La scoperta di Cioran

La mia personale “scoperta” di Cioran nasce in libreria con il libro “Storia e Utopia”.

Proprio come è successo all’autore di questo articolo-recensione su “L’inconveniente di esser nati”, altro libro a cui sono molto legato.

Lo ripropongo quindi volentieri, per affinità esperienziale.

Dice Emilio Sanfilippo che lo ha chiamato “Aforismi post-metafisici” perché “la metafisica e la teologia sembrano il territorio comune a tutti gli aforismi di Cioran che lucidamente le presuppone prendendone largamente le distanze”.

L’articolo è del 2009 e si trova sul sito di sitosophia al seguente link:

http://www.sitosophia.org/recensioni/linconveniente-di-essere-nati-di-emil-cioran/

Aforismi post-metafisici per un pensiero quotidiano*

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Cioran, l’antimoderno

Ho una specie di orrore per la cosiddetta conversazione intellettuale. Sono sempre vissuto al di fuori di quell’ambiente“.

Coerentemente con questa “specie di orrore”, Cioran rifiuterà prestigiosi premi letterari (tranne il premio Rivarol, per opportunità economica, nel 1950 con Précis de décomposition).
Del resto, dichiara a Giuseppe Scaraffia in questa intervista comparsa nel 1997 (in occasione della pubblicazione dei Cahiers 1957-1972) sul Corriere della Sera:
Non sono uno scrittore, sono soltanto una persona che riflette su certi problemi, ma non scrive romanzi o racconti“.

Per alcuni critici (attenti più alla etichetta che alla sostanza) non sarà nemmeno un filosofo, solo perché non ha elaborato quello che si definisce un “sistema filosofico”.

La verità è che Cioran lo è indubbiamente, perché si è scontrato con gli abissi e le domande più scomode dell’essere umano.
E in più è uno filosofo con uno stile da grande letterato, “erudito e fulminante”.
Jean Montenot su L’Express (01/04/2011) lo ha definito una “personalità gentile e discreta [..] che esprime in un francese sobrio e conciso tutto il tragico e l’irrisorio dell’esistenza umana” .

Può essere che non abbia davvero inventato nulla, ma lo ha fatto in modo egregio. Leggi il resto dell’articolo

Quella fiera con Cioran

Se la Fiera del libro di Torino, pur avendo la Romania come paese ospite, è stata ingiustificatamente priva di qualsiasi iniziativa riguardante Cioran, diversamente la Fiera del libro di Parigi, in collaborazione con l’Istituto Culturale Rumeno, ha dedicato nel 2011 un congresso dal titolo “Cioran, le pessimisme  jubilatoire” con studiosi di spessore (a proposito che fine ha fatto il nostro Andrea Mario Rigoni?) nonché la proiezione di un film documentario di Iliesiu “L’Apocalisse di Cioran”.

Il dibattito si può trovare in rete in formato audio e in francese (diviso in 4 parti) a questo link:
http://www.franceculture.fr/plateformes-arts-et-lettres/litterature/cioran-le-pessimisme-jubilatoire

mentre il documentario,  in spagnolo, ma sottotitolato in inglese è questo:

http://www.youtube.com/watch?v=78y06QkpnC8

Il prossimo anno sarà ospite, per una coincidenza singolare (!), alla fiera parigina, la Romania.
Di seguito la presentazione (che ho tradotto dal francese) delle iniziative di cui ho parlato.
Vedremo la differenza, ma la sensazione è che Parigi non si lascerà sfuggire l’occasione, come ha fatto Torino.

Versione originale: http://www.salondulivreparis.com/?IdNode=1969

Scomparso nel 1995, Emil Cioran, filosofo rumeno di lingua francese, avrebbe avuto cento anni l’8 aprile 2011. Lo si è definito stilista del disperazione, aristocratico del dubbio, dandy metafisico… Ma chi era Cioran? Chi è questo personaggio venuto in Francia all’età di 26 anni e che, dopo avere scritto cinque libri in rumeno, sposa il corsetto del francese, “una lingua inaccessibile, troppo nobile, troppa distinta”, per farne “la lingua di un maestro”? …

In occasione del centenario della nascita di Cioran, l’Istituto Culturale Rumeno invita dei pensatori europei a riflettere insieme sulla vita ed il pensiero di questo maestro del paradosso, in occasione del congresso “Cioran: le pessimisme  jubilatoire”, che avrà luogo nel cuore del salone del libro 2011, il 18 e il 19 marzo, sala Nota Bene – Porte de Versailles.
Il congresso europeo “Cioran: le pessimisme  jubilatoire” presenta dibattiti con specialisti dell’opera di Cioran, un’intervista filmata con Emil Cioran in prima visione in Francia, oltre che degli incontri editoriali.
Moderatori: Horia-Roman Patapievici fisico e filosofo rumeno, Presidente dell’Istituto Culturale Rumeno e presidente in carica del EUNIC – l’Unione Europea degli Istituti Culturali Nazionali; Giorgio Banu, professore all’università Sorbona Nouvelle – Parigi 3 e saggista, critico teatrale.
Partecipanti: Ingrid Astier, Nicolas Cavaillès, Aurélien Demars, Sylvie Jaudeau*, Roland Jaccard*, Vincent Piednoir, Pierre Pachet, Fernando Savater, Barbara Scapolo*, Sorin Alexandrescu, Sorin Iliesiu, Irina Mavrodin*, Simona Modreanu, Mihaela-Gentiana Stanisor, Florin Turcanu (* da confermare; lista non esaustiva)

Presentazioni e discussioni attorno ai temi: Cioran il filosofo; Cioran lo scrittore (le particolarità stilistiche, gli scritti rumeni, le traduzioni ed i traduttori della sua opera); la vita di Cioran.

In più…

Per il centenario dell’anniversario di Emil Cioran, l’Istituto Culturale Rumeno di Parigi organizza la prima proiezione francese del film “l’Apocalisse secondo Cioran”.
Il regista, Sorin Iliesiu, risponderà alle domande del pubblico dopo la proiezione di venerdì, il 18 marzo 2011, alle 10:00.

Quella fiera senza Cioran 2

La Fiera del libro di Torino si è conclusa da poco, ma nessun evento di rilievo- come già previsto- ha interessato Cioran.

Nulla di fatto, anzi “nulla totale” visto che, per “gravi problemi di salute di Paolo Benvegnù”, è stato annullato anche il reading (?) previsto.
Ho avuto modo tuttavia di appurare che l’interesse per Cioran in realtà è più vivo di quello che appare.
Ho sentito alcuni che chiedevano informazioni, altri che si accertavano cosa contenesse un cd con l’effigie di Cioran in copertina, altri che sfogliavano i pochissimi libri (seminascosti!) dedicati a questo autore nello stand della Romania, paese ospite.

 
Ho così chiesto agli organizzatori come mai questa assenza.

La risposta è stata molto “balcanica”:
“C’è già stato il centenario l’anno scorso su Cioran”.
Come a dire: “per quale motivo riprendere il discorso?”.

Be’ che dire? Forse proprio Cioran avrebbe apprezzato.

Gli incontri parigini tra Cioran e Herta Müller

Herta Müller, scrittrice tedesca di origine rumene, è quasi sconosciuta in Italia.
Eppure nel 2009 ha vinto il prestigioso Nobel Prize .

In occasione dell’imminente Fiera del Libro di Torino (con Romania paese ospite, come ho già indicato nel precedente blog) la Müller ha scritto domenica scorsa, 06 maggio, un articolo su Cioran in “La Lettura”, prestigioso allegato domenicale del Corriere della Sera.
L’articolo, oltre ad affrontare il complesso rapporto tra Cioran e la Romania, parla degli incontri avuti con Cioran  (“lui mi cercò”) a Parigi.
Purtroppo non indica una data, nemmeno approssimativa ma, a giudicare dalla cruda descrizione: “ecco un uomo le cui gambe si trascinano anziché reggere, le cui mani spargono intorno anziché versare nel bicchiere, la cui bocca nel mangiare lascia cadere il boccone, anziché inghiottire”, doveva essere già il periodo in cui Cioran combatteva con il morbo di Alzheimer (quindi dovremmo essere negli anni ’90). Leggi il resto dell’articolo

Quella fiera senza Cioran

Quest’anno alla Fiera del libro di Torino (10-14 maggio) ci sono ben due paesi ospiti: Spagna e Romania.
Del primo segnalo la presenza di Savater, di cui ho già parlato in un precedente post (link)
Della Romania, nella presentazione, si fa ovviamente anche il nome di Cioran:

“La cultura romena, meno conosciuta in Italia di quel che merita, ha dato al Novecento grandi protagonisti: lo storico delle religioni Mircea Eliade, il drammaturgo Eugène Ionesco, il filosofo Emil Cioran sopra tutti.”

Andando a sbirciare il programma, tuttavia, dei tre autori orgogliosamente menzionati, troviamo ben poco (sic).

Su Cioran segnalo praticamente l’unico evento, un reading (credo musicale) del cantautore Paolo Benvegnù al seguente link:

http://www.salonelibro.it/it/organizza-la-visita/programma/domenica-13/details/4485-paolo-benvegnu-reading-su-cioran-dimensione-musica.html 

Quando: domenica 13.05.2012 12.00 h
Dove: Auditorium DM
a cura di Dunter e Salone del libro
Interviene: Guido Andruetto

Decisamente troppo poco, un’occasione mancata…

Documentario video su Cioran

Anche su Youtube si può trovare diverso materiale su Cioran.

In questo post propongo un documentario francese di Patrice Bollon e realizzato da Bernard Jourdain, che mi sembra uno dei più completi.

I sottotitoli in italiano sono di Karl Max ossia di Massimo Carloni che ha curato anche il libro “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” di Friedgard Thoma, di cui ho parlato nel precedente post.
Dello stesso video esistono anche alcuni estratti.

Il documentario è diviso in 4 parti che ripropongo qui di seguito.

 

 

 

 

Un amore di Cioran

Uno dei siti multilingue più completi su Cioran è www.cioran.eu, copyright Project Cioran Website.
Il sito è gestito in ben sette lingue diverse (ma con materiale diverso per ogni lingua).
L’italiano è relegato in “Other languages” tra altre sei lingue (tra cui il croato, il suomi, il vietmanita), ma presenta una bibliografia interessante.
Se ho ben capito, a gestirlo è lo stesso autore del libro “Cioran, malgré lui” (2011), Nicolas Cavaillès, che è anche il curatore della prestigiosa edizione Le Pléiade dedicata al Nostro.
Non è molto aggiornato, ma contiene un bel po’ di materiale, in parte anche interessante.

Propongo in questo post un articolo di Franco Volpi che parla del libro “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” di Thoma, l’insegnante tedesca amica-amante di un Cioran ormai avviato alla fine.
Il libro è utile soltanto alla ricostruzione di una parte della biografia di Cioran, nulla aggiungendo o togliendo alle idee principali della sua produzione.
L’unico pregio (non trascurabile) è la presenza di alcune lettere scritte da Cioran, altrimenti destinate all’oblio.
E’ ingeneroso tuttavia ritenerlo un libro destinato soltanto a solleticare le voglie vojeristiche per una storia d’amore improbabile quanto assurda.

Così il pessimista assaporava il proibito

Nulla è più triste dell’intelligenza, quando la vita la deride.
Il vecchio Cioran – scettico, lucido, tagliente – sembrava l’intelligenza fatta persona.
Nella sua forma più caustica ed esasperata.Eppure anche lui fu sorpreso dalla vita.
Con uno scherzo maliardo e fatale che lo colse del tutto impreparato. E alla prova del quale il maelström nero e tetro del suo pessimismo si tinse di rosa. La sua coerenza di pensiero, coriacea e inattaccabile, d’un tratto si liquefece.

Siamo agli inizi del 1981. Una giovane insegnante tedesca di filosofia, Friedgard Thoma, estasiata dai suoi sillogismi dell’amarezza, prende carta e penna e gli scrive una lettera. Un messaggio in bottiglia cui affida la propria ammirazione di anonima lettrice, senza alcuna speranza che l’illustre destinatario lo raccolga. Invece, con somma sorpresa, l’ormai settantenne scrittore-filosofo le risponde a giro di posta.
In un ottimo tedesco, imparato negli anni Trenta nella Berlino di Hitler.
Dopo averle manifestato il proprio compiacimento, conclude: «Se dovesse venire a Parigi, mi farebbe piacere conoscerla».

Galvanizzata dall’insperata considerazione, Friedgard gli spedisce una sua foto. Istinto femminile? Civetteria fatale?
Fatto sta che di lì a qualche settimana, dopo un convulso scambio epistolare, si ritrova a passeggiare per Parigi, mano nella mano, con il vecchio pensatore. Ne nasce una storia d’amore impossibile: incontri fugaci, telefonate interminabili, un frenetico andirivieni di lettere tra Parigi e Colonia.

Friedgard ha oggi deciso di rendere pubblica la sua relazione con Cioran in un racconto in cui ha incastonato le loro lettere e le foto scattate insieme. “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” è il titolo del bel libro uscito in Germania contro il parere degli amici dello scomparso (Um nichts in der Welt. Eine Liebe von Cioran, Weidle Verlag, 139 pagg., euro 19).
Il titolo è l’inizio di una frase di Colette – Pour rien au mondes – che il 19 giugno 1981 Cioran vergò per la giovane amante sul tovagliolo di un ristorante parigino. E che recita: «Per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’uso lirico e vagabondo del suo tardo autunno».

Una storia d’amore incredibile. Per Cioran tanto ubriacante quanto illusoria e fatale, per Friedgard spiritualmente eccitante ma improbabile dal punto di vista anagrafico e fisico. Eppure l’imprevedibile meccanica dell’amore consente uno scambio: lui assapora avidamente la sua giovinezza, lei ottiene la sua intelligenza e pensieri fulminanti.

Dopo il primo incontro – Friedgard è appena ripartita per Colonia – il vecchio filosofo si precipita a scriverle. Le confessa di «avvertire un’attrazione perversa per il suo corpo». È la mattina di Pasqua. Insoddisfatto della comunicazione epistolare, maledettamente differita, la chiama al telefono. Ahimè, la trova a letto con il compagno. Scornato, riattacca. L’idea di un possesso non esclusivo lo tortura: «Mi prende una terribile gelosia all’inevitabile pensiero che durante questi maledetti giorni di Pasqua lei stia assieme al suo compagno».
Friedgard cerca di rintuzzare la sua possessiva invadenza giocando la carta della filosofia. Lo richiama al suo professato libertinaggio, al suo scetticismo, a una maggior coerenza con le proprie idee.

A lui però nulla importa più della relazione erotica con lei. Esclusiva. Dal filosofo ci si attenderebbe saggezza. Ma è un uomo anche lui: venderebbe l’anima al diavolo per un pezzo di carne giovane. Per Friedgard Cioran è perfino disposto a cambiare il suo pensiero.
Per esempio smussa il suo antimodernismo reazionario: «Da quando la conosco credo al progresso – per via del telefono».
Anziché la noia del vivere e l’ossessione del suicidio, cavalca ora con disinvoltura l’immaginazione.
Ogni appiglio è buono per declinare la malinconia, l’insonnia, la nausea, il suo ben noto cafard, con il nuovo furore che lei gli ispira: l’eros.
E che lo induce a proposte indecenti del tipo: «Vorrei sprofondare per sempre la mia testa sotto le tue sottane».
Insomma: «Sei ormai il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e infelicità che mi sia capitata».

Friedgard invece – candida e ingenua alla scuola del pensiero quanto navigata in quella dell’amore – lo frena.
Dopo la prima entusiastica ubriacatura di eros e intelligenza, si ancora con saggezza alla realtà e al suo cinico richiamo: «Non si scopa l’intelligenza». Insomma, non dimentica l’impietosa differenza ontologica che li separa: «Tu sei vecchio, io giovane».

Affiorano anche piccinerie piccolo-borghesi. Come quando Cioran evita con accortezza che Friedgard incroci Simone Boué, la compagna con cui abita nella mansarda di Rue de l’Odéon. La prima volta approfitta di un’assenza di Simone da Parigi. La seconda affitta all’Hotel Brésil un’alcova per i loro incontri. Finché, per merito di Friedgard, la relazione si farà triangolare.

Che dire di tutto ciò? Come valutare questo libro dall’incontestabile appeal? Ancora una volta la storia di Aristotele e Fillide?
Del saggio che cede alle venustà femminili? La filosofia osservata dal buco della serratura? Sarebbe un giudizio riduttivo.
Perché qui Cioran, sotto la spinta della passione, esce allo scoperto. Mette in gioco tutto se stesso per avere partita vinta.
Svela angoli remoti della sua psiche, risvolti sorprendenti del suo carattere, le sue passioni e le sue idiosincrasie.
Esterna per esempio una malcelata antipatia per Celan, che pure lo ha tradotto e introdotto in Germania.
Attirato dalla sfida dell’eterno femminino, lascia che siano lumeggiati a giorno i fondali segreti del suo pensiero.
Un pensiero che lui stesso, nudo di fronte allo sguardo femminile che lo penetra, definisce così: «Un misto di filosofia e poesia, ma preferendo la seconda. Con residui di teologia e infetto dal virus della mistica».

Un libro, insomma, che si legge d’un fiato e che si può accompagnare con un altro fascinoso documento, un disco con le registrazioni originali di conferenze, interviste e discussioni di Cioran: Cafard. Originaltonaufnahmen 1974-1990 (CD e libro, a cura di Thomas Knöfel e Klaus Sander, con una postfazione di Peter Sloterdijk, [supposé] Verlag, euro 35).

Triste è l’epilogo. Verso la fine del 1989 il carteggio si interrompe. Cioran perde colpi, il suo circuito mnesico è interrotto.
Non ricorda, non connette più. Lei va a trovarlo con Simone nell’ospizio dove è ricoverato.
Ormai spento, attende soltanto che cali definitivamente il sipario: 21 giugno 1995.
Dopo il decesso, Friedgard resta in contatto con Simone. La compagna di Cioran elabora il lutto trascrivendo le mille pagine dei Cahiers, che non vedrà però stampate. Poco prima della pubblicazione, l’11 settembre 1997, annegherà nell’Atlantico.
Per Friedgard, che la conosce bene, si tratta di un suicidio.
Perché se davvero la vita non è bella, come voleva Cioran, allora almeno la morte può essere più bella siamo noi a decidere quando.
Simone ne è stata capace, Cioran no.
Il libro di Friedgard è due cose insieme: un’elaborazione del lutto e una fuga dal suicidio.

Franco Volpi

“La Repubblica”, Roma, 26.7.2002

Le cene con Cioran

Nel 2011, centenario della nascita di Cioran, ci sono state diverse iniziative in tutto il mondo per ricordare lo scrittore rumeno.
Questo articolo di Pietro Citati, una delle più prestigiose firme giornalistiche italiane, ha un taglio leggermente diverso dagli altri.
Diviso sostanzialmente in due parti: la prima, con alcuni personali e “umanissimi” ricordi sugli incontri con Cioran presso la “chambre de bonne” di rue Odèon, 21 e la seconda che è invece un commento sul libro “La caduta nel tempo”.
Interessante l’accostamento tra Cioran e Pascal e i moralisti francesi.
Interessante ma inconsueto il confronto con Kafka.
Non dimenticando che “la sua vera atmosfera è il dubbio”, perché Cioran “vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale”.

 

Emile Cioran.Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico

di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.

Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.
Quando viveva Cioran, non c’era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l’Odèon, dove egli abitava.
Non c’era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle “chambres de bonne” dove i signori dell’Ottocento rinchiudevano le loro domestiche.
Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.
Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d’albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l’avrebbe cambiata con un’altra.
Tutto vi era incredibilmente minuscolo.
Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto.
C’erano libri su una sedia e per terra.
Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest’uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l’angelo offrì a Giovanni nell’Apocalisse.
Infine varcavamo l’ultima porticina, ed entravamo nel “salotto” – nessuno lo chiamava così -, dove Simone e Cioran ricevevano.
Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice.
Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo.
Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda.
Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado.
Non ostentava autorità né prestigio.
Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà.
Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi.

Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel 1964 [in Italia pubblicato nel 1995]: La caduta nel tempo.
Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile».
Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro è una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c’è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate – e accettate o condannate – davanti all’osservatorio di una mente impersonale.
Come in Pascal, la tensione è così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico.
Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno.
Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l’Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza.
Non c’è scrittore moderno più denso di Cioran.
Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all’esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta.
Non c’è mai un piano o un progetto.
Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida.
Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica.
Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell’aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge.
Sempre abbiamo l’impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero.
E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa.
La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato.
Come Kafka, anche Cioran sogna non l’albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l’Albero della vita:
«esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti».
Fino all’ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l’innocenza, l’universo prima della caduta, l’uno, l’eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l’io, la natura umana, la conoscenza.
Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l’Indistruttibile in noi non è stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto.
Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell’Albero della vita.
L’atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe.
Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti.
E l’uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore.
Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell’Essere».
E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran.
Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell’inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza.
Così Cioran condivide con Dio e l’uomo una doppia caduta.
Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l’orrore della caduta.
Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all’uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell’autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l’unico fondamento della sua vita.
«Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all’Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l’uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell’uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti».
Il dio e l’uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione.
In Cioran vi è l’eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l’uomo si raccoglie una rabbia terrificante.
Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso.
Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l’aridità, la sterilità, l’inutilità filosofica, l’atmosfera di carcere.
In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale.
Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove.
Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l’ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l’immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto.
Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?».
E’ l’immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.
La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione.
Eppure c’è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell’Apocalisse, che assume due forme.
La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l’uomo un’era senza desideri, liberata dal peso dell’antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell’impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione».
La seconda è terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l’angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c’è più presente. Non c’è più istante o movimento.
E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno.
Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.

Pietro Citati

Cioran e la morte dell’utopia

Quand’è che la gente si agita? Quando crede nell’ avvenire: è questa l’utopia. Ma quando si dubita dell’avvenire, quando la gente non trova risposta ai propri interrogativi, allora l’utopia è praticamente impossibile.

Cioran, in questa intervista comparsa nel 1988 ne “La Repubblica”, rilasciata a Benedetta Craveri, non parla in realtà soltanto del tema dell’utopia.
Ci sono riflessioni sul suo essere scrittore ormai famoso (“Non è tanto l’ aspetto filosofico dei miei libri che piace ai giovani, quanto piuttosto il mio cinismo”) e sulla scrittura in generale.
C’è anche una difesa a Eliade, dopo le critiche per i suoi rapporti con la Guardia di Ferro:
“se esisteva al mondo una persona apolitica, che non si interessava, non capiva niente di politica, che non leggeva nemmeno i giornali, questi era Eliade”.

Anche lui successivamente sarà travolto dalle stesse accuse del suo amico rumeno, in particolare dopo il libro di Laignel-Lavastine (in Italia pubblicato dalla Utet nel 2008 con il titolo “Cioran, Eliade e Ionesco. Il fascismo rimosso”).
Forse la frase “trovo tutte queste polemiche piuttosto ridicole e assurde” è anche un’autodifesa di un pensatore che può a ragion veduta affermare:
“Viviamo in un’ epoca in cui il disinganno è generale. In questo, i miei libri erano in anticipo di vent’anni.” Leggi il resto dell’articolo

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