volta su iniziativa della Mimesis Edizioni: Il nulla. Lettere a Marin Mincu (1987-1989), a cura e traduzione di Giovanni Rotiroti e L’intellettuale senza patria a cura di Antonio Di Gennaro. Entrambi i libri presentati al Salone (purtroppo non sono riuscito ad andare agli incontri) curati da due studiosi molto attivi nella diffusione del pensiero cioraniano in Italia e a cui pertanto va il mio ringraziamento personale (per quel che vale, diciamo da modesto attento lettore e curatore del blog su Cioran: http://tuttocioran.com).

Vado così via dalla fiera in serata – proprio nel momento in cui lentamente incomincia ad attenuarsi l’incessante formicolio che la contraddistingue – con questo prezioso stimolo.

E’ proprio vero che tutti o quasi si lamenteranno (fiera troppo commerciale, troppa confusione, troppo costosa), ma alla fine tutti o quasi si ritroveranno, un altro anno ancora (il prossimo?), nei capannoni di questa sorta di “mercatone del libro”, incastonato in una Torino che non cessa mai di stupire.

Giuseppe Savarino

Articolo originale comparso in Critica Letteraria il 19/05/2014 e raggiungibile al link: http://www.criticaletteraria.org/2014/05/salto14-la-giovane-generazione-romena.html

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