Le divagazioni romene di Cioran

divagazioni_lindauLa vita è la morte quotidiana della Convinzione”: così si conclude un recente (ottobre 2016) libro di Cioran, dal suggestivo titolo “Divagazioni”, edito da Lindau:

http://www.lindau.it/Libri/Divagazioni

Si tratta della traduzione italiana di un libro romeno (“Razne”, Humanitas, Bucuresti, 2012), curato da Constantin Zaharia, grande studioso di Cioran, non nuovo al recupero dei manoscritti inediti del Nostro, donati dalla compagna Simone Boué all’archivio della biblioteca Doucet :

https://tuttocioran.com/2012/11/20/biblioteca_doucet_cioran/

La traduzione dal romeno è dovuta alla sapiente opera di un altro attento studioso di Cioran, Horia Corneliu Circotaş; segnalo a proposito, per chi volesse approfondire, una piccola intervista:

http://nonriescoasaziarmidilibri.blogspot.it/2016/10/divagazioni-di-emil-cioran-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

Una vita con Cioran

cioran_simoneLeggo con piacere e trasmetto una recensione di Amelia Natalia Bulboaca al recente libro curato da Massimo Carloni, Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, edito da “La scuola di Pitagora”.

L’articolo originale lo trovate sulla rivista on line “Orizzonti Culturali italo-romeni” al seguente link:

http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-4.html

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La scuola di Pitagora editrice continua la sua marcia alla conquista dell’inedito cioraniano e pubblica un nuovo, importante documento sul Privatdenker di rue de l’Odéon: Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, a cura di Massimo Carloni (pp. 68, € 5,00). Trattasi del dialogo che Norbert Dodille stentatamente riesce a intavolare con Simone Boué – compagna di vita del filosofo – grazie soprattutto alle benevole insistenze di Marie-France, figlia del drammaturgo franco-romeno Eugen Ionescu. È una delle poche volte che questa donna discreta e riservata, donna d’altri tempi – tanto da sembrare un’ombra o persino un’esistenza che era sfuggita di vista a tante persone che avevano conosciuto Cioran – parla pubblicamente di se stessa ma soprattutto della sua vita con Cioran. All’epoca era trascorso solo un anno da quando il filosofo aveva esalato l’ultimo respiro su un letto dell’ospedale Broca, a Parigi. A distanza di un altro anno, nel 1997, anche Simone sarebbe andata incontro al proprio appuntamento con la morte tra le onde dell’Atlantico. Leggi il resto dell’articolo

Cioran, Al di là della filosofia

cover-cioran-al-di-lc3a0-della-filosofiaLeggo e volentieri segnalo una breve recensione di Paolinelli sul nuovo libro di Antonio Di Gennaro dedicato a Emil Cioran:

https://patriziopaolinelli.wordpress.com/2015/02/10/benjamin-fondane-e-cioran/

“Fondane era davvero… un guerriero. Era intellettualmente molto aggressivo, sempre contro o a favore di qualcosa […] Fondane aveva una presenza imponente, tutto si animava intorno a lui; eravamo molto lieti nel sentirlo parlare”. Questi e altri ricordi di Emil Cioran sulla figura dello scrittore moldavo scomparso nel 1944 sono oggi contenuti in un piccolo tascabile curato da Antonio Di Gennaro e intitolato: “Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane”, (Mimesis Edizioni, 2014, 106 pagg., 6,90 euro).

Il volume raccoglie le interviste concesse da Emil Cioran a Leonard Schwartz (1986), Ricardo Nirenberg (1988), Arta Lucescu Boutcher (1992) e una breve lettera dello stesso Cioran alla moglie di Fondane, Geneviève Tissier. Lettera che ha un valore documentale e tratta quasi esclusivamente questioni editoriali relative alla pubblicazione del manoscritto di Fondane “Baudelaire e l’esperienza dell’abisso”. Così come in “Esercizi di ammirazione” anche in queste interviste Cioran parla ampiamente della personalità di Fondane tratteggiando il ritratto di un individuo tormentato, di un solitario che adorava parlare abbandonandosi a monologhi che a quanto pare incantavano gli ascoltatori (Cioran in testa), di un intellettuale che esercitava un’attrazione straordinaria confermata peraltro dal successo di cui godeva nella Francia degli anni ’30 (persino durante la guerra la libreria tedesca di boulevard Saint-Michel esponeva in vetrina libri di Fondane). A una richiesta di colloquio per discutere di Fondane così risponde Cioran: “Gentilissimo Sig. Nirenberg, La ringrazio per la sua lettera, ma ci tengo ad ogni modo a precisarle che conosco in maniera del tutto insufficiente il pensiero di Fondane. In compenso, potrei parlare dell’uomo e dell’essere di grande fascino che ho conosciuto”. E così sarà sia in quell’occasione che in altre.

Cioran vive il suo rapporto con Fondane come un’esperienza esistenziale e vede l’amico come un uomo in cui dimensione umana e ricerca intellettuale sono inseparabili. Coerenza ontologica che segna tragicamente la vita di Fondane: un ebreo che in piena occupazione nazista della Francia anziché nascondersi va a spasso per Parigi come se nulla fosse e per di più senza indossare la Stella di David; un uomo che può salvarsi dalla deportazione (in quanto sposato con un’ariana), e che invece segue ad Auschwitz la sorella maggiore, Lina, per non abbandonarla al suo destino. Cioran spiega la tragica decisione dell’amico in modi diversi: afferma che Fondane era in qualche modo attratto dal disastro, che era rassegnato alla fatalità, che aveva delle idee sbagliate sulla sua situazione di ebreo internato nel campo di Drancy (a pochi chilometri da Parigi) illudendosi di non essere deportato in Germania, infine, che non prese alcuna precauzione perché aveva superato la condizione umana.

Certo non è facile capire perché Fondane scelse di andare incontro a una simile sorte. Sicuramente le motivazioni addotte da Cioran vanno approfondite. E questo eventualmente sarà compito di chi vorrà occuparsene. “Al di là della filosofia” pone il problema. E non è un problema da poco. Così come aiuta a fare luce sulle affinità tra Cioran e Fondane. In entrambi insiste una concezione scettica dell’esistenza, il primato assoluto del soggetto sul mondo e la comune idea di superamento della filosofia. Opzioni che imparentano strettamente i due scrittori all’opera di Lev Isaakovič Šestov. E’ noto, per loro stessa ammissione, che entrambi erano intellettualmente debitori nei confronti del pensatore russo. Per quanto riguarda Fondane, Cioran è netto: “Šestov fu un grande evento della vita di Fondane. Attraverso Šestov, Fondane si convertì alla filosofia. Ma ciò che è straordinario è che il poeta ha cominciato dalla fine della filosofia. In altri termini Fondane era al di fuori e al di là della filosofia”. E Come Šestov, Fondane pensava infatti che i problemi autentici sfuggissero ai filosofi e che la verità andasse cercata nella letteratura anziché nella filosofia, tant’è che entrambi furono molto influenzati da Dostoevskij.

Tra i motivi per i quali Fondane tenta di andare al di là della filosofia c’è la sua insoddisfazione per i limiti del linguaggio. Cioran è ancora più radicale. Per lui la filosofia è una cosa futile: “Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima”. Riescono i due pensatori ad andare oltre la filosofia? No. Per il semplice motivo che un tale superamento non può avvenire a causa dei moti interiori o delle riflessioni di singoli intellettuali per quanto stimolanti e rivelatrici possano essere le loro idee. E tuttavia oggi il superamento della filosofia è in larga parte avvenuto. Ma non sono stati né Fondane né Cioran a determinarlo. La filosofia ha oggi un ruolo marginale nella sfera pubblica a causa dei processi che hanno condotto all’attuale assolutismo del mercato sulla società. In altre parole, il pensiero unico ha oscurato quelle forme di sapere che mettono in discussione lo status quo e che immaginano un mondo alternativo. Il ritorno di Fondane sulla scena editoriale dopo tanti anni di oblio, così come il successo commerciale di Cioran si spiegano all’interno dell’attuale congiuntura storica: dopo che il pensiero critico di matrice marxista è finito all’angolo, all’occidentale colto e magari insoddisfatto della propria vita ecco che l’industria culturale propone autori che non disturbano le scelte politico-economiche del neoliberismo.

Scelte responsabili del disagio materiale ed esistenziale di milioni di persone. Sia Fondane che Cioran basano il loro pensiero su un individualismo estremo e ipotizzano il disimpegno da azioni collettive per il cambiamento del mondo. Per loro la società quasi non esiste. Cosa potrebbero chiedere di meglio le élite dominanti? Tormentatevi pure fin che volete, sembra dire il potere economico. Tormentatevi così come ha fatto Cioran, che ha parlato di suicidio per tutta la vita (ed è morto a 84 anni in un letto d’ospedale). Fate del tragico l’oggetto della vostra ricerca esistenziale così come ha fatto a Fondane. Ma non disturbate i padroni del vapore.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 febbraio 2015.

Tempo e destino al San Raffaele – Milano

Incontro Rubinelli-Tempo e destino 21-11-14Segnalo volentieri la presentazione del libro di Renzo RubinelliTempo e destino nel pensiero di E.M. Cioran” (Aracne Editrice, 2014) domani 21 novembre 2014 all’Università San Raffaele di Segrate-Milano dalle ore 14 alle ore 16.00.

Sarà presente l’autore che, come molti sanno, ha conosciuto personalmente Cioran (nel corso di una visita ai suoi luoghi d’infanzia in Romania) ed era amico del fratello del filosofo, Aurel.

La sua tesi di laurea, da cui il libro trae molta ispirazione, è una delle prime in Italia su Cioran, allora praticamente sconosciuto.

E’ in ogni caso ancora più che attuale nei contenuti, con taglio filosofico ed elementi inediti, e con un’ottima bibliografia per la gioia degli accademici.

Una lettura godibile che non può mancare a chi è interessato a conoscere o approfondire il pensiero del filosofo romeno.

 

http://www.unisr.it/view.asp?id=9765

 

 

 

 

Il carteggio tra Cioran e Wolfgang Kraus

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Di seguito una recente recensione di Giovanni Sessa al libro curato da Massimo Carloni: “Cioran e l’agonia dell’Occidente“, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Bietti.

Si tratta di un ricco carteggio tra Emil Cioran e Wolfgang Kraus, ritrovato per caso, di cui avrò modo di riparlare prossimamente.

Il titolo in qualche modo fa riferimento a un altro libro scritto da un autore ben conosciuto da Cioran ovvero Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

Un passaggio – quello che va dal tramonto all’agonia – tipicamente cioraniano.

Un’altra interessante recensione del libro si può trovare sul sito della rivista culturale Orizzonti culturali:

http://www.orizonturiculturale.ro/it_recensioni_Massimo-Carloni.html

 

IL CARTEGGIO CON W. KRAUS

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo

di Giovanni Sessa

Pochi intellettuali sono riusciti a sviluppare una lucida capacità diagnostica sul corso della storia  europea, quanto Emil Cioran. I lettori abituali delle sue pagine lo sanno bene. Esse sono eleganti sotto il profilo stilistico, scritte per lo più nella lingua d’adozione, un francese terso ed evocativo, e provocatorie nei contenuti. Una recente pubblicazione dimostra, al contrario, come l’esule romeno fosse abile anche nello scrivere in tedesco. E’ da poco nelle librerie, per la prima volta in italiano, il volume L’agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus, edito nella collana Archeometro dalla Bietti (euro 24,00; per ordini: 02/29528929). Il volume raccoglie 158 lettere di Cioran a Wolfgang Kraus, filosofo della cultura austriaco che lavorò per diverse case editrici, 5 missive dello stesso allo scrittore transilvano, due lettere della compagna di Cioran, l’anglista Simone Boué e ben 111 brani tratti dal Diario di Kraus che si riferiscano all’autore di Storia e utopia.

     Il testo, si diceva, nell’originale è stato scritto in tedesco: non casualmente, in quanto Cioran si definiva “ultimo cittadino di Cacania” e aveva iniziato a confrontarsi con la lingua di Goethe, a  Sibiu. Massimo Carloni ricorda in prefazione il tema che attraversa l’intero carteggio: la Finis Europae. Cioran ebbe contezza, fin dalla giovinezza, dell’impossibilità per l’uomo contemporaneo di sottrarsi alla decadenza. Lo attestano le pagine di “Trasfigurazione della Romania”, non ancora pubblicata in italiano (lo farà presto la benemerita Bietti!), dalle quali si rivolse al proprio popolo per incitarlo ad affrancarsi dalle miserie spirituali e per indurlo a porsi lungo le strade della Grande storia. Inascoltato, lasciò il paese recandosi a Parigi. Da allora si fece latore dell’apoteosi dell’invano in ogni suo scritto, oltre che nella vita quotidiana. Paradigma esistenziale della sua scelta può essere considerata la Principessa Sissì d’Austria che, dietro le apparenze formali, celava un profondo senso di disinganno nei confronti del mondo e della storia, tanto che la sua vita, ricorda la caustica penna cioraniana, fu “un raro esempio di diserzione” (p. 23).  E’ questo il tratto essenziale del pensiero di Cioran che bisogna aver presente al fine di contestualizzare l’incontro con Wolfgang Kraus. Questi allora lavorava per la casa editrice Europa di Vienna, per la quale uscì Il Demiurgo funesto dello scrittore romeno. Ne seguì un’amicizia durata tutta la vita, scandita dall’enorme carteggio di cui si discute.

    Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo. In realtà, Cioran fu in contatto con le intelligenze più vivaci del Novecento e se a volte poteva essere infastidito all’invadenza altrui, avvertiva, altresì, un estremo bisogno di comunicazione con chi sentiva simile. Dalle lettere, infatti, emergono una serie di giudizi e opinioni, espressi dai due pensatori, in merito ad intellettuali di grande spessore: da Eliade a Canetti, da Noica a Celan, da Sontag a Klages. L’epistolario può così essere considerato valido ausilio per la comprensione della storia della cultura del Novecento.

   Sia Kraus che Cioran sapevano che la crisi europea era il risultato dell’inaridimento della vita spirituale, del trionfo nel quotidiano degli uomini della vana ricerca del profitto e dell’ingordigia economica. Tutto omologato, pianificato, al punto da rendere la libertà e la felicità, percepibili e comprensibili soltanto per via negativa. I due corrispondenti spiegano anche il successo politico del comunismo in Occidente, in particolare tra gli intellettuali, grazie al: “…fascino del terrore in un mondo vuoto” (p. 25). Inani, nelle analisi dei due, risultano essere i progetti delle sinistre e delle destre di quegli anni, tese a contendersi successi elettorali in nome di obiettivi semplicemente amministrativi: si evince, in particolare nelle parole di Cioran, come egli, già negli anni Settanta, fosse avvertito della lenta trasformazione che il sistema liberal-democratico stava vivendo e che annunciava il Nuovo Regime, la governance. In essa la politica è diventata il mezzo di un altro mezzo, la finanza.

    Il tratto profetico delle esegesi cioraniane si rileva anche in un diverso ambito. Mentre analizza il pericolo sovietico, vissuto dal romeno come un vero dramma epocale, e riconoscendo, in questo contesto, che l’Europa aveva perso la fede nei valori che l’avevano nei secoli resa grande, profetizza un ruolo di grandezza alla Russia anche dopo il disfacimento dell’Urss. Riconosce il ruolo che i popoli periferici, in particolare gli arabi, potrebbero svolgere nella storia futura e, al contempo, rileva la crisi dellaleadershipinternazionale degli USA. I due intellettuali, nonostante queste convergenze diagnostiche, divergono e in modo netto, in merito alla terapia. Obiettivo di Kraus è quello di rendere l’azione politica capace di trasformare la civilizzazione moderna in una nuova Kultur. In questi stessi termini, il filosofo interpreta il suo lavoro intellettuale, quale contributo alla preparazione di un possibile Nuovo Inizio. Cioran, invece, legge gli eventi storici   sovrastati dal destino morfologico di ascesa ed inevitabile caduta. La decadenza europea va accettata, non può essere fermata in quanto, avendo fatta propria la lezione spengleriana. riteneva che la civilizzazione seguisse necessariamente, inevitabilmente, alla civiltà.

    Del resto, scrisse al riguardo: “Il vuoto dell’Europa dà la vertigine…è presente in me; e la sua presenza mi lega all’Europa…in quale parte del mondo potrei trovare un abisso così visibile, così generoso, una tristezza così liberale e un tale sperpero del nulla” (p. 31). L’accorto prefatore conclude ricordando la prossimità teorica ed esistenziale di Cioran a de Maistre, al quale lo scrittore transilvano ha dedicato un esemplare esercizio di ammirazione: entrambi lasciarono questo mondo nella consapevolezza che l’Europa era, come loro, sulla via del definitivo tramonto. Al contrario, a noi piace qui ricordare come un altroimperdonabile del Novecento, il filosofo veneto Andrea Emo, che intrattenne con il Nulla un rapportoamicale, simile a quello di Cioran, sostenne l’Europa essere un laboratorio ideale, eternamente in fieri. Tale idea è inscritta nell’etimologia della parola Occidente, terra dell’occaso, del tramonto. Come si sa, ad ogni tramonto segue l’alba, un Nuovo Inizio. L’uomo europeo, per questo, è totalmente aperto e disponibile alla metamorfosi, incapace di uno stare definitivo.

Giovanni Sessa

Cioran, antiprofeta

Fabio Rodda, Cioran, l'antiprofeta. Fisionomia di un fallimento

Dopo aver letto tutti i libri di Cioran (quasi tutti per la verità, mi manca ancora Le livre des leurres), ho incominciato a leggere, ormai anni fa, numerosi libri su Cioran (nonché di storia e letteratura rumena, utilissimi per comprendere questo autore).

Uno dei primi libri letti sul Nostro è stata la versione editoriale, pubblicata da Mimesis, della tesi di laurea di Fabio Rodda che continuo a considerare tuttora una splendida introduzione alla vita e al pensiero di Emil Cioran.

Qui presento una piccola recensione, giusto come invito alla lettura del libro, comparsa originariamente sul sito del Centro Studi La Runa e recentemente ripresa dal blog brasiliano emcioran.br, di cui parlerò prossimamente.

http://www.centrostudilaruna.it/cioranlantiprofeta.html

http://emcioranbr.wordpress.com/2014/05/31/lantiprofeta-fisionomia-rodda/

http://www.fabiorodda.com/

Rodda è un giovane studioso di filosofia laureato all’Università di Bologna, che esordisce brillantemente sulla scena letteraria con questo saggio approfondito e ben documentato.

 La prima parte del libro analizza il periodo rumeno della vita di Cioran. Nel 1933, a soli 22 anni, Cioran pubblica Al culmine della disperazione, opera caratterizzata da notevole maturità e da grande sicurezza di stile, che viene subito apprezzata dal mondo intellettuale. Già in questa prima pubblicazione emergono i temi fondamentali del pensiero di Cioran: il nichilismo, l’angoscia, il male di vivere, lo smarrimento esistenziale. Al culmine della disperazione, inoltre, si pone all’attenzione dei lettori per la scelta di un linguaggio non prettamente filosofico, ma decisamente incline al lirismo. In questo periodo giovanile si colloca anche l’esperienza dell’appoggio alla “Legione dell’Arcangelo Michele”, il movimento politico di Codreanu che, col suo nazionalismo mistico e apocalittico, affascinò le menti più brillanti della Romania dell’epoca. Nel 1936 Cioran scrive il saggio di orientamento nazionalista Trasfigurazione della Romania, e collabora a riviste di estrema destra, scrivendo articoli che poi, per tutta la vita, offriranno ai suoi avversari il pretesto per una scontata accusa di “fascismo” che, naturalmente, danneggerà la sua carriera intellettuale. Rodda, che non nasconde la sua simpatia per le democrazie liberali, rivela comunque la capacità di saper cogliere senza pregiudizi le motivazioni che ispirarono le scelte ideologiche di Cioran e di tanti intellettuali vissuti in quei frangenti storici, e analizza in maniera obiettiva alcune affermazioni di consenso che Cioran espresse sui regimi nazionalisti. Cioran, comunque, non aveva velleità di carriera politica, e già alla fine degli anni ’30 si rivela poco interessato alle vicende che coinvolgevano la Romania negli anni tumultuosi del regime di Antonescu. Il filosofo prosegue il suo percorso intellettuale pubblicando nel 1937 Lacrime e Santi, opera importante in cui vengono indagate la dimensione della fede e la condizione della santità, che Cioran definisce come una “scienza esatta”. Cioran, pensatore antidogmatico per definizione, condanna la sistematizzazione della fede nella teologia, ed è affascinato dalla vertigine dell’esperienza mistica, attraverso la quale l’uomo si avvicina a quella dimensione indeterminabile alla quale istintivamente tende e che può toccare nei momenti di rapimento estatico. In questo libro risalta anche il particolare interesse di Cioran per la musica, vista come mezzo privilegiato per avvicinarsi al trascendente.

Emile Michel Cioran, Al culmine della disperazioneLa seconda parte del libro è dedicata al periodo che si apre col trasferimento di Cioran a Parigi, nel 1937. Il filosofo rumeno decide di scrivere in francese, una lingua che permette alle sue opere una diffusione molto maggiore, e nel 1949 esce il suo capolavoro: Sommario di decomposizione. Questo libro è una sorta di poema in prosa nel quale la condizione umana è vista con spietata lucidità nella sua assoluta mancanza di senso e nella impossibilità di alcun fondamento: l’analisi delle posizioni esistenziali viene spinta a limiti che Leopardi e Schopenauer non avevano osato oltrepassare. Rodda analizza anche i rapporti di Cioran con la cultura dell’epoca, e in particolare con quella della Francia engagée nella quale Sartre era l’intellettuale di riferimento. Naturalmente il pensiero di Cioran, tutto volto all’esplorazione del nichilismo, non poteva essere in sintonia col superficiale ottimismo degli intellettuali progressisti, e mentre Sartre guidava le folle sessantottine nelle piazze di Parigi, Cioran viveva sulla soglia della povertà nella modesta mansarda in cui aveva trovato casa. L’attività intellettuale di Cioran continua con la pubblicazione di altri importanti libri in cui il pensatore continua a ribadire la totale mancanza di senso della vita, arrivando a definire il fallimento come orizzonte ineludibile dell’esperienza umana. Particolarmente interessante è Storia e utopia (1960), in cui vengono presi in esame i due fondamentali atteggiamenti dell’uomo di fronte alla storia: il tempo dell’azione, che è un folle entusiasmo accecato dalla contingenza, e l’utopia, che è illusione fornita dalla storia stessa per uscire da essa. Con straordinaria preveggenza, Cioran delinea in Storia e utopia l’orizzonte demoniaco della globalizzazione, e scrive: «il gregge umano disperso sarà riunito sotto la guardia di un pastore spietato, sorta di mostro planetario dinanzi al quale le nazioni si prostreranno, in uno stato di sgomento vicino all’estasi».

Nel capitolo conclusivo, Rodda rileva come il pensiero di Cioran sia ormai un punto di riferimento essenziale per affrontare un’epoca di grande incertezza che abbisogna di nuove sintesi culturali e ideologiche. Cioran, maestro dell’aporia, che però non ha mai perso il gusto della ricerca e della discussione, elabora un pensiero “incendiario” in grado di mettere in crisi ogni dogma. Rodda riporta alla fine del libro una frase del grande pensatore rumeno che descrive con efficacia il senso di sradicamento che afflige il mondo contemporaneo: «sono un apolide metafisico, un po’ come quegli stoici della fine dell’Impero romano che si sentivano “cittadini del mondo”, il che è come dire che non erano cittadini di nessun luogo».

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Fabio Rodda, Cioran, l’antiprofeta. Fisionomia di un fallimento, Mimesis, Milano, 2006, pp.214, euro 17,00. (IBS) (BOL) (LU)

Cioran nel Salone del libro di Torino

fiera-del-libro-torinoNel 2014 ci sono state alcune pubblicazioni su Emil Cioran di cui mi riservo di scrivere dettagliatamente nei prossimi post.

Nel frattempo segnalo che, tra pochi giorni, alla fiera del libro di Torino ci saranno ben due incontri dedicati al Nostro.

Il merito va tutto a due coraggiose case editrici: Mimesis e la Edizioni Bietti.

La prima, che si era distinta nel 2013 per le Lettere al culmine della disperazione, ha pubblicato quest’anno due libricini di Cioran inediti: Il nulla e L’intellettuale senza patria (http://www.mimesisedizioni.it/Autori/Emil-M.-Cioran.html).

La seconda invece ha pubblicato recentemente L’agonia dell’Occidente. Lettere a a Wolfgang Kraus (1971-1990) curato da Massimo Carloni (per una recensione cliccare sul seguente link: http://www.orizonturiculturale.ro/it_recensioni_Massimo-Carloni.html).

“Abbinato” spesso a Eliade (non è del resto una novità), per prossimità di nazionalità, amicizia e soprattutto esperienze di vita, la casa editrice Bietti non fa eccezioni nella presentazione dei suoi libri e sfoggia da un lato un ritratto di Eliade su Salazar, a cura di Horia Corneliu Cicortaş e dall’altro uno scambio epistolare tra Cioran e Kraus (da non confondere con il ben più famoso Karl).

Una giovane generazione che ancora merita di essere conosciuta in Italia.

Giovedì 08 maggio, ore 16-17
Sala Avorio

CLASSICI DELLA LETTERATURA ROMENA: EMIL M. CIORAN E BENJAMIN FONDANE – PROPOSTE DEGLI ESPOSITORI
A PROPOSITO DI: IL NULLA. LETTERE A MARIN MINCU (1987-1989) E L’INTELLETTUALE SENZA PATRIA DI EMIL M. CIORAN (MIMESIS) E DI VEDUTE DI BENJAMIN FONDANE (JOKER)
a cura di ISTITUTO ROMENO DI CULTURA E RICERCA UMANISTICA DI VENEZIA

Partecipanti:
Irma Carannante
Giovanni Rotiroti

Sabato 10 maggio, ore 18-19
Stand della Romania

L’altra Europa. La Romania di Eliade e Cioran

A proposito di Mircea Eliade, Salazar e la rivoluzione in Portogallo; E.M. Cioran, L’agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus (1971-1990); «Antarès», n. 7/2014, Il paradosso romeno. Mircea Eliade, Emil Cioran e la giovane generazione (Edizioni Bietti)

Intervengono: Franco Cardini, Massimo Carloni, Horia Corneliu Cicortaş, Andrea Scarabelli

In collaborazione con Edizioni Bietti

Cioran, intellettuale senza patria

il giornale-cioranIl quotidiano Il Giornale, giovedì scorso 06 febbraio, ha pubblicato un articolo su Cioran.

Si tratta di una piccola recensione a uno dei due testi recentemente pubblicati dalla casa editrice Mimesis.

In attesa che anche gli altri quotidiani seguano l’esempio, magari con più dovizia di particolari, trasmetto con piacere ai lettori l’articolo, facilmente recuperabile in rete.

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cioran-lesilio-salita-dellintellettuale-apolide-989538.html

Nonostante alcuni diffusi e superficiali pregiudizi, la Romania è una terra ricca di cultura e intrisa di storia latina, patria di alcuni tra gli intellettuali più rappresentativi del Novecento, come Mircea Eliade, Eugène Ionesco, Costantin Noica, Vintila Horia ed Emil Cioran, per citare soltanto i più noti. Di Cioran sono appena uscite da Mimesis due novità librarie che ci confermano la grandezza e la profondità di un autore molto apprezzato in Italia, soprattutto dopo l’approdo all’Adelphi.
L’intellettuale senza patria è una lunga intervista concessa da Cioran, nell’agosto del 1983, al giornalista, scrittore e traduttore statunitense Jason Weiss (pagg. 86, euro 4,90), mentre Il nulla. Lettere a Marin Mincu 1987-1989 (pagg. 92, euro 5,10), è una testimonianza della profonda amicizia che legava Cioran a Costantin Noica, pur nella radicale diversità di opinioni e di pensiero. Geniale, caustico, cinico, aristocratico, Cioran è un vulcano che scaglia lava e lapilli contro tutti, prendendo di mira i luoghi comuni del conformismo intellettuale. Nichilista, soffre la mancanza di senso della vita; figlio di un sacerdote ortodosso, è sprezzantemente ateo; esiliato, sente profondamente le proprie radici romene; coltissimo, critica la vacuità dell’erudizione fine a se stessa; ossessionato dall’idea della morte, considera la possibilità del suicidio l’unica ragione per cui vale la pena di vivere.
Nell’intervista con Jason Weiss parte di cui pubblichiamo in questa pagina, oltre a temi «alti», come l’inevitabile infelicità dell’uomo o l’ossessione per il silenzio, vengono toccati anche argomenti più leggeri e personali. Quindi veniamo a sapere che, assai prima di Haruki Murakami e della sua «arte di correre», Cioran praticava «l’arte di pedalare», che lo guarì da una grave forma di insonnia. Dal 1937 al 1940, infatti, lo scrittore percorse almeno 100 chilometri al giorno su una vecchia bici da corsa, facendo, forse per l’unica volta in tutta la sua esistenza, una vita sana e regolare, salvandosi in tal modo dall’abuso di medicinali e sonniferi che lo stavano avvelenando. Che, al netto di tutte le profonde meditazioni, alla fine «pedalare» sia il vero segreto del vivere bene?

Il Dio decomposto di Cioran

Decomposizione Dio-TripodiMisticismo e gnosticismo sono due tematiche che non è possibile ignorare quando si parla di Cioran.

C’è anzi chi ritiene siano i principali temi dei suoi saggi.

Probabilmente, si tratta di un’opinione un po’ esagerata, suggerita dalla personale predisposizione di alcuni lettori, ma non si può sicuramente immaginare un Cioran senza di essi.

In fondo il rapporto tra male e bene è un tema essenziale e appartiene all’origine e alla natura stessa dell’uomo. Anzi, l’obiezione più profondamente razionale all’esistenza di un Dio, nasce e si sviluppa proprio in seno a questa ambigua ma esiziale relazione.

Rino Tripodi, insegnante di Lettere a Bologna e fondatore della rivista Lucidamente,  ha scritto un libro che affronta queste tematiche, e naturalmente non poteva non passare per il Nostro.

Si può anche leggere un’intervista all’autore qui: http://www.iger.org/2010/01/17/intervista-rino-tripodi/

http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=305&idedizione=15

Alle origini del Male:
fra narrativa, filosofia
e itinerario religioso

di Roberta Santoro
Alla ricerca del demiurgo: Un racconto
e cento apologhi
, in un libro inEdition

«Friedrich Nietzsche ha proclamato con certezza la morte di Dio… ma è evidente che la putrefazione di quest’ultimo non è ancora terminata. Egli è tuttora in decomposizione e i suoi effetti, in tale condizione, sono ancora più nefasti di prima». Questo citato è un brano della Postfazione dell’autore di Decomposizione di Dio. Un racconto e cento apologhi tra Kafka e Cioran (inEdition editrice, pp. 104, € 10,00), di Rino Tripodi. Il libro può essere definito come un viaggio narrativo, filosofico, “mistico”, che, partendo appunto dalle antichissime credenze gnostiche, attraversa i più recenti Kafka e Cioran. L’argomento “Dio” potrebbe risultare difficile da metabolizzare, soprattutto per quel lettore che giudica tale materia poco attuale. È, invece, un tema di analisi interiore quotidiana, alle volte fortemente radicato nell’individuo, l’interrogarsi sulla mancanza o sulla presenza del divino nella nostra società.

Continuamente, nel corso della storia filosofica e letteraria, si è ragionato, discusso, speculato, cercando risposte e segni che potessero dar certezze e prove del divino. Il libro di Tripodi si colloca all’interno di questa continua ricerca.

L’autore percorre strade scoscese, che muovono da riflessioni filosofiche sul dolore e sul male presenti nell’universo. D’altronde, cos’altro può fare un libro se non, come afferma Emil Cioran, provocare “ferite”?

L’uomo e la teologia

Nella sua Introduzione al libro, dal titolo Tra gnosi e libero arbitrio: la sosta sull’abisso negli apologhi di Rino Tripodi, Raffaele Riccio afferma che ogni tappa dell’esistenza umana, dall’infanzia fino alla vecchiaia, riflette sulla questione teologica: «La morte di Dio, proclamata da Nietzsche in poi, non ha né eliminato né risolto il problema. La questione, semmai, va ricondotta alla definizione del concetto: cosa intendiamo noi contemporanei con la parola Dio? […]. A quale interpretazione dobbiamo appellarci per avere un qualche supporto etico-filosofico per arricchire la definizione?». Tripodi ci guida proprio in questo. Ci fornisce una visione possibile.

La filosofia cristiana ha portato all’annullamento di ogni forma di umano nel divino: «Per tantissimi teologi occidentali, Dio non poteva avere in alcun modo relazione con l’uomo, altrimenti, da un punto di vista logico ed esistenziale, si sarebbe contaminato». Idee diametralmente opposte a quelle che troviamo nel laudate hominem di Fabrizio De Andrè, dove Dio è innanzitutto uomo, e che già nel 1224 vengono armonizzate nel Cantico delle creature di Francesco D’Assisi, nel quale gli elementi della natura sono vicini all’uomo e sono proprio questi a permettergli di entrare in contatto col divino.

Dio ha poi munito l’uomo del libero arbitrio, qualità che gli permette di poter decidere su questioni come la guerra, la morte, la sofferenza e il male. Tutti elementi che si configurano al di sopra del semplice status mortale dell’uomo e che lo portano a prendere decisioni da essere immortale. Tutto questo genera nell’uomo quello sbigottimento e quell’inquietudine che si può provare solo di fronte al divino.

Lo gnosticismo e il dio maligno

Decomposizione di Dio si apre con Il pellegrinaggio ad Atar’sh, un racconto di circa 30 pagine dalla prosa raffinata e suggestiva, nel lessico e finanche nel ritmo. In esso l’io narrante intraprende un viaggio verso un misterioso santuario, esperienza che si trasformerà in un particolare percorso mistico. Alla vicenda sono inframmezzate altre storie, autentici “racconti nel racconto”, che fanno trasalire il lettore col loro inquietante simbolismo, come Il villaggio sul mare:

«Un villaggio di pescatori da secoli sorgeva sul mare, abitato da marinai che vivevano di pesca. Ciascun abitante sa riconoscere ogni singola specie di pesce, sa prevedere le correnti marine, sa che tempo farà all’indomani, se è il caso di calare le barche nell’acqua, se la pesca sarà proficua o meno. Coi secoli essi si sentono sempre più legati al mare. Una notte, il marinaio più vecchio dice: “Fratelli, credo che ormai il momento sia giunto”. Tutti, allora, si immergono nelle nere acque salmastre, nuotano verso le profondità degli abissi e ricominciano una nuova vita».

La componente gnostica invade completamente il libro specialmente nella seconda parte, costituita dagli Apologhi. Eccone un esempio in Disattenzione: «Dio, annoiato, stabilì di creare l’universo. Il suo fine era che fosse perfetto, per ogni dove impregnato di luce, bontà, gioia e sapienza. Quando vide che stava per venire proprio come voleva lui, tutto pieno di letizia e stanco per l’opera compiuta, si assopì per qualche istante. Il Male approfittò per insinuarsi dappertutto nel mondo, mescolandosi all’opera perfetta del primo creatore».

Secondo la teogonia ideata dagli gnostici per spiegare l’origine del mondo, da un unico Dio discenderebbero alcune entità divine minori. Ecco il dio malvagio, il demiurgo, responsabile della creazione dell’universo e degli esseri umani. Proprio per redimere l’umanità il vero Dio arricchì i corpi materiali facendovi discendere le scintille divine. Il dio malvagio è il Dio dell’Antico Testamento, che vuole mantenere l’umanità nella prigionia della materia e dell’ignoranza, annullando ogni possibilità di raggiungere la conoscenza.

La creazione fisica, dunque, non ha senso. Tripodi, infatti, afferma: «Se guardiamo ai miliardi di pianeti, di stelle, di nebulose, di galassie, scoppiettii e catastrofi cosmiche permanenti, non ci sembra ancora più folle questa bizzarra edificazione? È la prova che l’universo, il mondo, l’uomo, sono stati creati da un demiurgo empio e maligno, o vile e osceno, o confuso e idiota, o megalomane e infantile».

Dio decomposto

Ma dove è radicata e da cosa trae origine la decomposizione divina? Torniamo alla Postfazione dell’autore (Dio è morto, ma non si è ancora del tutto decomposto), la parte più polemica e “scomoda” della pubblicazione.

Nel corso della storia delle religioni, afferma Tripodi, partendo dalle antiche credenze primitive fino a giungere alle religioni monoteiste, è stato tutto un susseguirsi di atti crudeli e intolleranti. È stato proprio quest’ultimo, il monoteismo, a dar vita ad una serie di guerre religiose per rivendicare l’esistenza di un unico Dio. Se non si ammettono altre divinità, si finisce inesorabilmente nel voler annientare i popoli che hanno culti diversi dal proprio.

Secondo l’autore, un altro elemento cardine di questa decadenza è stata la repressione sessuale. A niente sono servite le successive battaglie in favore di rapporti sessuali che non dovessero per forza sfociare nel concepimento. Non è un caso che se ne parli ancora fragorosamente; è segno che il veto posto dalla religione difficilmente cadrà; soprattutto per i più conservatori.

L’arringa finale dell’autore assume un tono fortemente provocatorio attraverso pungenti ringraziamenti, ma che non potrebbero essere altrimenti. Non ci si può lasciar andare a smielate considerazioni se si sta cercando di far emergere il Dio maligno, il Dio che saremmo ciechi a non vedere nella realtà quotidiana.

Tripodi ringrazia i preti pedofili, «un’orrenda marea», poiché ora si sa perfettamente a quali autentiche depravazioni possa condurre una sessualità repressa, e le recenti inchieste ce ne danno conferma.

È grato agli imam, perché è per merito loro che possiamo verificare in concreto come le parole “Dio” e “fede” possano assumere di frequente il significato di violenza, intolleranza, superstizione, sopruso.

Non risparmia pungenti frecciate ad alcuno. Ed ecco allora che dice grazie anche ai progressisti «con la loro imbecillità, la loro rigidità ideologica causa di cecità, la loro follia del politically correct».

Il volumetto – dove sono citati, a mo’ di epigrafe, brani di pensatori e letterati come Lucrezio, Büchner, Leopardi, Baudelaire, Lovecraft, Sgalambro e molti altri – si chiude con una vasta Biblio-icono-disco-filmografia sragionata e arrischiata, «per un viaggio oltre ogni limite estremo».

Roberta Santoro

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)

L’esistenzialismo di Cioran

Cioran_Thoma2Dal sito di Homolaicus, di Enrico Galavotti, riprendo una breve recensione di Dario Lodi sul “Taccuino di Talamanca”, di cui avevo già parlato in precedenza.

Il Taccuino ci presenta un Cioran insolito a Ibiza: c’è qualcosa concettualmente di più distante da ciò?

Eppure, come dimostra il libro di Friedgard Thoma (Per nulla al mondo. Un amore di Cioran, Edizione l’Orecchio di Van Gogh, 2010) Cioran era in fondo più vitale di quanto traspare dai suoi feroci scritti.

L’esistenzialismo di Cioran

http://www.homolaicus.com/letteratura/cioran.htm

Recentemente, Adelphi ha pubblicato un volumetto di Emil Michel Cioran (romeno, apolide, quasi sempre vissuto in Francia, 1911-1995), a cura di Verena von der Heyden-Rynsch e tradotto da Cristina Fantechi,  intitolato “Taccuino di Talamanca”. Neppure cinquanta pagine, scritte nel 1966 durante un soggiorno ad Ibiza: nella presentazione si precisa che probabilmente esse sono un capitolo dimenticato dei famosi “Quaderni” del Cioran più esistenzialista. Forse ne sono, invece, una specie di sinossi.

L’autore vi riversa una sincerità probabilmente mai raggiunta, indugiando lucidamente sui mali dell’esistenza e sulla limitatezza dell’uomo. Le due cose vanno a braccetto in quanto, secondo Cioran, l’umanità non riesce a calmare la sua angoscia esistenziale, preferendo, istintivamente, una trattazione “fisica” dei problemi. Entro questo ambito, va inserita la misantropia di Cioran, nel senso che la stessa è la risposta alla pochezza intellettuale dell’uomo: ergo, l’uomo non merita chissà quali attenzioni.

Così, il suo esistenzialismo è una rincorsa minuto per minuto alla ricerca di una consapevolezza responsabile di sé e delle cose che l’autore teme fortemente di non poter mai raggiungere. E’ un’illusione dovuta alla supervalutazione di un essere che, in fin dei conti, è poco più di un animale. Tutte le sue costruzioni mentali sono stampelle che a forza si vorrebbe attaccare alla carne affinché non deperisca. Nel peggiore dei casi, esiste una costruzione fantasiosa che trasporta questa carne altrove sana e salva.

Cioran si rende ben conto, dall’alto della sua straordinaria sensibilità, degli inganni insiti nella personalità umana  e teme che non vi sia rimedio: questo essere, in fondo meschino, si accontenta delle sue elucubrazioni e anzi le esalta, usandole come armi di offesa verso la realtà. Sono armi spuntate e questa constatazione pesa sulla coscienza di Cioran in maniera insopportabile: è causa del suo eterno malumore (il suo “cafard”).

Ma tutto questo, ripetuto nei suoi numerosi saggi (da “Compendio di una decomposizione” a “Confessioni e anatemi”) è una maniera espressiva in certo qual modo compiaciuta: Cioran sa di essere intelligente, molto intelligente, e gioca intorno a questa dote con un certo vezzo analitico-distruttivo.

E’ la distruzione, in fondo, il suo argomento e tale essa lo diventa davvero sostituendosi di fatto al male di vivere che il filosofo prova nel profondo del suo animo. La trattazione di questo male, porta Cioran a considerazioni pessimistiche nelle quali trova paradossalmente un sollievo: il male diventa una specie di oggetto e dunque può essere trattato come una cosa da soppesare.

Il filosofo e saggista trova sfogo alla propria perspicacia e al proprio umore grazie a questa disponibilità per così dire concreta, per quanto inventata. L’invenzione va a lenire l’angoscia esistenziale che lo tormenta e che gli rivela, segretamente (ma non tanto) l’inutilità di ogni iniziativa.

L’uomo è un perdente, ma sa anche perdere con onore. Infine, è a questo onore che Cioran si aggrappa, limando le parole, esaltando concetti persino negativi e trovando modo di ironizzare amaramente, ma con un’amarezza controllata, su tutto. Allora, l’uomo è quello che è: un sognatore consapevole di sognare una realtà (forse) impossibile.

Cioran, con eleganza letteraria singolare, ci dà una lezione di vita e di esistenza: la sua è una distruzione virtuale o così vorrebbe essere e così è per ingenuità riconosciuta e apprezzata.

Dario Lodi

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