Lo zibaldone di Cioran

giacomo-leopardiPoco prima della pubblicazione in Italia dei “Quaderni 1957-1972” di Emil Cioran, sul Corriere della Sera compariva un interessante articolo di Mario Andrea Rigoni in cui si evidenziava l’affinità di Cioran al nostro Leopardi.

“Affini nell’atteggiamento, lo sono anche nelle convinzioni ultime”: entrambi lucidi e pertanto di un pessimismo estremo ma in fondo amanti  della vita (nel senso più raffinato del termine) e avidi lettori.

Nell’articolo si trova anche una lettera (allora) inedita di Cioran inviata a Rigoni (e qui tradotta dallo stesso): un giudizio sulla recente morte dell’amico scrittore Michaux, di cui si disse che solo l’ingombrante presenza di Albert Camus non gli concesse il Nobel.

Ricordo che Mario Andrea Rigoni, oltre che attento studioso di Leopardi e amico di Cioran, ha scritto su quest’ultimo “In compagnia di Cioran” (Il notes magico, 2004), “Ricordando Cioran” (La scuola di Pitagora, 2011) e “Cioran dans mes souvenirs” (Puf, 2009).

Buona lettura.

http://archiviostorico.corriere.it/2001/giugno/03/CIORAN_libro_segreto_delle_illusioni_co_0_0106036533.shtml

AUTOBIOGRAFIE APPUNTI, RIFLESSIONI, OSSERVAZIONI, ABBOZZI, ESERCIZI: LE ANNOTAZIONI PRIVATE DEL GRANDE SAGGISTA-FILOSOFO USCIRANNO IN ITALIANO DA ADELPHI. LO ZIBALDONE DI EMIL CIORAN

Il libro segreto delle illusioni

“Michaux, diabolicamente intelligente. Ma perche’ ha scritto cosi’ tanti libri?”

AUTOBIOGRAFIE Appunti, riflessioni, osservazioni, abbozzi, esercizi: le annotazioni private del grande saggista-filosofo usciranno in italiano da Adelphi

CIORAN Il libro segreto delle illusioni di MARIO ANDREA RIGONI

I trentaquattro «Quaderni» che Cioran ha tenuto fra il 1957 e il 1972 sono andati incontro alla medesima sorte che ha avuto lo «Zibaldone di Pensieri», composto tra il 1817 e il 1832 da Leopardi, uno dei poeti che egli venerava di più, benché ne avesse una conoscenza piuttosto scarsa: in entrambi i casi, un’ enorme massa di appunti, osservazioni, riflessioni, abbozzi ed esercizi, messa insieme a titolo esclusivamente privato nell’ arco di un quindicennio, non solo si è rivelata una preziosa fonte di derivazione e di illuminazione dell’ opera edita, ma si è costituita essa stessa in una sorta di opera, comunque in un emozionante documento intellettuale, letterario e umano, degno di essere pubblicato come tale.
E’ ciò che, per Cioran, hanno fatto saggiamente dapprima l’ editore Gallimard, a due anni dalla morte dell’ autore (1995), e adesso anche Adelphi grazie all’ eccellente traduzione di Tea Turolla: era stata Simone Boué, la compagna di Cioran, anche lei nel frattempo scomparsa, che aveva deciso di sottrarre i «Quaderni» alla distruzione alla quale erano stati destinati e che ne aveva fatto una vastissima scelta per la stampa.
Questi due zibaldoni postumi sono in realtà l’ autobiografia segreta, il romanzo intellettuale e metafisico che i loro autori non hanno mai scritto né voluto scrivere.
Espressione diretta e costante di un io ferito, si possono definire due libri romantici sotto molti aspetti: a incominciare dalla scelta del frammento.
Sia Leopardi sia Cioran adottano questa forma perché, non diversamente da Friedrich Schlegel, essi stessi si sentono «uomini a frammenti», schegge di una totalità perduta e tuttavia instancabilmente cercata o rimpianta.
«Tutti i miei libri sono mezzi-libri, saggi nel senso proprio del termine», confessa Cioran, proprio come ammetteva Leopardi nella lettera a Charles Lebreton: «Ho scritto soltanto saggi, considerandoli sempre dei preludi, ma la mia carriera non è andata oltre».
La modestia ammirevole di queste dichiarazioni è reale e sincera, ma non deve essere interpretata come un semplice fatto psicologico.
Il frammento è infatti lo stile che meglio aderisce alla vita spezzata dell’ uomo moderno e che, in pari tempo, più si sottrae alla tirannia dell’ idea e alla falsità del sistema.
Scrittori di questa natura sono per l’ appunto catturati dall’ esistenza, dagli esseri e dalle cose, non dalle filosofie, dalle scuole, dai metodi, che essi respingono come astrazioni sospette e convenzioni interessate; sprofondati nell’ essenziale, attirati in pari tempo dalla fisiologia e dalla metafisica, estranei ai gerghi e alle mode, trovano più verità nell’ esperienza di una portinaia o di una prostituta che nelle disquisizioni dei professori e dei critici.
Affini nell’ atteggiamento, lo sono anche nelle convinzioni ultime.
Tra le tante analogie che ricollegano Cioran a Leopardi, non per trasmissione di idee dall’ uno all’ altro ma per appartenenza a una stessa famiglia spirituale, basterà citare quella, capitale, che si riferisce al tema dell’ irrealtà del mondo e dunque della paradossale sostanzialità dell’ illusione, di cui sono entrambi così impregnati da esprimersi negli stessi termini.
Nei «Quaderni» di Cioran si legge questo aforisma: «Se tutto è illusorio, di reale non vi è per l’ appunto altro che l’ illusione».
Sembra la voce di Leopardi, che nello «Zibaldone di Pensieri» annotava:
«Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che, tutto il reale essendo un nulla, non v’ è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni».
Proprio da questo nichilismo, non privo di sfondo religioso, deriva la straordinaria vitalità delle mille pagine in cui Cioran ha registrato dubbi, ossessioni, preghiere, esecrazioni, capricci, incontri occasionali, ricordi d’ infanzia, lutti familiari, letture, annotazioni politiche, linguistiche, musicali (il suo idolo è Bach), osservazioni sulle razze e sui popoli (ebrei, tedeschi, francesi, spagnoli, romeni), giudizi su autori venerati (Tacito, Marco Aurelio, Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Saint-Simon, Joubert, Baudelaire, Dostoevskij, Emily Dickinson, Simmel, Rozanov, Yeats, Connolly) o poco amati (Heidegger, Sartre, Blanchot) oppure ammirati e poi, almeno in parte, rifiutati (Shelley, Rilke, Chestov, Valéry), notizie o aneddoti su amici (Celan, Henry Corbin, Michaux, Beckett, Ionesco) e su nemici (mai nominati, anche se spesso riconoscibili), perplessità tanto ricorrenti quanto ingiustificate sul valore dei propri libri e perfino sulla legittimità del proprio statuto di autore.
Alla fine tutto si riconduce al fatto che Cioran – grande scrittore che non cessa di deplorare la futilità della letteratura – interpreta la vita e il pensiero non come un mestiere, ma come un destino: donde la singolarità e l’ immediatezza folgorata della sua esperienza.
A ciò ha voluto rendere omaggio Simone Boué nelle poche pagine, orgogliose e dolenti, premesse ai «Quaderni», nelle quali rivendica a Cioran, contro «la muta dei benpensanti» scatenatasi di recente, il patto di solitudine e destino.
Occorre solo aggiungere che a questo patto sembra essersi misteriosamente sottomessa lei stessa, creatura nella quale la bruciante intelligenza si univa a una timidezza angelica. Sopravvissuta a Cioran due anni, che impiegò per trascriverne i «Quaderni», nel settembre 1997 fu travolta da un’ ondata in riva all’ Atlantico: una fine accidentale che aveva peraltro tutti i segni di un compimento.

Il libro: «Quaderni 1957-1972» di Émile Cioran è edito da Adelphi (pp. 1250, lire 80.000) con la traduzione di Tea Turolla. Il volume sarà in libreria nelle prossime settimane

L’ INEDITO «Michaux, diabolicamente intelligente Ma perché ha scritto così tanti libri?»

Mio caro amico, la ringrazio delle parole così generose rivolte alla mia vecchia Tentation (La tentation d’ exister, ndr.), che non le merita – ma alla fine fanno piacere – Ho riletto il saggio sugli Ebrei e penso che non sia troppo datato. – Ma parliamo piuttosto di un avvenimento: la morte di Michaux. Eravamo molto legati; lo ammiravo ma, curiosamente, non avevo affetto per lui. Il suo spirito corrosivo, intrattabile, «cattivo» mi piaceva (poteva essere sbalorditivo a cena!); tuttavia era scrittore, troppo scrittore. Questo lato «uomo di lettere», per nulla percepito negli ambienti letterari dai quali egli rifuggiva per calcolo, era comunque reale. Un falso solitario. Che importa! Era diabolicamente intelligente. Ma perché ha scritto tanto? E’ stato vittima del suo lato assiduo, laborioso, del suo lato belga. Gliene voglio perché non aveva niente di un fallito. Caraco, per anni, mi ha inviato i suoi libri con dediche lunghe e solenni nelle quali diceva che lui e io eravamo i «grandi incompresi» del nostro tempo. In questo modo ha finito coll’ esasperarmi, e un giorno li ho gettati nella spazzatura. Ho letto recentemente Madame mère est morte: è notevole, mentre gli altri libri erano splendidamente scritti e vuoti. Su Jean Rostand ho scritto soltanto una pagina, pubblicata quando era vivo (in un numero speciale di omaggi prevalentemente scientifici): gliene mando la fotocopia in ragione di un pensiero folgorante di Guyau (un filosofo che si leggeva ancora al tempo della mia giovinezza). Grazie della pena che lei si dà per far pubblicare i miei scritti nel «Corriere». Visto lo stato di atonia in cui sono, non credo che mi sia possibile farle giungere nel prossimo futuro un testo propriamente inedito. Cerchi di venire a Parigi in gennaio come promesso. Simone e io ce ne rallegriamo fin d’ ora. Venga anche perché possiamo visitare finalmente le mostre di cui tutti parlano e che non abbiamo più il coraggio di andare a vedere da soli. Con la nostra più affettuosa amicizia per lei, Luisa e Alberto. Cioran

Il testo: la lettera inedita, qui riportata, fu scritta da Émile Cioran a Mario Andrea Rigoni da Parigi il 6 novembre del 1984.

Tra gli autori citati da Cioran ci sono il poeta e pittore francese di origine belga Henri Michaux (1899-1984) e i filosofi Albert Caraco (1919-1971) e Jean Rostand (1894-1977). La traduzione è del destinatario.

CHI E’

Filosofo, saggista, scrittore. Francese di adozione Cioran (Cioranescu, il suo vero cognome) è nato nel 1911 in Romania dove ha svolto studi in filosofia. Inizialmente bergsoniano, rivolge successivamente il suo interesse a Nietzsche. E’ nel 1937 che viene inviato dall’ Istituto francese di Bucarest in Francia, dove resterà fino alla sua morte, avvenuta nel 1995

I LIBRI

La sua produzione filosofica, anche se è difficile parlare di filosofia nel caso di Cioran, è quasi del tutto in lingua francese con l’ esclusione del suo primo libro scritto a 22 anni in romeno: «Pe culmile disperarii» («Al culmine della disperazione», ed. Adelphi 1998). Cioran fu a lungo accusato per le sue dichiarazioni giovanili antisemite e filohitleriane. Posizioni poi riviste in età matura. Sulla vicenda è fondamentale la biografia di Cioran scritta da Patrice Bollon (Cioran l’ eretico)

IL FRANCESE

La sua è considerata una delle più belle prose in francese. «Ho scritto in romeno fino al ‘ 47 – ha raccontato lo stesso Cioran – Quell’ anno mi trovavo in una casetta a Dieppe, e traducevo Mallarmé in rumeno. Di colpo, mi son detto: “Che assurdità! Che senso ha tradurre Mallarmé in una lingua che nessuno conosce?”. Allora ho rinunciato alla mia lingua. E mi sono messo a scrivere in francese».

IN ITALIA

I libri di Émile Cioran in Italia sono tradotti da Adelphi. Nella collana «Biblioteca Adelphi»: «Al culmine della disperazione», «La caduta nel tempo», «La tentazione di esistere», «L’ inconveniente di essere nati». Mentre nella «Piccola Biblioteca Adelphi» sono usciti: «Esercizi ammirazione», «Il funesto demiurgo», «Lacrime e santi», «Sillogismi dell’ amarezza», «Storia e utopia»

Rigoni Mario Andrea

Pagina 25
(3 giugno 2001) – Corriere della Sera

Cioran – Da razzista fanatico a pessimista scettico

cioran-trasfiguration-roumanieDopo la pubblicazione della Transfiguration de la Romanie  (pubblicata originariamente in rumeno nel 1936 ma epurata dalle parti più controverse – ancora da tradurre in Italia) e di alcuni scritti inediti nei Cahiers dell’editore L’Herne nel 2009, l’opinione e l’immagine di Emil Cioran nel mondo cambiò radicalmente.
Alcuni passaggi hanno letteralmente scioccato molti lettori ed intellettuali, affascinati dallo stile cristallino dello scrittore- filosofo franco-romeno. Perfino lo stesso editore, nel presentare il libro, fu costretto a prendere le distanze da alcune affermazioni definite, senza mezzi termini, xenofobe e antisemite.
In una lettera al fratello Aurel nel 1973, Cioran scrisse:
«L’ epoca in cui ho scritto Trasfigurazione della Romania è per me incredibilmente lontana. A volte mi domando se sia stato proprio io a scriverlo. In ogni caso, avrei fatto meglio ad andare a spasso nel parco di Sibiu… L’ entusiasmo è una forma di delirio.»
L’antisemitismo che compare in questi scritti rumeni scompare del resto totalmente e perfino si ribalta nel libro De la France (anche questo non ancora tradotto in italiano).
Di seguito, potete trovare un breve articolo del Corriere della Sera del 2009 che percorre questa “parabola” di un pensatore inquieto che – detto per inciso ma non secondariamente –  non può essere pienamente compresa senza una minima conoscenza del contesto storico della Romania degli anni ’30-’40.

http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/30/razzista_fanatico_pessimista_scettico_co_9_090630041.shtml

LA METAMORFOSI

Da razzista fanatico a pessimista scettico

Il ritratto maledetto di Emil Cioran, filonazista e antisemita, è di fronte a noi.

D’ora in poi, nemmeno i suoi più appassionati sostenitori potranno fingere di ignorarlo.

Antidemocratico, disposto a sacrificare la vita di «qualche imbecille» sull’altare della rivoluzione con la svastica, pronto a inchinarsi al culto del Führer, nemico dell’ umanitarismo («un’ illusione») e del pacifismo («una semplice masturbazione politica»), impaziente di «versare il sangue delle bestie»: tutto questo è parte della sua biografia personale.
Emerge dal libro di inediti pubblicato in Francia dai Cahiers de l’ Herne.
Come se il mostruoso ritratto in soffitta conservato da Dorian Gray, nel racconto di Oscar Wilde, valesse anche per l’ autore de Il funesto demiurgo.
Con un’avvertenza: quel Cioran, che all’ascesa del potere di Hitler aveva 23 anni, sparì, insieme ai fumi della giovinezza, nel 1941.
Fu sostituito, dopo il trasferimento a Parigi, dal Cioran autore del saggio De la France – anch’esso sinora inedito e appena pubblicato da L’ Herne – in cui l’ ebreo prima odiato si trasformò d’ improvviso in un «fratello nel dolore».
Sicché le pagine dei Cioran uno e due – il filonazista fanatico e il democratico scettico – testimoniano il dramma della resipiscenza e pongono la domanda: perché una metamorfosi così radicale?
L’ipotesi più affascinante si ritrova nella prefazione di Alain Paruit a De la France: lo scrittore ha sentito il bisogno di schierarsi dalla parte dei vinti francesi, fino a quel momento disprezzati, avendo sperimentato la volgarità dei nazisti vincitori.
Tutto ciò che lo aveva animato sino ad allora, quel «bisogno insaziabile di una follia in azione» (per dirlo con le sue stesse parole), quel «fanatismo volontario» che gli aveva fatto desiderare d’ immergersi nella realtà, di sfuggire all’accidia intellettuale per mezzo di una fede violenta, gli si era rivelato di colpo fango e cenere.
Si è fatta strada in lui la consapevolezza del tremendo abbaglio: da allora in poi non avrebbe preso più niente sul serio, ogni slancio del cuore sarebbe stato filtrato dalla sua celebre filosofia pessimistica, e alla fine avrebbe pronunciato una sentenza di colpevolezza per l’ umanità in blocco.
Fu insomma una specie di disgusto per il se stesso di un tempo che impedì all’ adulto di credere in qualcosa?
In queste pagine compare un giovane Cioran filosovietico, oltre che filonazista, sempre schierato dalla parte di tutto quanto lo eccita perché barbarico e totalitario, vitalistico, violento.

Tuttavia, afferma Pietro Citati, uno dei critici più raffinati di Cioran (1911-1995), «hanno fatto malissimo a pubblicare questi scritti che lui detestava e rifiutava, sia politicamente che dal punto di vista morale. Lui dopo di allora era cambiato completamente». Ma non nasceva proprio da là il suo pessimismo metafisico?
«In realtà esso riguardava tutto il mondo, compreso lui stesso. Aveva meditato sulla stupidità umana, muovendo precisamente da ciò che era stato».
Gli risponde il critico Alberto Asor Rosa che ricollega «il caso Cioran ai destini di quella componente intellettuale che fra ‘ 800 e ‘ 900 si imperniò sulla negazione dei princìpi fondamentali della civiltà occidentale».
E però il curatore dell’ edizione italiana delle opere per Adelphi, Mario Andrea Rigoni, pur riconoscendo come «quel passato getti una luce fosca su tutta una generazione che credette nel nazifascismo o nel comunismo», aggiunge: «È istruttivo il fatto che si sia liberato totalmente e assai presto da quell’ infatuazione giovanile».

Fertilio Dario

Pagina 34
(30 giugno 2009) – Corriere della Sera

Cioran, intellettuale senza patria

il giornale-cioranIl quotidiano Il Giornale, giovedì scorso 06 febbraio, ha pubblicato un articolo su Cioran.

Si tratta di una piccola recensione a uno dei due testi recentemente pubblicati dalla casa editrice Mimesis.

In attesa che anche gli altri quotidiani seguano l’esempio, magari con più dovizia di particolari, trasmetto con piacere ai lettori l’articolo, facilmente recuperabile in rete.

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cioran-lesilio-salita-dellintellettuale-apolide-989538.html

Nonostante alcuni diffusi e superficiali pregiudizi, la Romania è una terra ricca di cultura e intrisa di storia latina, patria di alcuni tra gli intellettuali più rappresentativi del Novecento, come Mircea Eliade, Eugène Ionesco, Costantin Noica, Vintila Horia ed Emil Cioran, per citare soltanto i più noti. Di Cioran sono appena uscite da Mimesis due novità librarie che ci confermano la grandezza e la profondità di un autore molto apprezzato in Italia, soprattutto dopo l’approdo all’Adelphi.
L’intellettuale senza patria è una lunga intervista concessa da Cioran, nell’agosto del 1983, al giornalista, scrittore e traduttore statunitense Jason Weiss (pagg. 86, euro 4,90), mentre Il nulla. Lettere a Marin Mincu 1987-1989 (pagg. 92, euro 5,10), è una testimonianza della profonda amicizia che legava Cioran a Costantin Noica, pur nella radicale diversità di opinioni e di pensiero. Geniale, caustico, cinico, aristocratico, Cioran è un vulcano che scaglia lava e lapilli contro tutti, prendendo di mira i luoghi comuni del conformismo intellettuale. Nichilista, soffre la mancanza di senso della vita; figlio di un sacerdote ortodosso, è sprezzantemente ateo; esiliato, sente profondamente le proprie radici romene; coltissimo, critica la vacuità dell’erudizione fine a se stessa; ossessionato dall’idea della morte, considera la possibilità del suicidio l’unica ragione per cui vale la pena di vivere.
Nell’intervista con Jason Weiss parte di cui pubblichiamo in questa pagina, oltre a temi «alti», come l’inevitabile infelicità dell’uomo o l’ossessione per il silenzio, vengono toccati anche argomenti più leggeri e personali. Quindi veniamo a sapere che, assai prima di Haruki Murakami e della sua «arte di correre», Cioran praticava «l’arte di pedalare», che lo guarì da una grave forma di insonnia. Dal 1937 al 1940, infatti, lo scrittore percorse almeno 100 chilometri al giorno su una vecchia bici da corsa, facendo, forse per l’unica volta in tutta la sua esistenza, una vita sana e regolare, salvandosi in tal modo dall’abuso di medicinali e sonniferi che lo stavano avvelenando. Che, al netto di tutte le profonde meditazioni, alla fine «pedalare» sia il vero segreto del vivere bene?

Cioran, falso profeta

cioran-disegnoIn un articolo su La Repubblica del 1993 c’è una critica del giornalista Marcoaldi a Cioran.

Poiché prediligo le critiche agli elogi, la propongo ai lettori.

In effetti, l’articolo contiene anche un interessante confronto con Noica, l'”amico lontano” di Cioran.
L’autore non nasconde di preferire “la maieutica socratica di Noica” all'”estenuato estetismo apocalittico” di Cioran e rimprovera a quest’ultimo di non essersi suicidato e perfino di aver scritto più libri, nonostante avesse dichiarato che il  suicidio fosse l’unica idea originale e che non avrebbe mai più scritto (in realtà, Cioran ha detto soltanto che tutte le sue idee si potevano trovare già nel primo libro “Al culmine della disperazione”).

Buona lettura.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/20/cioran-falso-profeta.html

CIORAN, FALSO PROFETA

Con l’ aria che tira, verrebbe naturale abbandonarsi ad apocalittiche previsioni.
Se ne sta andando un secolo pieno di orrori, il futuro pare non promettere nulla di buono.
E in aggiunta, l’ Apocalisse è sempre un’ ipotesi esteticamente molto attraente.
Oltre che meno faticosa, nella sua univoca tragicità, rispetto a chi voglia accollarsi il peso dell’ intrinseca ambiguità del mondo.
Maestro indiscusso di questo annoiato sguardo sull’abominio della vita, è un signore rumeno, brillante e mondano come pochi, che da oltre quarant’anni vive a Parigi: E.M. Cioran.
Il quale non ha mai lesinato autodefinizioni narcisisticamente denigratorie: “velleitario del Nirvana”, “stilita senza colonna”, “cortigiano del vuoto”, “depresso per decreto divino”.
A volerne riassumere in due parole il pensiero, Cioran ritiene che l’ universo sia il frutto di un dio tarato che ha trascinato l’ uomo dall’originaria innocenza dell’ inerzia, a una frenesia istigatrice d’eventi. Che si ritorce fatalmente contro chi la mette in movimento.
Perché la Storia, lavora sì, ma all’incontrario: gli uomini della Rivoluzione per Bonaparte, Bonaparte per i Borboni, i Borboni per gli Orléans.
Dunque, contro questa assurda spinta ad agire, contro l'”inconveniente di essere nati”, altro non resta che travestirsi da demiurgo alla rovescia, nell’illusione di disporre finalmente del mondo per affrettarne la rovina.
Chiaro che un illuminista un po’ grossier, chiederebbe ragione a Cioran del perché, allora, non l’abbia fatta finita una volta per tutte, visto che già dal suo primo libro il suicidio era indicato come l’unico “pensiero davvero originale” di cui l’uomo sia dotato.
E gli chiederebbe pure come mai, a quel testo, che doveva essere l’ultimo, ne siano seguiti invece infiniti altri (alcuni dei quali, va detto, bellissimi).
Ma sempre definitivi.
Naturalmente fino alla successiva uscita editoriale (l’ultima, indiretta, sono le Conversazioni con Cioran di Sylvie Jaudeau, pubblicato da Guanda).
Queste però, sono obiezioni inutilmente acide.
Molto più consistenti, quelle che gli rivolge Constantin Noica ne L’amico lontano (a cura di Lorenzo Renzi, Il Mulino, pagg. 80, lire 12.000), esordio nel panorama editoriale italiano di quest’ altro pensatore rumeno, animatore intellettuale – sin dagli anni Trenta – di una Bucarest che pur essendo già destinata al baratro della dittatura comunista, era comunque in grado di sfornare menti vivacissime.
Come senz’ altro furono la sua, quella di Cioran, di Mircea Eliade, di Eugene Ionesco.
E dello stesso Paul Celan, che in rumeno scriverà alcune delle sue liriche più belle.
Per tornare ai due amici. Nel 1937 Cioran vince una borsa di studio a Parigi e lascia definitivamente la patria, oltre che la lingua natale: “da oggi scrivo in francese, che è un misto di camicia di forza e salotto”.
Noica invece rimane in Romania, optando per un volontario isolamento.
Rifiuta di intraprendere la carriera universitaria.
Campa con traduzioni di libri gialli e lezioni private (“pure di salto in lungo”). Introduce nel suo paese i classici della filosofia (da Aristotele a Agostino, da Cartesio a Kant), elaborando nel frattempo un suo personale pensiero stoico-diagnostico di cui Sei malattie dello spirito contemporaneo (pure pubblicato da Il Mulino, per la cura di Marco Cugno in questi giorni) è un primo, significativo assaggio.
Ama dire di sé, “non ho biografia, ho solo libri”, ma in realtà pure lui deve fare i conti con la storia: l’omaggio del dittatore Ceausescu alle sue eccessive curiosità culturali sono dieci anni di confino e sei di prigione.
Dopodiché, tornato in libertà, si ritira definitivamente sui Carpazi, dove attorniato da un piccolo manipolo di adepti, vagheggia fino alla sua morte (1987) una filosofia della storia indifferente alle brutture della dittatura comunista.E tutta tesa alla salvaguardia dell’ idioma e della cultura nazionale.
Anche di tutto questo si parla ne L’amico lontano, che consta di uno scambio di epistole, e di due ritratti incrociati, pieni di miele e di fiele.
Ora, lasciando perdere il miele, Cioran racconta dell’ amico come di un irriducibile pedagogo, di un “boia in paradiso”, di un “brillante torturatore”, di un “aguzzino seducente”.
E l’ altro? L’ altro individua in Cioran un tono di scrittura corroborante al punto che è “molto improbabile qualcuno si sia suicidato con un suo libro fra le mani”.
Considerarlo rinnegato solo perché ha abbandonato la Romania? E perché mai.
Curioso, piuttosto, è che dopo aver maledetto la filosofia e la sua fissazione per le “idee chiare e distinte”, abbia scelto proprio la lingua cartesiana per eccellenza, quel francese che incarna la perfetta salute dello spirito e nella quale gli è piaciuto poi trasfondere il succo delle proprie morbosità crepuscolari.
Le “sue parole, abbaglianti come un lampo non accompagnato da alcun tuono”, parlano di una società occidentale dove il dubbio imperversa, dove si invoca la libertà ma nessuno rispetta la forma di governo che la difende e la incarna
Attenzione però, lo ammonisce Noica dal suo imbuto di orrore dei Carpazi.
Le cose sono un po’ più complesse. E’ vero. Perisce l’ Europa dell’esprit de finesse e trionfa quella dell’esprit de géometrie.
Scompare l’intuito e si impone la razionalità.
Questo dramma – di nuovo e sempre quello di Pascal – ha però ben poco da spartire con lo svillaneggiare l’eccesso di libertà davanti a persone che non ne hanno neanche un briciolo.
Con lo sputtanare un mondo “vanamente dinamico” agli occhi di chi patisce l’immobilità assoluta della dittatura comunista, “talmente compresa di sé che ha paura per quello che pensa di fare, e pertanto – con la psicologia del debole – vive incutendo paura nel prossimo”.
Dunque, conclude Noica. Caro amico esiliato, “libellista senza oggetto”. Dovremmo invidiarvi, noi “professionisti del destino senza oggetto”? Mica poi tanto. “C’è un po’ di banalità nella vostra avventura. Persino il vostro scialbo esilio che rischia di spingervi verso la nostalgia e il sentimento, ci sembra poca cosa se paragonato col nostro, di esilio”. Il comunismo è finito, e “al di sopra delle nostre teste di uomini, indaffarati o oziosi, costruttori o demolitori, torreggia qualcosa di cui ignoro l’ aspetto, ma di cui conosco il nome: “Europa”.
Dimenticavo la data: 1957. Ecco perché la maieutica socratica di Noica è meglio dell’estenuato estetismo apocalittico di Cioran.
Non soltanto perché è più generosa, ma anche perché è più preveggente.
Pure il “cortigiano del vuoto” se ne deve essere in qualche modo accorto, se in un soprassalto di sincerità, è costretto ad ammettere: “non ci si apparta sui Carpazi per fuggire il mondo, ma per conquistarlo da lontano”.

di FRANCO MARCOALDI

Al culmine o sulle vette?

Cioran_Sur le cimes“Al culmine della disperazione” è il primo libro di Cioran che l’Adelphi ha tradotto soltanto nel 1998, sebbene la prima edizione sia del 1934 (piccola curiosità: l’edizione originale è quotata ben US$ 2,000).

Scritto in rumeno (da un Cioran ventenne, ma sorprendentemente maturo) con il titolo originale “Pe culmile disperarii“, è stato tradotto in francese con “Sur les cimes du désespoir” nel 1990 dall’editore L’Herne.

Sulla traduzione del titolo in italiano c’è stata una piccola discussione, sulle pagine del Corriere, tra Rigoni e i traduttori, che riporto non tanto per sterile intellettualismo, ma per evidenziare come la traduzione di un autore comporti dei problemi d’interpretazione a partire dallo stesso titolo dell’opera (figuriamoci per l’intero testo). Leggi il resto dell’articolo

Due ottimisti perversi, Cioran e Bufalino

BufalinoGesualdo Bufalino è conosciuto più che altro per “Diceria dell’untore” o al massimo per il Premio Strega, “Le menzogne della notte” .
In realtà, uomo di grande cultura e diversissime passioni (cinema, musica, scacchi, ecc.), fu anche un ottimo traduttore dal francese e dallo spagnolo, nonché fine aforista (una breve selezione si può leggere sul sito di Aforisticamente).
Come si può notare da questi aforismi (uno su tutti: “Diffidate dagli ottimisti, sono la claque di Dio”), Bufalino possiede alcune caratteristiche che facilmente richiamano Emil Cioran.
Ed è proprio questo l’accostamento fatto da Matteo Collura in un articolo sul Corriere della Sera del 23 settembre 2008. Leggi il resto dell’articolo

Cioran e Jean Rostand

Jean RostandIn un breve articolo che scrisse per il Corriere della Sera, grazie all’intercessione di Mario Andrea Rigoni, Cioran, che notoriamente non amava la critica, sottolinea in poche ma dense parole tutto l’interesse per il biologo aforista Jean Rostand, figlio di Edmond (autore del famoso “Cyrano de Bergerac”).
Cioran avverte verso Jean Rostand una vicinanza “solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi”.
A leggere certi suoi aforismi non si può fare a meno di concordare.

http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/24/dubbio_atto_piu_religioso_co_9_080824096.shtml

L’ INEDITO RIFLESSIONE DEL FILOSOFO ROMENO A PARTIRE DALLA LEZIONE DI NIETZSCHE E LA ROCHEFOUCAULD

Il dubbio è l’atto più religioso

La fede, il mistero, il dolore: E. M. Cioran ricorda Jean Rostand

Il testo di E. M. Cioran che pubblichiamo, inedito in italiano, è un omaggio alla figura di Jean Rostand (1894-1977).

Figlio del drammaturgo francese Edmond Rostand, Jean fu un noto biologo, filosofo, divulgatore scientifico e moralista, autore di un libro di aforismi, «Pensées d’ un biologiste», pubblicato da Stock nel 1954 e tradotto anche in italiano: «Pensieri di un biologo» (ultima edizione, Ciarrapico, 1983).
Il testo, speditomi da Cioran su mia richiesta agli inizi degli anni Ottanta, si smarrì tra le mie carte e non fu dunque pubblicato né tra i suoi scritti brevi che allora andavo traducendo per il «Corriere della Sera» né nella raccolta che ne ho fatto successivamente («Fascinazione della cenere», Il Notes magico, 2005).
Riaffiorato adesso, si dà nella mia traduzione dal francese.
Mario Andrea Rigoni

Ogni vero moralista è uno scorticato: non pensa, non può pensare se non a partire da ciò che lo ferisce.
Chamfort, Nietzsche, La Rochefoucauld, Lichtenberg hanno eretto ad aforismi le loro piaghe.
Sofferenza è una delle parole più frequenti in Jean Rostand: sofferenza dell’orgoglio ma anche sofferenza semplicemente, amarezza fondamentale di un uomo che, per sua propria ammissione, si tormenta meno a causa della sua vita che della vita come tale.
Proprio da questa derivano le sue ferite.
Poiché un biologo ottimista è una contraddizione in termini, si definirà lui stesso un biologo ansioso.
Tuttavia, fosse stato astronomo, geologo o qualsiasi altra cosa, la sostanza della sua visione del mondo sarebbe rimasta immutata, anche se indubbiamente non avrebbe raggiunto la stessa intensità tragica, poiché è privilegio della biologia invitare all’abbattimento, giustificare tutti i disgusti e tutte le angosce, essere la terra promessa dell’inconsolato, la provvidenza dell’ansioso per l’appunto.
Ciò che seduce in Jean Rostand è una sfumatura d’elegia, un malessere dei più rari che affiora dalle sue note impersonali e perfino dalle sue boutades.
Si percepisce che Jean Rostand, anche se si giungesse a bandire dal mondo l’incurabile e l’orrido, continuerebbe a provare quella desolazione avida e quella perplessità inesauribile, segni di uno spirito che è vissuto «di fronte all’ essenziale» e che ha potuto legittimamente affermare: «La mia mancanza di Dio non è meno misteriosa del vostro Dio».
L’incredulità ha le proprie profondità esattamente come la fede.
L’una e l’altra, nelle loro forme estreme, comportano rischi e vertigini.
Fra tutti i motti che Rostand ama citare, quello che mi sembra più rivelatore di lui, della sua dimensione ultima, è il seguente: «Il dubbio è l’atto più religioso del pensiero umano» (Jean-Marie Guyau).
Non mi unirei a coloro che rimpiangono che non sia scivolato verso qualche varietà di assoluto, verso qualche chimera originaria o recente.
Mi sento solidale con la sua insoddisfazione e con i suoi dinieghi.
Mi piace perché non ha trovato, perché non poteva e non voleva trovare, mi piace perché in questo secolo di speranze e di terrori grossolani egli illustra per il piacere dei delicati un gusto che si va perdendo: il gusto del disincanto.

Cioran Emile

Pagina 41
(24 agosto 2008) – Corriere della Sera

Romeno ma vissuto a lungo in Francia, Emil Cioran (1911-1995) è autore di importanti opere tra cui Storia e utopia (1960)

Jean Rostand (1894-1977, nella foto), biologo e filosofo, è stato un importante divulgatore scientifico

Quando Cioran diventa uno spot (di destra)

Che Cioran sia un autore caro a una visione politica di Destra è abbastanza evidente.
A parte l’adesione alla Guardia di Ferro di Codreanu, certe sue idee – più che altro giovanili e nazionalistiche – sembrano affascinare certe personaggi di questa area politica.
Inizialmente, proprio a causa di questo,  fu inviso all’intellighenzia francese, europea e mondiale, salvo poi emergere l’effettivo messaggio e valore cioraniano, scevro da qualsiasi colore politico, anzi direi molto più precisamente contro di esso (“per non cedere alla tentazione politica bisogna sorvegliarsi a ogni momento”).

Chi ha letto Cioran sa della sua idiosincrasia verso tutte le illusioni, le ideologie, le utopie.
Era molto più concretamente interessato alla vera essenza delle cose, alla morte, al senso dell’assoluto, del vuoto, del decadimento.

La libertà si può manifestare soltanto nel vuoto delle fedi, nell’assenza degli assiomi, ed esclusivamente laddove le leggi non hanno maggiore autorità di un’ipotesi” (Storia e Utopia, Adelphi, pag. 23).

Pertanto, queste “appropriazioni” mi sembrano fuori luogo, mostruose aberrazioni di raffazzonati politicanti della domenica, che sfruttano le pieghe allusive dello stile aforistico di un pensatore che al contrario era molto poco interessato all’arte di governo e simil giochi di bieco potere.
Che legame c’è tra le frasi di Cioran (qui sotto illustrate) e la “promozione politica” resta per me un mistero.

Che Cioran sia conosciuto è (forse) un bene; che sia spiluccato con la banalità tipica dei famosi cioccolatini è un abominio intellettuale.

Link originale dell’articolo

Venerdì 08 Aprile 2011 19:40

CASAPOUND PESCARA OMAGGIA EMIL CIORAN

Affissi nella notte striscioni e gigantografie

Pescara, 8 aprile 2011 – “Ciò che non è straziante è superfluo”, “ Chiunque non sia morto giovane merita di morire” e altre citazioni di Emil Cioran sono state affisse nella notte, insieme a gigantografie del “Nietzsche dei Carpazi”, dai militanti di CPI Pescara nel giorno del centenario della sua nascita.

Così si è voluto rendere omaggio a Emil Cioran, nato in Romania l’8 aprile 1911: non vero filosofo, né vero scrittore, né vero saggista, Cioran è stato un “ maestro del dubbio” e tutta la sua vita una “cura del dubbio”. Forse è proprio per questo che prima delle stampe di Adelphi ( anni ’80-’90) Cioran è stato totalmente ignorato dall’editoria italiana – specchio di un Paese democraticamente dogmatico – per un buon trentennio.

“Abbiamo voluto sbattere davanti agli occhi di una città dormiente alcuni tra gli aforismi sconvolgenti di Cioran – così Mirko Iacomelli, responsabile provinciale di CPI Pescara, ha commentato l’azione-, che al di là dell’innegabile pessimismo cosmico sono paradossalmente pieni di vita: la vita eroica accettata nella sua tragicità”.

Cioran, l’assillo della fine

Nel 1986, data di questo articolo-intervista di Barbara Spinelli (nota giornalista, figlia di Altiero) su La Stampa, Cioran è praticamente sconosciuto in Italia, anzi diciamo che proprio da quel momento inizia ad essere conosciuto nel nostro paese (confrontare per approfondimenti in questo blog la Categoria “Cioran in Italia), anche grazie alle traduzioni di ben quattro dei suoi libri.

Definito curiosamente l’autore “più comico e più disperato” (“timido e splendente”) il ritratto umano e intellettuale che ne emerge è di quelli più autentici; ci sono tutti i temi principali da sempre prioritari in Cioran, c’è il suo sofferto rapporto con il pensiero, le sue analisi spietate del mondo, il suo stile inconfondibile (è la stessa sensazione, dice Spinelli, che si prova andando sull’altalena). E anche qualche aneddoto, tipo quello su Shakespeare, molto divertente…

Insomma un Cioran in splendida forma, sincero e scettico, anzi a suo dire “scettico fallito” perché il suo “dubbio è troppo voluttuoso per aspirare alla dignità di pensiero scettico”. Leggi il resto dell’articolo

Cioran rumeno e scettico

Recentemente sono stati pubblicati alcuni miei articoli su Emil Cioran.
Gli articoli affrontano due delle più tormentate tematiche di Cioran, la religione e l’essere rumeno.

Poiché lo scopo di questo blog, oltre alla personale necessità di recuperare materiale su Cioran, ha anche lo scopo di diffondere il più possibile la conoscenza dell’autore, prendo atto con soddisfazione che l’attenzione di cui gode è ancora viva, seppure ancora nell’ambito ristretto di pochi aficionados.

 

 

a) Rivista bimestrale  “Non Credo” della “Fondazione Religions Free”, n.18 – Luglio-Agosto 2012

Titolo:  I dubbi religiosi di un non credente

http://www.religionsfree.org/

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Rumeno di nascita e francese per scelta, Emil M. Cioran (1911-1995) è stato uno “scettico religioso e corrosivo”, un pessimista estremamente colto ma capace di nascondere questa erudizione dietro la semplicità di uno stile disarmante. Spirito religioso, attratto più dal misticismo che dall’idea di un dio finalistico, per alcuni sarà soltanto un ateo, per altri un credente o uno gnostico sui generis. Avrà sempre posizioni anticonformiste, paradossali ed estreme: contro la teologia, la santità, e soprattutto contro il cristianesimo, al pari di Nietzsche. Per Cioran le esperienze “autentiche” sono quelle in cui l’individuo si trova – inevitabilmente solo – di fronte alle questioni ultime, senza arretrare. Un autore libero, lacerante, scomodo, non per tutti.

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b) Rivista Orizzonti culturali, n. 8, agosto 2012, anno II

Titolo: Cioran il romeno, storia di un ineluttabile destino

http://www.orizonturiculturale.ro/it_interventi_Giuseppe-Savarino.html

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Giuseppe Savarino analizza il rapporto di Cioran con il suo essere romeno, un rapporto che ha conosciuto notevoli variazioni nel tempo. Con l’avanzare dell’età, Cioran avvertirà prepotentemente il richiamo della propria terra di origine; percepirà istintivamente di essere più romeno di quanto lui stesso volesse o pensasse. Quel fatalismo che aveva attribuito più volte al popolo romeno in realtà gli apparteneva pienamente, come un marchio originario indelebile; anzi, è stato l’elemento portante della filosofia e dello scetticismo che caratterizzerà tutta la sua brillante produzione».

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