L’a-teologia di Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu

cioranLeggo e volentieri ripropongo una bella intervista ad Antonio Di Gennaro, attento studioso di Emil Cioran e autore di numerose recenti opere sul Nostro.

http://www.filosofiablog.it/filosofia-contemporanea/la-teologia-di-emil-cioran-intervista-ad-antonio-di-gennaro-a-cura-di-tudor-petcu/

Nota introduttiva: Oggi pubblichiamo un’intervista ad Antonio Di Gennaro (1975), laureato in Filosofia all’Università di Napoli Federico II. I suoi studi privilegiano lo sviluppo dell’esistenzialismo contemporaneo con particolare riferimento alle problematiche del tempo e del dolore. Ha pubblicato la raccolta di versi Parole scomposte (Alfredo Guida Editore, 2000) e saggi sul pensiero di Emil Cioran, raccolti nel volume Metafisica dell’addio (Aracne, 2011). Nel 2011, ha organizzato il Convegno per il centenario della nascita del filosofo romeno, in collaborazione con l’Accademia di Romania in Roma, curando poi la pubblicazione degli atti nel volume Cioran in Italia (Aracne, 2012). Attualmente sta svolgendo un’attività di ricerca sui testi inediti di Emil Cioran, con particolare attenzione a interviste e carteggi. In tal senso ha recentemente curato i volumi: L’intellettuale senza patria. Intervista con Jason Weiss (Mimesis, 2014), Vivere contro l’evidenza. Intervista con Christian Bussy (La scuola di Pitagora, 2014), Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane (Mimesis, 2014), Tradire la propria lingua. Intervista con Philippe D. Dracodaïdis (La scuola di Pitagora, 2015), La speranza è più della vita. Intervista con Paul Assall (Mimesis, 2015), Un’altra verità. Lettere a Linde Birk e Dieter Schlesak (Mimesis, 2016). Il suo sito internet è: http://digilander.libero.it/ant.digennaro/  

D: Qual è secondo Lei la caratteristica più importante del pensiero di Emil Cioran? Le pongo questa domanda, pensando innanzitutto all’influenza di Friedrich Nietzsche sulla personalità di Cioran, considerato in Romania e in Francia il più grande filosofo nichilista del XX secolo.

R: Esistono, a mio avviso, diversi tratti distintivi del pensiero di Cioran, che ne fanno uno dei maggiori filosofi del Ventesimo secolo. Contrariamente a quanto pensano in molti, Cioran non è un semplice scrittore, ma un autentico, autorevole filosofo, se per filosofia intendiamo non un mero esercizio teorico, accademico, ma originariamente, nella sua essenza, una costante riflessione sulla vita, ricerca di un senso, a partire dall’assurdità e dalla drammaticità della condizione umana. Non parlerei quindi di una caratteristica “unica” o “univoca” del suo cammino di pensiero, ma di molteplici aspetti peculiari e complementari nella sua concezione “sovversiva” della filosofia. Innanzitutto, sin dal primo volume pubblicato in Romania, Pe culmile disperării, del 1934, Cioran, si allontana dalla filosofia “ufficiale”, rivolgendole un duro attacco, una critica radicale e senza appello. Pur essendo laureato in filosofia a Bucarest e pur avendo acquisito un solido bagaglio di conoscenze (anche grazie ai viaggi di studio a Monaco, Dresda e Berlino), Cioran ritiene che la filosofia tradizionale, letteralmente, “non serve a niente”. Lo scrive ad esempio nei Quaderni: «Uno dei rari vantaggi che ho avuto è stato di aver capito a vent’anni che la filosofia non dà nessuna risposta, e che perfino le sue domande sono inessenziali». La filosofia accademica si riduce a un sapere specialistico, erudito, fatto di nozioni e dottrine sofisticate, ma completamente slegato dalla complessità e dalla tragicità della vita reale. Se la filosofia è hegelianamente “pensiero della vita”, nelle università essa non assolve più tale compito, anzi si spegne, si inaridisce, si snatura: diventa sterile, autoreferenziale, nel migliore dei casi “pensiero della vita passata” e dunque “storia della filosofia”, “storiografia”, il che equivale alla morte della filosofia. Una prima caratteristica importante, a mio avviso, che caratterizza il filosofare di Cioran, è il fatto che egli riporta la filosofia al di fuori dalle aule accademiche, libera per così dire la filosofia dai lacci del pensiero astratto-speculativo e la affida alla singola esistenza, che è di per sé “coscienza infelice”. La filosofia, in altre parole, è una ricerca personale, una meditazione del singolo su di sé, un cammino privato che ciascuno compie, a partire dalla propria solitudine e dalla propria intima sofferenza. La filosofia diviene in Cioran atto terapeutico, cura dell’anima, consolazione dal “male di vivere”, non rigorosa (ma improduttiva) ricostruzione ermeneutica circa le filosofie del passato, bensì proficuo “esercizio spirituale”, soggettiva pratica filosofica, pensiero esistenziale. Un secondo aspetto, che mi sembra degno di nota, e che lo differenzia dai “filosofi di professione”, è la passionalità di Cioran, il suo fervore nella scrittura. Cioran non è mai mite, distaccato, spassionato, ma sempre emotivamente coinvolto, appassionato, in preda alla follia, guidato dal proprio demone interiore, o, per dirla con Kay Redfield Jamison, “toccato dal fuoco”. Cioran scrive sempre in uno stato di eccitazione febbrile, di inquietudine, di malessere, di “cafard”, e la scrittura è per lui un “mezzo di liberazione”, è il modo che gli è più congeniale per espellere l’angoscia che lo opprime. Cioran ricorre alla scrittura non come un diversivo di carattere estetico, ma per una necessità impellente di ordine psicoanalitico. Egli non descrive fatti esteriori, non racconta storie, ma “vomita” il proprio mondo interiore: le proprie ossessioni e il proprio stato d’animo costantemente lacerato, dilaniato. Come sappiamo, sin dalla giovane età, Cioran è affetto da stati depressivi, è organicamente malinconico, votato alla nostalgia, condannato alla noia. Pertanto, la prosa filosofica di Cioran si rivela un farmaco, un analgesico, un balsamo, anche per noi lettori. Per quanto riguarda l’influenza di Nietzsche su Cioran, non mi sembra così decisiva. I suoi punti di riferimento sono altri: Pascal, Baudelaire, Shakespeare, Dostoevskij. Sono questi gli autori che hanno plasmato la personalità di Cioran, sono questi i cardini attorno a cui si va costruendo il pensiero tragico di Cioran, il suo nichilismo estremo, che non sfocia come in Nietzsche nel concetto di “superuomo” (Übermensch), ma in quello dell’uomo maledetto, condannato da sempre e per sempre a soccombere ai dardi beffardi del destino. Detto in altre parole, mentre Nietzsche esalta l’ebbrezza della vita, il suo lato “dionisiaco”, Cioran inveisce contro la vita, la maledice, semplicemente perché la vita vuole se stessa, indipendentemente da noi. Essa si disinteressa dei viventi, ossia delle singole esistenze.

D: È lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Emil Cioran? Non bisogna dimenticare infatti che il suo pensiero è stato influenzato anche da alcuni mistici, come ad esempio Meister Eckhart.

R: Questo è un punto decisivo e di grande interesse: il rapporto tra Dio e il Nulla. L’esperienza di pensiero di Cioran, sin dagli anni giovanili, oscilla tra la costante ricerca di un Dio e il suo categorico rifiuto, tra l’esperienza mistica e il nichilismo assoluto. Teologia e ateismo si fondono e si confondono, dando vita ad una forma di fede laica, che vede nella solitudine dell’anima, e nelle sue più intime espressioni (preghiera, musica, scrittura), il luogo privilegiato dove “incontrare” Dio – o la sua idea. Influenzato dal pensiero pagano (Marco Aurelio, Giuliano l’Apostata) e affascinato dalle eresie cristiane (Bogomili e Catari), dallo gnosticismo (Basilide), dalla tradizione greco-ortodossa (Giovanni Climaco, Gregorio Palamàs), dai mistici (Meister Eckhart, Angelus Silesius, Jacob Böhme, Juan de la Cruz) e dalle sante (Teresa d’Àvila, Angela da Foligno), ma anche dalle religioni orientali (Buddhismo, Taoismo, Induismo), Cioran giunge ad una visione di Dio come “funesto demiurgo”, senza tuttavia rinnegare la dimensione del “sacro” come elemento imprescindibile della sua tragica Weltanschauung. A tale riguardo, Cioran amava definirsi: “un nichilista di tendenze religiose”. Anche il teologo e musicologo rumeno George Bălan, corrispondente epistolare di Cioran e autore di una monografia sul suo pensiero, riconosce in una lettera del 18 ottobre 1968 che Cioran è «uno degli spiriti più religiosi del secolo». Condivido quindi in pieno la sua affermazione e concordo sul fatto che “è lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Cioran”. Attenzione però: Cioran non crede in Dio, bensì nel nulla, nel “solido nulla” per dirla con Leopardi, nella nullità di tutte le cose, nella vacuità universale, nell’inanità dell’essere. I mistici medievali, come Meister Eckhart, sono uomini di fede, teologi, credono nel Dio rivelato, nella manifestazione di Dio nella storia e, al tempo stesso, nella ineffabilità e inconoscibilità di Dio. In tal senso, il Nulla è l’altra faccia del Dio ignoto, del Deus absconditus, e funzionale ad una teologia negativa che preferisce astenersi dal nominare l’innominabile. Cioran è lontano da una visione di tale fattura. Il nulla di cui parla Cioran non è il Nulla-Dio, ma il principio reale che attanaglia e sottende la vita. Il nulla di Cioran non ha niente a che fare con Dio, ma con l’assenza di Dio. Il concetto di Dio sorge successivamente, quando l’uomo sperimenta la tragicità della propria condizione, ma soltanto come palliativo della mente sofferente. In realtà, come ogni uomo, Cioran avverte il “sospiro religioso”, la tendenza o l’impulso ad oltrepassare sé, a trascendersi in vista di un Assoluto che non esiste, se non come frutto della nostra fervente immaginazione. Qui Cioran è senza dubbio in linea con il pensiero ateo di d’Holbach, Feuerbach, Schopenhauer o Freud. Secondo tale tradizione di pensiero, Dio non è altro che l’Essere supremo (immaginario), che l’uomo in quanto “coscienza infelice” si inventa come ultimo appiglio di salvezza nel fondo della propria solitudine. Quindi, quella di Cioran, per riprendere Sylvie Jaudeau, è una “mistica profana”, una “mistica senza Dio”, una mistica impregnata di nichilismo, dove il nulla è tutto e Dio una semplice invenzione, un’allucinazione, un “nonsenso consolatore”.

D: La disperazione costituisce forse il concetto più importante della filosofia di Cioran. È possibile parlare di una dimensione “metafisica” della disperazione nel suo pensiero?

R: La disperazione è l’assenza di speranza, il sentimento della morte. Nei Quaderni Cioran scrive: «Ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà fisiologica, per non dire fisica. La disperazione è la mia fede, la mia fede innata». La disperazione non è un concetto astratto su cui è possibile disquisire o argomentare logicamente, con freddezza e distacco. La disperazione è un’esperienza vissuta, patita “in prima persona”, e, nel momento in cui la si vive, il soggetto è coinvolto in un turbine, in una corrente, in un vortice, dove non vede il fondo, dove non c’è un domani o una prospettiva. Di fronte a tale esperienza vissuta, per resistere ai duri colpi della vita e non soccombere, Cioran decide di scrivere la propria disperazione, di estrinsecare la propria depressione in un atto creativo. La sua prima opera si intitola appunto “Al culmine della disperazione”, ma tale criterio può essere esteso a tutti gli altri testi. Al centro della sua visione del mondo vi è un disagio, un dolore, un’angoscia. Cioran avverte il distacco dalla vita, la repulsione, la non-integrazione e in tutte le sue opere egli racconta di questa esperienza, di questo sentimento di scissione e di lacerazione, di questa inquietudine esistenziale, di questo “esilio metafisico”. Per di più, la disperazione secondo Cioran conduce alla preghiera e al dialogo con Dio. Sempre nei Quaderni afferma: «La disperazione che non approda a Dio, che non vi cozza contro, non è vera disperazione. La disperazione è quasi indistinta dalla preghiera, e in ogni caso è la matrice di tutte le preghiere». Ovviamente, Dio è solo un concetto-limite e mai l’Essere trascendente delle religioni positive.

D: Qual è la sua opinione per quanto riguarda il rapporto tra “sacro” e “profano” nella filosofia di Emil Cioran?

R: Direi che, paradossalmente, il sacro, in Cioran, risiede nel profano. L’essenza del sacro è nel profano, il senso del divino è nell’umano: soprattutto negli ultimi, negli estromessi, nei disadattati, nei diseredati, nei perdenti, nei falliti, negli squilibrati, nei suicidi. Dimentichiamo l’ortodossia cristiana fatta di funzioni religiose, di liturgie e preghiere, dimentichiamo la fede e il credo in un “Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”. Qui siamo di fronte a un pensatore insolente, irriverente, provocatorio e blasfemo che accusa Dio (qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio) del male del mondo. Ricordiamo ancora una volta che uno dei testi più importanti del pensatore rumeno-parigino reca come titolo “Il funesto demiurgo”. Cioran su questo versante segue la setta eretica dei Bogomili, anzi si considera un “bogomilo del XX secolo”. Il Dio di Cioran è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto-nulla. Secondo Cioran, sarebbe stato meglio non essere mai stati, non essere mai nati e quindi non aver mai conosciuto la disavventura di essere stati gettati nel mondo, nella vita e nella storia. Quindi il divino è propriamente nell’uomo, nell’umanità dell’uomo: questa è, parafrasando Fabrizio De André, la “buona novella” dell’eretico Cioran, apostata-neopagano. Ai dotti e ai sapienti, egli preferisce i mendicanti e le prostitute. Qui dimora l’autentico volto di Dio, qui si manifesta il divino: nella condizione dell’estremo abbandono. È nell’esperienza del dolore, quando si è “al culmine della disperazione”, “ai piedi della croce”, che il divino appare. Ma è solo un’idea della ragione, perché in fondo, nel fondo del nostro essere e della nostra solitudine, nessun Dio potrà salvarci e redimerci dal dolore. Per concludere questa mia risposta, farò riferimento a un episodio citato da Cioran in un’intervista concessa al filosofo spagnolo Fernando Savater nel 1990. Parlando delle prostitute, afferma: «Una notte una di loro mi disse che suo marito era appena morto. Era giovane, bella. Mi disse che quando faceva l’amore con qualcuno vedeva il suo cadavere sul letto, vicino a lei. Bisogna andare nei bordelli per sentire cose così profonde!». Ecco, è questa la dimensione del “sacro” come mysterium tremendum et fascinans: nel sacrilegio, nella profanazione, nella “trasvalutazione di tutti i valori”, nella trasfigurazione del dolore (la morte nel cuore) in delirio e follia.

D: Anche se la filosofia di Cioran ha optato per una visione nichilista, lontana dai valori presenti nel cuore del cristianesimo, credo tuttavia che la sua ermeneutica abbia una qualche eredità cristiana e a tale riguardo le chiedo di spiegarmi/dirmi se una tale eredità esiste nell’opera del filosofo rumeno. È possibile discutere sui valori cristiani della filosofia di Cioran?

R: Cioran proviene dal mondo ortodosso. Suo padre, Emilian Cioran, era un pope e sua mamma, Elvira Comaniciu, presidentessa dell’associazione delle donne di religione ortodossa. Il giovane Cioran frequenta assiduamente la biblioteca paterna a Răşinari, ma anche quella dell’arcivescovo di Sibiu, di cui il padre era consigliere. Quindi, nella formazione e nella crescita spirituale di Cioran, non mancano certo le letture di teologia (comprese le vite dei santi, l’approfondimento della mistica, ecc.). Questi però matura, ben presto, una forte ostilità verso tutto ciò che è dogmatico e religioso. Pur riconoscendo la profondità della teologia ortodossa, Cioran si mostra insofferente verso la dottrina cristiana che presuppone l’idea di un Dio buono, Padre creatore, Essere supremo. Come già detto, Cioran opta per un Dio demoniaco, un Dio che non ha a cuore il destino dell’uomo, ma che oscilla tra indifferenza e compiacimento dell’umana sofferenza. È un Dio scellerato, dispotico, malvagio, così come è stato recentemente rappresentato, in maniera esemplare, dal regista belga Jaco Van Dormael nel film “Le tout nouveau testament” (2015), che si prende gioco delle sue creature, e che anzi prova un piacere sadico nel tormentarle e torturarle. Nelle sue opere Cioran si scaglia contro Dio, la sua “invocazione” diviene spesso “bestemmia”, “preghiera arrogante”. Cioran inveisce contro Dio perché sa che l’uomo è condannato ab aeterno e che esiste un destino tragico ad accomunare i mortali. Non si tratta della morte. La morte è solo l’episodio ultimo e risolutivo di un dramma più grande: la vita. Questa è la croce che ognuno porta sulle spalle, con ineffabile sofferenza. Nonostante la sua avversione verso l’impianto dottrinario cristiano, pur non credendo in Dio, e pur essendo lontano da ogni fede ecclesiale, è possibile riscontrare in Cioran (nella quotidianità dell’uomo) una particolare sensibilità verso il prossimo, che si manifesta nel sentimento della pietà, della solidarietà, della fraternità umana. È quella che il filosofo italiano Salvatore Natoli definisce un’“etica del finito”. In ogni caso, non intravedo alcuna “eredità cristiana” nella filosofia di Cioran. Nella sua visione del mondo, marcatamente atea, i concetti di redenzione e salvezza sono del tutto esclusi, categoricamente respinti. L’unico concetto che Cioran riprende dall’Antico Testamento è quello della Caduta e del Peccato originale. Questa è la stimmate nefasta che chiunque venga al mondo si porta addosso. Per concludere, vorrei utilizzare ancora una volta le parole dello stesso Cioran, che certamente chiariscono in pieno il suo punto di vista in merito alla religione cristiana. Ne La tentazione di esistere (1956) leggiamo: «Consumato fino all’osso, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenare crisi o di fecondare intelligenze. Non mette più a disagio lo spirito né lo costringe al minimo interrogativo; le inquietudini che suscita, come le sue risposte e le sue soluzioni, sono fiacche, soporifere: nessuna lacerazione promettente, nessun dramma può più aver origine dal cristianesimo. Ha fatto il suo tempo: ormai la Croce ci fa sbadigliare…».

L’a-teologia di Emil Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu | Filosofiablog

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Cioran, Al di là della filosofia

cover-cioran-al-di-lc3a0-della-filosofiaLeggo e volentieri segnalo una breve recensione di Paolinelli sul nuovo libro di Antonio Di Gennaro dedicato a Emil Cioran:

https://patriziopaolinelli.wordpress.com/2015/02/10/benjamin-fondane-e-cioran/

“Fondane era davvero… un guerriero. Era intellettualmente molto aggressivo, sempre contro o a favore di qualcosa […] Fondane aveva una presenza imponente, tutto si animava intorno a lui; eravamo molto lieti nel sentirlo parlare”. Questi e altri ricordi di Emil Cioran sulla figura dello scrittore moldavo scomparso nel 1944 sono oggi contenuti in un piccolo tascabile curato da Antonio Di Gennaro e intitolato: “Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane”, (Mimesis Edizioni, 2014, 106 pagg., 6,90 euro).

Il volume raccoglie le interviste concesse da Emil Cioran a Leonard Schwartz (1986), Ricardo Nirenberg (1988), Arta Lucescu Boutcher (1992) e una breve lettera dello stesso Cioran alla moglie di Fondane, Geneviève Tissier. Lettera che ha un valore documentale e tratta quasi esclusivamente questioni editoriali relative alla pubblicazione del manoscritto di Fondane “Baudelaire e l’esperienza dell’abisso”. Così come in “Esercizi di ammirazione” anche in queste interviste Cioran parla ampiamente della personalità di Fondane tratteggiando il ritratto di un individuo tormentato, di un solitario che adorava parlare abbandonandosi a monologhi che a quanto pare incantavano gli ascoltatori (Cioran in testa), di un intellettuale che esercitava un’attrazione straordinaria confermata peraltro dal successo di cui godeva nella Francia degli anni ’30 (persino durante la guerra la libreria tedesca di boulevard Saint-Michel esponeva in vetrina libri di Fondane). A una richiesta di colloquio per discutere di Fondane così risponde Cioran: “Gentilissimo Sig. Nirenberg, La ringrazio per la sua lettera, ma ci tengo ad ogni modo a precisarle che conosco in maniera del tutto insufficiente il pensiero di Fondane. In compenso, potrei parlare dell’uomo e dell’essere di grande fascino che ho conosciuto”. E così sarà sia in quell’occasione che in altre.

Cioran vive il suo rapporto con Fondane come un’esperienza esistenziale e vede l’amico come un uomo in cui dimensione umana e ricerca intellettuale sono inseparabili. Coerenza ontologica che segna tragicamente la vita di Fondane: un ebreo che in piena occupazione nazista della Francia anziché nascondersi va a spasso per Parigi come se nulla fosse e per di più senza indossare la Stella di David; un uomo che può salvarsi dalla deportazione (in quanto sposato con un’ariana), e che invece segue ad Auschwitz la sorella maggiore, Lina, per non abbandonarla al suo destino. Cioran spiega la tragica decisione dell’amico in modi diversi: afferma che Fondane era in qualche modo attratto dal disastro, che era rassegnato alla fatalità, che aveva delle idee sbagliate sulla sua situazione di ebreo internato nel campo di Drancy (a pochi chilometri da Parigi) illudendosi di non essere deportato in Germania, infine, che non prese alcuna precauzione perché aveva superato la condizione umana.

Certo non è facile capire perché Fondane scelse di andare incontro a una simile sorte. Sicuramente le motivazioni addotte da Cioran vanno approfondite. E questo eventualmente sarà compito di chi vorrà occuparsene. “Al di là della filosofia” pone il problema. E non è un problema da poco. Così come aiuta a fare luce sulle affinità tra Cioran e Fondane. In entrambi insiste una concezione scettica dell’esistenza, il primato assoluto del soggetto sul mondo e la comune idea di superamento della filosofia. Opzioni che imparentano strettamente i due scrittori all’opera di Lev Isaakovič Šestov. E’ noto, per loro stessa ammissione, che entrambi erano intellettualmente debitori nei confronti del pensatore russo. Per quanto riguarda Fondane, Cioran è netto: “Šestov fu un grande evento della vita di Fondane. Attraverso Šestov, Fondane si convertì alla filosofia. Ma ciò che è straordinario è che il poeta ha cominciato dalla fine della filosofia. In altri termini Fondane era al di fuori e al di là della filosofia”. E Come Šestov, Fondane pensava infatti che i problemi autentici sfuggissero ai filosofi e che la verità andasse cercata nella letteratura anziché nella filosofia, tant’è che entrambi furono molto influenzati da Dostoevskij.

Tra i motivi per i quali Fondane tenta di andare al di là della filosofia c’è la sua insoddisfazione per i limiti del linguaggio. Cioran è ancora più radicale. Per lui la filosofia è una cosa futile: “Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima”. Riescono i due pensatori ad andare oltre la filosofia? No. Per il semplice motivo che un tale superamento non può avvenire a causa dei moti interiori o delle riflessioni di singoli intellettuali per quanto stimolanti e rivelatrici possano essere le loro idee. E tuttavia oggi il superamento della filosofia è in larga parte avvenuto. Ma non sono stati né Fondane né Cioran a determinarlo. La filosofia ha oggi un ruolo marginale nella sfera pubblica a causa dei processi che hanno condotto all’attuale assolutismo del mercato sulla società. In altre parole, il pensiero unico ha oscurato quelle forme di sapere che mettono in discussione lo status quo e che immaginano un mondo alternativo. Il ritorno di Fondane sulla scena editoriale dopo tanti anni di oblio, così come il successo commerciale di Cioran si spiegano all’interno dell’attuale congiuntura storica: dopo che il pensiero critico di matrice marxista è finito all’angolo, all’occidentale colto e magari insoddisfatto della propria vita ecco che l’industria culturale propone autori che non disturbano le scelte politico-economiche del neoliberismo.

Scelte responsabili del disagio materiale ed esistenziale di milioni di persone. Sia Fondane che Cioran basano il loro pensiero su un individualismo estremo e ipotizzano il disimpegno da azioni collettive per il cambiamento del mondo. Per loro la società quasi non esiste. Cosa potrebbero chiedere di meglio le élite dominanti? Tormentatevi pure fin che volete, sembra dire il potere economico. Tormentatevi così come ha fatto Cioran, che ha parlato di suicidio per tutta la vita (ed è morto a 84 anni in un letto d’ospedale). Fate del tragico l’oggetto della vostra ricerca esistenziale così come ha fatto a Fondane. Ma non disturbate i padroni del vapore.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 febbraio 2015.

Cioran e la rivista Alkemie

006-alkemie-cioranALKEMIE è una rivista semestrale, pubblicata in francese, che si può trovare sul web al seguente indirizzo:

http://www.revue-alkemie.com/

Pur essendo variegata nei contenuti dei diversi articoli, ogni numero è dedicato a un particolare tema.

Qui di seguito quanto pubblicato, dal 2008 ad oggi, dall’Associazione culturale L’Orecchio di Van Gogh, la stessa Casa editrice del controverso libro di Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (2010):

01. Métaphore & concept
02. Le fragmentaire
03. L’autre
04. Le rêve
05. Le vide
06. Cioran
07. La solitude
08. Le mal
09. L’être
10. Le destin

Scrive Nicolas Cavaillès (curatore delle “Oeuvres” di Cioran della prestigiosa collana “La Pléiade” di Gallimard e autore di un recente libro “Cioran malgré lui. Écrire à l’encontre de soi“) nella home page della rivista:

L’idea di una rivista internazionale in lingua francese che abbraccia letteratura e filosofia ha il grande merito di proporre una prospettiva transdisciplinare: è più che benvenuto il fatto che esista, senza parlare di opere letterarie a dimensione filosofica (da Omero a Kafka), o di opere filosofiche a dimensione letteraria (Seneca, Nietzsche), soprattutto nelle zone di lingua francese, con un Montaigne, con un Pascal e con un Cioran, una lunga e fortunata tradizione letteraria che ha rifiutato separati dogmi per installarsi in quell’unità che è il pensiero umano [mia traduzione].

La rivista è gratuita e liberamente scaricabile dal sito.

Il numero 6 risale a dicembre 2010 e, come si può vedere, è completamente dedicato a Emil Cioran.

Nella prima sezione di questo numero, Agora, troviamo dei confronti tra Cioran e Constantin Noica o con Unamuno, nonché articoli che analizzano il rapporto tra Cioran e la filosofia.

La seconda parte invece è un dossier tematico relativo alla corrispondenza, arte in cui Cioran eccelleva.

Qui ci sono anche due testimonianze “dirette” di frequentazione con Cioran: mi riferisco a Roland Jaccard (autore di “Cioran et compagnie”, PUF, Paris, 2005) e a Jacques Le Rider (con cui condivideva l’interesse per il controverso autore di “Sesso e carattere“, Otto Weininger).

Infine c’è una terza sezione, intitolata Dès/Deux ordres du monde et du langage, che possiamo forse definire come la parte più letteraria del numero.

Segnalo, tra gli altri, l’affascinante articolo del “nostro” Massimo Carloni (uno dei due autori italiani – l’altro è Antonio Di Gennaro– che collaborano con la rivista e attento studioso di Cioran, di cui ho parlato nel precedente post) che indaga il rapporto di Cioran con la musica (Bach, Brahms e non solo).

Alla fine troviamo anche due interessanti interviste di Mihaela-Genţiana STĂNIŞOR (direttrice della rivista e anch’essa attenta studiosa di Cioran) con Roland Jaccard e Renzo Rubinelli, nonché alcune foto di quest’ultimo – nella sua ormai famosa visita in Romania (per la raccolta di materiale per la tesi) – con Cioran, con il fratello Aurel e con il filosofo Constantin Noica.

Nel leggere la rivista, prendo sempre più coscienza del fatto che per approfondire Cioran bisogna accedere al materiale francese, essendo purtroppo quello italiano limitato in quantità e qualità (coltivando nel contempo la speranza che in Italia si muoverà prima o poi qualcosa in tal senso).

Dal prossimo numero – precisamente dal numero 11- “Le bonheur” – la pubblicazione della rivista sarà curata dalla Casa Editrice Mimesis Edizioni di Sesto San Giovanni (MI).

E’ possibile scaricare il numero dedicato a Cioran dal sito indicato sopra oppure direttamente da questo link: Alkemie CIORAN nr 6-2010.

L’intervista di Christian Bussy a Cioran

Grazie all’impegno di Massimo Carloni *, è stata tradotta in italiano una video-intervista inedita del 1973 di Emil Cioran, da parte del giornalista Christian Bussy, recuperata recentemente da Antonio di Gennaro (come ci informa lo stesso autore).

Massimo Carloni, che ha curato il libro “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” di Friedgard Thoma e che è il “traduttore” di altri video su Cioran (che è possibile vedere anche su questo post), cortesemente, mi ha anche rilasciato due righe di introduzione, che riporto qui interamente:

L’intervista di Christian Bussy a Cioran, è stata trasmessa dalla Radio-Télévision belga della Communauté française (RTBF), il 4 Aprile 1973.

Nel marzo del 1990, in occasione della pubblicazione in Francia di Sur le cimes du désespoir, la televisione francese aveva programmato la trasmissione dell’intervista, ma Cioran all’ultimo momento si oppose, così come riportò il Nouvel Observateur Livres del periodo, che in esclusiva pubblicò qualche estratto dell’ «interview que vous ne verrez pas à la télévision».

Nel giugno 1995, all’indomani della morte, l’intervista venne finalmente trasmessa anche Francia, suscitando l’emozione di Simone Boué nel rivedere ancora “vivo” il suo Cioran: «Due settimane fa, dopo aver visto in TV un’intervista rilasciata nel 1972 [1973] alla televisione belga, dove era così brillante, straordinario, così interamente se stesso, mi son detta: “no, no, non è morto”»[1].

In seguito l’intervista è stata trasmessa anche dalla Televisione Romena, mentre è inedita in versione italiana. Christian Bussy ha gentilmente messo a disposizione dell’amico Antonio Di Gennaro – studioso di Cioran che sta raccogliendo tutti gli entretiens ancora inediti – la trascrizione completa dell’intervista (un po’ più lunga rispetto alla versione trasmessa in TV della durata di circa 30 min.) da cui sono stati tratti i sottotitoli in italiano.

[1] Lettera di Simone Boué a Wolfgang Kraus del 7 luglio 1995. La lettera fa parte del carteggio tra Cioran e Wolfgang Kraus, in uscita nel 2014 in traduzione italiana, con il titolo: Agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus (1971-1990), presso Edizioni Bietti.

Nell’intervista, Bussy definisce Cioran “il testimone dell’inquietudine del nostro tempo” e fa quasi tenerezza l’avvertenza “vi chiedo di fare qualche leggero sforzo di attenzione per abituarvi al suo accento franco-romeno e alla rapidità del suo eloquio”, essendo “la prima volta che Cioran viene intervistato”.

Nell’intervista c’è molto del Cioran più autentico, come si può intuire da alcuni scambi di battute:

Bussy: “Paul Valéry rispondeva alla domanda ‘Perché scrivete?’ e lei?”

Cioran: “Per debolezza. No, è molto di più che per debolezza, per miseria interiore. Per tracollo addirittura. E quindi alla fine, per necessità. E’ per non gridare, per non urlare”.

“Mi sento prossimo a Baudelaire e a Pascal (che non sono dei ribelli) perché hanno il sentimento dell’Irreparabile”.

“Apprezzo molto Dostoijesky perché in lui c’è un miscuglio di distruzione che sfocia in altro, di estremo.
Vivere è distruggersi non tanto per una carenza ma per una sorta di pienezza pericolosa.
Non c’è niente di deprimente in questo, i personaggi di Dostojevskij sono semidei”.

“Ho la passione dell’amicizia, l’uomo che ho apprezzato di più in gioventù è un romeno che non ha scritto nulla ma che è un uomo straordinario. Così come ci sono molti uomini straordinari al di fuori del circuito intellettuale, più lucidi di me (la lucidità è la qualità più eminente di una persona, la qualità più importante, di un uomo che ha compreso) quindi più superiori ed ero molto contento di frequentarli”.

“Ho letto molte biografie di suicidi da giovane e devo dire che ne ho tratto molto beneficio” perché “il dramma non è morire, è nascere”.

Nel descrivere il suo personale e per certi versi conflittuale rapporto con la scrittura, si comprende perché la lettura di Cioran non può lasciare indifferente:

“Si scrive per fare del male, per sconcertare. Uno scrittore che, in un modo o nell’altro, non vi martirizza, non mi interessa”.

“I miei lettori sono poveracci, delle persone pietose, degli sventurati e per la maggior parte sono nevrotici. Beh, leggere certe mie cose è stata per loro una sorta di liberazione”.

http://www.youtube.com/watch?v=LhR536ao_cg&feature=em-upload_owner

Ringrazio Massimo Carloni per la disponibilità.

Per chi volesse approfondire, la rivista Orizzonti culturali italo-romeni – che dedica uno spazio esclusivo a Cioran (Spazio Cioran) – ha pubblicato un’intervista a quest’ultimo che è possibile leggere qui  (n. 7, luglio 2012, anno II).

Alla domanda “Com’è arrivato a conoscere l’opera di Cioran?” Massimo risponde:

Nella prima metà degli anni ’90 m’imbattei in qualche suo aforisma, riportato in un libro sul Pensiero negativo e la nuova destra, dove Cioran era frettolosamente annoverato tra gli scrittori del tramonto, sulla scia di Nietzsche, Spengler, Bataille, ecc. Furono sufficienti due o tre formule, da cui emanava una luce particolare, miracolosa, per decidere di approfondire l’opera di questo scrittore a me sconosciuto, definito magiaro (sic!) in quel saggio. Così, ammaliato dal titolo, scelsi la ‘Tentation d’exister’. La vera folgorazione, tuttavia, avvenne quando da Parigi mi portarono in regalo il volume delle Opere edito da Gallimard. Il contatto diretto col suo francese, ad un tempo levigato e dirompente, fu decisivo. Mi commossero poi le foto della sua mansarda. Quest’uomo – mi dissi – non si limita a meditare intorno all’essenziale: lo vive.

Queste sensazioni accomunano chi si approccia al pensiero e allo stile di Cioran. Chiunque esso sia, me compreso. Ed è in fondo il motivo della sua grandezza.

* Massimo CARLONI – studi in scienze politiche e filosofia all’Università di Urbino. Ha dedicato diversi studi a Cioran, pubblicati in volumi collettanei e in rivista internazionali. Ha realizzato il progetto editoriale per la traduzione italiana del libro di Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (éd. l’Orecchio di Van Gogh, 2009). Libri di prossima pubblicazione: edizione italiana delle lettere di Cioran al fratello (con H.- C. Cicortaş, Archinto, Milano, 2014), a Wolfang Kraus (con Pierpaolo Trillini, Bietti, Milano, 2014), e la corrispondenza Eliade-Cioran (con H.- C. Cicortaş, 2015).

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