Cioran e la castagna

In quest’articolo, uscito sul Riformista il 13 giugno 2010 (purtroppo senza firma), riprendo l’argomento Cioran/Thoma.

E’ lo stesso giornalista che scrive:

Si dirà che è pettegolezzo filosofico, roba da servitù origliante in cucina: lo ha detto la cerchia degli amici di Cioran, quando il libro è apparso in Germania. Ma la filosofia la fanno gli uomini, anche se è decaduto il costume di chieder conto ai filosofi della loro vita, quasi fosse una grossolanità. E invece la collazione tra le due fonti, la dottrina professata in pubblico e quel che è accessibile della vita privata, porta spesso lumi: purché non la si usi per un richiamo poliziesco alla coerenza – il più insipido dei valori – ma come occasione per gettare un occhio alla minuta esistenziale da cui prende forma un pensiero“.

“Occasione”  che, in maniera generale, può essere condivisibile, ma in questo caso il rischio del “richiamo poliziesco alla coerenza” è più che fondato.

Del resto molti sono convinti che la colpa (e il limite) di questo autore è stato proprio il mancato suicidio.

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Cioran, l’antimoderno

Ho una specie di orrore per la cosiddetta conversazione intellettuale. Sono sempre vissuto al di fuori di quell’ambiente“.

Coerentemente con questa “specie di orrore”, Cioran rifiuterà prestigiosi premi letterari (tranne il premio Rivarol, per opportunità economica, nel 1950 con Précis de décomposition).
Del resto, dichiara a Giuseppe Scaraffia in questa intervista comparsa nel 1997 (in occasione della pubblicazione dei Cahiers 1957-1972) sul Corriere della Sera:
Non sono uno scrittore, sono soltanto una persona che riflette su certi problemi, ma non scrive romanzi o racconti“.

Per alcuni critici (attenti più alla etichetta che alla sostanza) non sarà nemmeno un filosofo, solo perché non ha elaborato quello che si definisce un “sistema filosofico”.

La verità è che Cioran lo è indubbiamente, perché si è scontrato con gli abissi e le domande più scomode dell’essere umano.
E in più è uno filosofo con uno stile da grande letterato, “erudito e fulminante”.
Jean Montenot su L’Express (01/04/2011) lo ha definito una “personalità gentile e discreta [..] che esprime in un francese sobrio e conciso tutto il tragico e l’irrisorio dell’esistenza umana” .

Può essere che non abbia davvero inventato nulla, ma lo ha fatto in modo egregio. Leggi il resto dell’articolo

Gli incontri parigini tra Cioran e Herta Müller

Herta Müller, scrittrice tedesca di origine rumene, è quasi sconosciuta in Italia.
Eppure nel 2009 ha vinto il prestigioso Nobel Prize .

In occasione dell’imminente Fiera del Libro di Torino (con Romania paese ospite, come ho già indicato nel precedente blog) la Müller ha scritto domenica scorsa, 06 maggio, un articolo su Cioran in “La Lettura”, prestigioso allegato domenicale del Corriere della Sera.
L’articolo, oltre ad affrontare il complesso rapporto tra Cioran e la Romania, parla degli incontri avuti con Cioran  (“lui mi cercò”) a Parigi.
Purtroppo non indica una data, nemmeno approssimativa ma, a giudicare dalla cruda descrizione: “ecco un uomo le cui gambe si trascinano anziché reggere, le cui mani spargono intorno anziché versare nel bicchiere, la cui bocca nel mangiare lascia cadere il boccone, anziché inghiottire”, doveva essere già il periodo in cui Cioran combatteva con il morbo di Alzheimer (quindi dovremmo essere negli anni ’90). Leggi il resto dell’articolo

Le cene con Cioran

Nel 2011, centenario della nascita di Cioran, ci sono state diverse iniziative in tutto il mondo per ricordare lo scrittore rumeno.
Questo articolo di Pietro Citati, una delle più prestigiose firme giornalistiche italiane, ha un taglio leggermente diverso dagli altri.
Diviso sostanzialmente in due parti: la prima, con alcuni personali e “umanissimi” ricordi sugli incontri con Cioran presso la “chambre de bonne” di rue Odèon, 21 e la seconda che è invece un commento sul libro “La caduta nel tempo”.
Interessante l’accostamento tra Cioran e Pascal e i moralisti francesi.
Interessante ma inconsueto il confronto con Kafka.
Non dimenticando che “la sua vera atmosfera è il dubbio”, perché Cioran “vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale”.

 

Emile Cioran.Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico

di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.

Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.
Quando viveva Cioran, non c’era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l’Odèon, dove egli abitava.
Non c’era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle “chambres de bonne” dove i signori dell’Ottocento rinchiudevano le loro domestiche.
Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.
Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d’albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l’avrebbe cambiata con un’altra.
Tutto vi era incredibilmente minuscolo.
Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto.
C’erano libri su una sedia e per terra.
Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest’uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l’angelo offrì a Giovanni nell’Apocalisse.
Infine varcavamo l’ultima porticina, ed entravamo nel “salotto” – nessuno lo chiamava così -, dove Simone e Cioran ricevevano.
Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice.
Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo.
Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda.
Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado.
Non ostentava autorità né prestigio.
Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà.
Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi.

Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel 1964 [in Italia pubblicato nel 1995]: La caduta nel tempo.
Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile».
Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro è una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c’è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate – e accettate o condannate – davanti all’osservatorio di una mente impersonale.
Come in Pascal, la tensione è così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico.
Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno.
Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l’Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza.
Non c’è scrittore moderno più denso di Cioran.
Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all’esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta.
Non c’è mai un piano o un progetto.
Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida.
Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica.
Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell’aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge.
Sempre abbiamo l’impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero.
E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa.
La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato.
Come Kafka, anche Cioran sogna non l’albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l’Albero della vita:
«esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti».
Fino all’ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l’innocenza, l’universo prima della caduta, l’uno, l’eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l’io, la natura umana, la conoscenza.
Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l’Indistruttibile in noi non è stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto.
Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell’Albero della vita.
L’atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe.
Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti.
E l’uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore.
Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell’Essere».
E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran.
Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell’inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza.
Così Cioran condivide con Dio e l’uomo una doppia caduta.
Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l’orrore della caduta.
Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all’uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell’autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l’unico fondamento della sua vita.
«Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all’Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l’uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell’uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti».
Il dio e l’uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione.
In Cioran vi è l’eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l’uomo si raccoglie una rabbia terrificante.
Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso.
Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l’aridità, la sterilità, l’inutilità filosofica, l’atmosfera di carcere.
In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale.
Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove.
Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l’ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l’immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto.
Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?».
E’ l’immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.
La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione.
Eppure c’è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell’Apocalisse, che assume due forme.
La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l’uomo un’era senza desideri, liberata dal peso dell’antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell’impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione».
La seconda è terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l’angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c’è più presente. Non c’è più istante o movimento.
E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno.
Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.

Pietro Citati

Cioran, il giovane hitleriano

Nel 2009 viene tradotto per la prima volta in francese uno dei libri più discussi di Cioran: “Schimbarea la fata a Romaniei” del 1936.
Il Corriere della Sera ne propose un breve estratto che, pur essendo già noti i contenuti, sorprese allora non pochi e continuerà a sorprendere ancor oggi tanti intellettuali e lettori appassionati.

Su questo aspetto ritornerò più volte, anche perché la questione è delicata e complessa.

Dovrei dire, come sempre in questi casi, “bisognerebbe contestualizzare lo scritto” ma preferisco piuttosto sottolineare l’estremo pudore con cui Cioran parlerà di questo scritto: non rinnegherà nulla del suo passato -come tanti ipocriti e opportunisti hanno fatto o avrebbero potuto fare- e lo riterrà più che altro un conturbante effetto del proprio entusiasmo giovanile. Leggi il resto dell’articolo

Il rosso e il bianco di Nicolas de Staël

E. Cioran definì la pittura di Nicolas de Staël (1914-1955) “folgorante”, in particolare nell’uso del colore rosso. In quest’articolo, scritto direttamente da Cioran e tradotto per il Corriere della Sera dal francese da Mario Andrea Rigoni, c’è però un altro elemento da prendere in considerazione. De Staël, inquieto e provocante (esattamente come Cioran) soffriva di insonnia, un malessere che Cioran conosceva bene sin da “Al culmine della disperazione“.
Amaramente dirà: “sarei sicuramente diventato suo amico, giacché esiste una complicità fra gli insonni”.

Nicolas de Stael, la morte arriva da una tela bianca Leggi il resto dell’articolo

Quel cretino di Cioran

Curioso articolo questo dell’on. Vertone Saverio (tra l’altro recentemente scomparso) scritto nel 1993 sul Corriere della Sera.
Non so se per pregiudizio verso un autore considerato di destra (Vertone era comunista) oppure per sincera opinione personale.
Emerge un quadro di Cioran singolare, dove si intravede una genialità alternata alla “cretinaggine” (!): opinione difficilmente condivisibile, così come quella di ritenere Cioran “banale” e “snob”, un “anacoreta in frac” (ma siamo sicuri che si tratti dello stesso Cioran? quello turbato dalla perdita dello status di studente perché non avrebbe più potuto mangiare alla mensa universitaria?)
Un giudizio espresso tuttavia quasi con timore :
“Attribuire a Cioran il dono della stupidità puo’ sembrare azzardato “.
Lanciandosi successivamente in elucubrazioni azzardate:
“dove c’è intelligenza la cretineria le farà inesorabilmente il verso riproducendosi con la prolificita’ dei topi”.
Concordo.

IMBARAZZANTI BANALITA’ E VUOTI LUOGHI COMUNI NEI ” SILLOGISMI DELL’ AMAREZZA ” EDITORE ADELPHI

CIORAN, PERFETTO GENIALE CRETINO? Leggi il resto dell’articolo

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