L’a-teologia di Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu

cioranLeggo e volentieri ripropongo una bella intervista ad Antonio Di Gennaro, attento studioso di Emil Cioran e autore di numerose recenti opere sul Nostro.

http://www.filosofiablog.it/filosofia-contemporanea/la-teologia-di-emil-cioran-intervista-ad-antonio-di-gennaro-a-cura-di-tudor-petcu/

Nota introduttiva: Oggi pubblichiamo un’intervista ad Antonio Di Gennaro (1975), laureato in Filosofia all’Università di Napoli Federico II. I suoi studi privilegiano lo sviluppo dell’esistenzialismo contemporaneo con particolare riferimento alle problematiche del tempo e del dolore. Ha pubblicato la raccolta di versi Parole scomposte (Alfredo Guida Editore, 2000) e saggi sul pensiero di Emil Cioran, raccolti nel volume Metafisica dell’addio (Aracne, 2011). Nel 2011, ha organizzato il Convegno per il centenario della nascita del filosofo romeno, in collaborazione con l’Accademia di Romania in Roma, curando poi la pubblicazione degli atti nel volume Cioran in Italia (Aracne, 2012). Attualmente sta svolgendo un’attività di ricerca sui testi inediti di Emil Cioran, con particolare attenzione a interviste e carteggi. In tal senso ha recentemente curato i volumi: L’intellettuale senza patria. Intervista con Jason Weiss (Mimesis, 2014), Vivere contro l’evidenza. Intervista con Christian Bussy (La scuola di Pitagora, 2014), Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane (Mimesis, 2014), Tradire la propria lingua. Intervista con Philippe D. Dracodaïdis (La scuola di Pitagora, 2015), La speranza è più della vita. Intervista con Paul Assall (Mimesis, 2015), Un’altra verità. Lettere a Linde Birk e Dieter Schlesak (Mimesis, 2016). Il suo sito internet è: http://digilander.libero.it/ant.digennaro/  

D: Qual è secondo Lei la caratteristica più importante del pensiero di Emil Cioran? Le pongo questa domanda, pensando innanzitutto all’influenza di Friedrich Nietzsche sulla personalità di Cioran, considerato in Romania e in Francia il più grande filosofo nichilista del XX secolo.

R: Esistono, a mio avviso, diversi tratti distintivi del pensiero di Cioran, che ne fanno uno dei maggiori filosofi del Ventesimo secolo. Contrariamente a quanto pensano in molti, Cioran non è un semplice scrittore, ma un autentico, autorevole filosofo, se per filosofia intendiamo non un mero esercizio teorico, accademico, ma originariamente, nella sua essenza, una costante riflessione sulla vita, ricerca di un senso, a partire dall’assurdità e dalla drammaticità della condizione umana. Non parlerei quindi di una caratteristica “unica” o “univoca” del suo cammino di pensiero, ma di molteplici aspetti peculiari e complementari nella sua concezione “sovversiva” della filosofia. Innanzitutto, sin dal primo volume pubblicato in Romania, Pe culmile disperării, del 1934, Cioran, si allontana dalla filosofia “ufficiale”, rivolgendole un duro attacco, una critica radicale e senza appello. Pur essendo laureato in filosofia a Bucarest e pur avendo acquisito un solido bagaglio di conoscenze (anche grazie ai viaggi di studio a Monaco, Dresda e Berlino), Cioran ritiene che la filosofia tradizionale, letteralmente, “non serve a niente”. Lo scrive ad esempio nei Quaderni: «Uno dei rari vantaggi che ho avuto è stato di aver capito a vent’anni che la filosofia non dà nessuna risposta, e che perfino le sue domande sono inessenziali». La filosofia accademica si riduce a un sapere specialistico, erudito, fatto di nozioni e dottrine sofisticate, ma completamente slegato dalla complessità e dalla tragicità della vita reale. Se la filosofia è hegelianamente “pensiero della vita”, nelle università essa non assolve più tale compito, anzi si spegne, si inaridisce, si snatura: diventa sterile, autoreferenziale, nel migliore dei casi “pensiero della vita passata” e dunque “storia della filosofia”, “storiografia”, il che equivale alla morte della filosofia. Una prima caratteristica importante, a mio avviso, che caratterizza il filosofare di Cioran, è il fatto che egli riporta la filosofia al di fuori dalle aule accademiche, libera per così dire la filosofia dai lacci del pensiero astratto-speculativo e la affida alla singola esistenza, che è di per sé “coscienza infelice”. La filosofia, in altre parole, è una ricerca personale, una meditazione del singolo su di sé, un cammino privato che ciascuno compie, a partire dalla propria solitudine e dalla propria intima sofferenza. La filosofia diviene in Cioran atto terapeutico, cura dell’anima, consolazione dal “male di vivere”, non rigorosa (ma improduttiva) ricostruzione ermeneutica circa le filosofie del passato, bensì proficuo “esercizio spirituale”, soggettiva pratica filosofica, pensiero esistenziale. Un secondo aspetto, che mi sembra degno di nota, e che lo differenzia dai “filosofi di professione”, è la passionalità di Cioran, il suo fervore nella scrittura. Cioran non è mai mite, distaccato, spassionato, ma sempre emotivamente coinvolto, appassionato, in preda alla follia, guidato dal proprio demone interiore, o, per dirla con Kay Redfield Jamison, “toccato dal fuoco”. Cioran scrive sempre in uno stato di eccitazione febbrile, di inquietudine, di malessere, di “cafard”, e la scrittura è per lui un “mezzo di liberazione”, è il modo che gli è più congeniale per espellere l’angoscia che lo opprime. Cioran ricorre alla scrittura non come un diversivo di carattere estetico, ma per una necessità impellente di ordine psicoanalitico. Egli non descrive fatti esteriori, non racconta storie, ma “vomita” il proprio mondo interiore: le proprie ossessioni e il proprio stato d’animo costantemente lacerato, dilaniato. Come sappiamo, sin dalla giovane età, Cioran è affetto da stati depressivi, è organicamente malinconico, votato alla nostalgia, condannato alla noia. Pertanto, la prosa filosofica di Cioran si rivela un farmaco, un analgesico, un balsamo, anche per noi lettori. Per quanto riguarda l’influenza di Nietzsche su Cioran, non mi sembra così decisiva. I suoi punti di riferimento sono altri: Pascal, Baudelaire, Shakespeare, Dostoevskij. Sono questi gli autori che hanno plasmato la personalità di Cioran, sono questi i cardini attorno a cui si va costruendo il pensiero tragico di Cioran, il suo nichilismo estremo, che non sfocia come in Nietzsche nel concetto di “superuomo” (Übermensch), ma in quello dell’uomo maledetto, condannato da sempre e per sempre a soccombere ai dardi beffardi del destino. Detto in altre parole, mentre Nietzsche esalta l’ebbrezza della vita, il suo lato “dionisiaco”, Cioran inveisce contro la vita, la maledice, semplicemente perché la vita vuole se stessa, indipendentemente da noi. Essa si disinteressa dei viventi, ossia delle singole esistenze.

D: È lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Emil Cioran? Non bisogna dimenticare infatti che il suo pensiero è stato influenzato anche da alcuni mistici, come ad esempio Meister Eckhart.

R: Questo è un punto decisivo e di grande interesse: il rapporto tra Dio e il Nulla. L’esperienza di pensiero di Cioran, sin dagli anni giovanili, oscilla tra la costante ricerca di un Dio e il suo categorico rifiuto, tra l’esperienza mistica e il nichilismo assoluto. Teologia e ateismo si fondono e si confondono, dando vita ad una forma di fede laica, che vede nella solitudine dell’anima, e nelle sue più intime espressioni (preghiera, musica, scrittura), il luogo privilegiato dove “incontrare” Dio – o la sua idea. Influenzato dal pensiero pagano (Marco Aurelio, Giuliano l’Apostata) e affascinato dalle eresie cristiane (Bogomili e Catari), dallo gnosticismo (Basilide), dalla tradizione greco-ortodossa (Giovanni Climaco, Gregorio Palamàs), dai mistici (Meister Eckhart, Angelus Silesius, Jacob Böhme, Juan de la Cruz) e dalle sante (Teresa d’Àvila, Angela da Foligno), ma anche dalle religioni orientali (Buddhismo, Taoismo, Induismo), Cioran giunge ad una visione di Dio come “funesto demiurgo”, senza tuttavia rinnegare la dimensione del “sacro” come elemento imprescindibile della sua tragica Weltanschauung. A tale riguardo, Cioran amava definirsi: “un nichilista di tendenze religiose”. Anche il teologo e musicologo rumeno George Bălan, corrispondente epistolare di Cioran e autore di una monografia sul suo pensiero, riconosce in una lettera del 18 ottobre 1968 che Cioran è «uno degli spiriti più religiosi del secolo». Condivido quindi in pieno la sua affermazione e concordo sul fatto che “è lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Cioran”. Attenzione però: Cioran non crede in Dio, bensì nel nulla, nel “solido nulla” per dirla con Leopardi, nella nullità di tutte le cose, nella vacuità universale, nell’inanità dell’essere. I mistici medievali, come Meister Eckhart, sono uomini di fede, teologi, credono nel Dio rivelato, nella manifestazione di Dio nella storia e, al tempo stesso, nella ineffabilità e inconoscibilità di Dio. In tal senso, il Nulla è l’altra faccia del Dio ignoto, del Deus absconditus, e funzionale ad una teologia negativa che preferisce astenersi dal nominare l’innominabile. Cioran è lontano da una visione di tale fattura. Il nulla di cui parla Cioran non è il Nulla-Dio, ma il principio reale che attanaglia e sottende la vita. Il nulla di Cioran non ha niente a che fare con Dio, ma con l’assenza di Dio. Il concetto di Dio sorge successivamente, quando l’uomo sperimenta la tragicità della propria condizione, ma soltanto come palliativo della mente sofferente. In realtà, come ogni uomo, Cioran avverte il “sospiro religioso”, la tendenza o l’impulso ad oltrepassare sé, a trascendersi in vista di un Assoluto che non esiste, se non come frutto della nostra fervente immaginazione. Qui Cioran è senza dubbio in linea con il pensiero ateo di d’Holbach, Feuerbach, Schopenhauer o Freud. Secondo tale tradizione di pensiero, Dio non è altro che l’Essere supremo (immaginario), che l’uomo in quanto “coscienza infelice” si inventa come ultimo appiglio di salvezza nel fondo della propria solitudine. Quindi, quella di Cioran, per riprendere Sylvie Jaudeau, è una “mistica profana”, una “mistica senza Dio”, una mistica impregnata di nichilismo, dove il nulla è tutto e Dio una semplice invenzione, un’allucinazione, un “nonsenso consolatore”.

D: La disperazione costituisce forse il concetto più importante della filosofia di Cioran. È possibile parlare di una dimensione “metafisica” della disperazione nel suo pensiero?

R: La disperazione è l’assenza di speranza, il sentimento della morte. Nei Quaderni Cioran scrive: «Ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà fisiologica, per non dire fisica. La disperazione è la mia fede, la mia fede innata». La disperazione non è un concetto astratto su cui è possibile disquisire o argomentare logicamente, con freddezza e distacco. La disperazione è un’esperienza vissuta, patita “in prima persona”, e, nel momento in cui la si vive, il soggetto è coinvolto in un turbine, in una corrente, in un vortice, dove non vede il fondo, dove non c’è un domani o una prospettiva. Di fronte a tale esperienza vissuta, per resistere ai duri colpi della vita e non soccombere, Cioran decide di scrivere la propria disperazione, di estrinsecare la propria depressione in un atto creativo. La sua prima opera si intitola appunto “Al culmine della disperazione”, ma tale criterio può essere esteso a tutti gli altri testi. Al centro della sua visione del mondo vi è un disagio, un dolore, un’angoscia. Cioran avverte il distacco dalla vita, la repulsione, la non-integrazione e in tutte le sue opere egli racconta di questa esperienza, di questo sentimento di scissione e di lacerazione, di questa inquietudine esistenziale, di questo “esilio metafisico”. Per di più, la disperazione secondo Cioran conduce alla preghiera e al dialogo con Dio. Sempre nei Quaderni afferma: «La disperazione che non approda a Dio, che non vi cozza contro, non è vera disperazione. La disperazione è quasi indistinta dalla preghiera, e in ogni caso è la matrice di tutte le preghiere». Ovviamente, Dio è solo un concetto-limite e mai l’Essere trascendente delle religioni positive.

D: Qual è la sua opinione per quanto riguarda il rapporto tra “sacro” e “profano” nella filosofia di Emil Cioran?

R: Direi che, paradossalmente, il sacro, in Cioran, risiede nel profano. L’essenza del sacro è nel profano, il senso del divino è nell’umano: soprattutto negli ultimi, negli estromessi, nei disadattati, nei diseredati, nei perdenti, nei falliti, negli squilibrati, nei suicidi. Dimentichiamo l’ortodossia cristiana fatta di funzioni religiose, di liturgie e preghiere, dimentichiamo la fede e il credo in un “Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”. Qui siamo di fronte a un pensatore insolente, irriverente, provocatorio e blasfemo che accusa Dio (qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio) del male del mondo. Ricordiamo ancora una volta che uno dei testi più importanti del pensatore rumeno-parigino reca come titolo “Il funesto demiurgo”. Cioran su questo versante segue la setta eretica dei Bogomili, anzi si considera un “bogomilo del XX secolo”. Il Dio di Cioran è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto-nulla. Secondo Cioran, sarebbe stato meglio non essere mai stati, non essere mai nati e quindi non aver mai conosciuto la disavventura di essere stati gettati nel mondo, nella vita e nella storia. Quindi il divino è propriamente nell’uomo, nell’umanità dell’uomo: questa è, parafrasando Fabrizio De André, la “buona novella” dell’eretico Cioran, apostata-neopagano. Ai dotti e ai sapienti, egli preferisce i mendicanti e le prostitute. Qui dimora l’autentico volto di Dio, qui si manifesta il divino: nella condizione dell’estremo abbandono. È nell’esperienza del dolore, quando si è “al culmine della disperazione”, “ai piedi della croce”, che il divino appare. Ma è solo un’idea della ragione, perché in fondo, nel fondo del nostro essere e della nostra solitudine, nessun Dio potrà salvarci e redimerci dal dolore. Per concludere questa mia risposta, farò riferimento a un episodio citato da Cioran in un’intervista concessa al filosofo spagnolo Fernando Savater nel 1990. Parlando delle prostitute, afferma: «Una notte una di loro mi disse che suo marito era appena morto. Era giovane, bella. Mi disse che quando faceva l’amore con qualcuno vedeva il suo cadavere sul letto, vicino a lei. Bisogna andare nei bordelli per sentire cose così profonde!». Ecco, è questa la dimensione del “sacro” come mysterium tremendum et fascinans: nel sacrilegio, nella profanazione, nella “trasvalutazione di tutti i valori”, nella trasfigurazione del dolore (la morte nel cuore) in delirio e follia.

D: Anche se la filosofia di Cioran ha optato per una visione nichilista, lontana dai valori presenti nel cuore del cristianesimo, credo tuttavia che la sua ermeneutica abbia una qualche eredità cristiana e a tale riguardo le chiedo di spiegarmi/dirmi se una tale eredità esiste nell’opera del filosofo rumeno. È possibile discutere sui valori cristiani della filosofia di Cioran?

R: Cioran proviene dal mondo ortodosso. Suo padre, Emilian Cioran, era un pope e sua mamma, Elvira Comaniciu, presidentessa dell’associazione delle donne di religione ortodossa. Il giovane Cioran frequenta assiduamente la biblioteca paterna a Răşinari, ma anche quella dell’arcivescovo di Sibiu, di cui il padre era consigliere. Quindi, nella formazione e nella crescita spirituale di Cioran, non mancano certo le letture di teologia (comprese le vite dei santi, l’approfondimento della mistica, ecc.). Questi però matura, ben presto, una forte ostilità verso tutto ciò che è dogmatico e religioso. Pur riconoscendo la profondità della teologia ortodossa, Cioran si mostra insofferente verso la dottrina cristiana che presuppone l’idea di un Dio buono, Padre creatore, Essere supremo. Come già detto, Cioran opta per un Dio demoniaco, un Dio che non ha a cuore il destino dell’uomo, ma che oscilla tra indifferenza e compiacimento dell’umana sofferenza. È un Dio scellerato, dispotico, malvagio, così come è stato recentemente rappresentato, in maniera esemplare, dal regista belga Jaco Van Dormael nel film “Le tout nouveau testament” (2015), che si prende gioco delle sue creature, e che anzi prova un piacere sadico nel tormentarle e torturarle. Nelle sue opere Cioran si scaglia contro Dio, la sua “invocazione” diviene spesso “bestemmia”, “preghiera arrogante”. Cioran inveisce contro Dio perché sa che l’uomo è condannato ab aeterno e che esiste un destino tragico ad accomunare i mortali. Non si tratta della morte. La morte è solo l’episodio ultimo e risolutivo di un dramma più grande: la vita. Questa è la croce che ognuno porta sulle spalle, con ineffabile sofferenza. Nonostante la sua avversione verso l’impianto dottrinario cristiano, pur non credendo in Dio, e pur essendo lontano da ogni fede ecclesiale, è possibile riscontrare in Cioran (nella quotidianità dell’uomo) una particolare sensibilità verso il prossimo, che si manifesta nel sentimento della pietà, della solidarietà, della fraternità umana. È quella che il filosofo italiano Salvatore Natoli definisce un’“etica del finito”. In ogni caso, non intravedo alcuna “eredità cristiana” nella filosofia di Cioran. Nella sua visione del mondo, marcatamente atea, i concetti di redenzione e salvezza sono del tutto esclusi, categoricamente respinti. L’unico concetto che Cioran riprende dall’Antico Testamento è quello della Caduta e del Peccato originale. Questa è la stimmate nefasta che chiunque venga al mondo si porta addosso. Per concludere, vorrei utilizzare ancora una volta le parole dello stesso Cioran, che certamente chiariscono in pieno il suo punto di vista in merito alla religione cristiana. Ne La tentazione di esistere (1956) leggiamo: «Consumato fino all’osso, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenare crisi o di fecondare intelligenze. Non mette più a disagio lo spirito né lo costringe al minimo interrogativo; le inquietudini che suscita, come le sue risposte e le sue soluzioni, sono fiacche, soporifere: nessuna lacerazione promettente, nessun dramma può più aver origine dal cristianesimo. Ha fatto il suo tempo: ormai la Croce ci fa sbadigliare…».

L’a-teologia di Emil Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu | Filosofiablog

Una vita con Cioran

cioran_simoneLeggo con piacere e trasmetto una recensione di Amelia Natalia Bulboaca al recente libro curato da Massimo Carloni, Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, edito da “La scuola di Pitagora”.

L’articolo originale lo trovate sulla rivista on line “Orizzonti Culturali italo-romeni” al seguente link:

http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-4.html

*******

La scuola di Pitagora editrice continua la sua marcia alla conquista dell’inedito cioraniano e pubblica un nuovo, importante documento sul Privatdenker di rue de l’Odéon: Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, a cura di Massimo Carloni (pp. 68, € 5,00). Trattasi del dialogo che Norbert Dodille stentatamente riesce a intavolare con Simone Boué – compagna di vita del filosofo – grazie soprattutto alle benevole insistenze di Marie-France, figlia del drammaturgo franco-romeno Eugen Ionescu. È una delle poche volte che questa donna discreta e riservata, donna d’altri tempi – tanto da sembrare un’ombra o persino un’esistenza che era sfuggita di vista a tante persone che avevano conosciuto Cioran – parla pubblicamente di se stessa ma soprattutto della sua vita con Cioran. All’epoca era trascorso solo un anno da quando il filosofo aveva esalato l’ultimo respiro su un letto dell’ospedale Broca, a Parigi. A distanza di un altro anno, nel 1997, anche Simone sarebbe andata incontro al proprio appuntamento con la morte tra le onde dell’Atlantico. Leggi il resto dell’articolo

Emil Cioran inedito. Vivere contro l’evidenza

Sulla nota rivista Satisfiction il 02.09.2014 è comparsa una piccola recensione del libro curato da Antonio di Gennaro sull’intervista di Christian Bussy a Cioran, tradotta da Massimo Carloni.

Un inedito interessante, visto che si tratta, come ho avuto modo di indicare già su questo blog, della prima intervista televisiva di Cioran.

 

http://www.satisfiction.me/emil-cioran-inedito-vivere-contro-levidenza/

 

 

 

Altro che nichilista, il vero Emil era immanente

Il 19 febbraio 1973 Christian Bussy intervista Cioran per l’emittente televisiva RTBF. L’intervista viene trasmessa il 4 aprile dello stesso anno. In trenta minuti lo scrittore  passa in rassegna tutta la vertigine del suo pensiero, e soprattutto racconta con risposte fulminanti la sua idea di esistenza. Per la prima volta questo testo prezioso viene pubblicato in Italia. Vivere contro l’evidenza (a cura di Antonio Di Gennaro, traduzione di Massimo Carloni, La scuola di Pitagora editrice, euro 3, 50) mette a nudo, fino all’essenzialità più irriverente, un Cioran che non ha mai rinunciato a vedere le cose cosi come sono, nella loro intrinseca vacuità.
Fa bene Antonio Di Gennaro nella sua non prefazione a ricordare che Cioran è stato un pensatore autentico non allineato alle mode accademiche imperanti nella Parigi del Ventesimo secolo, uno “scrittore anti – scrittore” non inquadrato nelle correnti e nei filoni speculativi in voga nel secondo Novecento è per questo un maître à penser scomodo, sconosciuto (soprattutto nelle nostre facoltà di filosofia), tenuto ai margini  del circuito culturale ufficiale, relegato in una nicchia di cultori “sotterranei, in una cerchia ristretta di appassionati “fedeli”.
Anche in questa breve intervista, come nei suoi libri in frammenti, Cioran lucidamente ingiuria e pugnala il proprio tempo, Dio e la vita appellandosi sempre al cafard (lo stato in cui si esprime nel quotidiano la discordanza tra il mondo e se stessi: il disagio di una disparità senza scampo).
Un Cioran immanente si confessa a cuore aperto raccontando al suo interlocutore che scrive più che per debolezza, per miseria interiore. Addirittura per tracollo più che per debolezza. Smentendo categoricamente la sua appartenenza al nichilismo, l’autore di Sommario di decomposizione sostiene di non essere un negatore, perché la sua negazione non è astratta, quindi un esercizio. Cioran definisce il suo modo di negare viscerale, dunque è un’affermazione; è un’esplosione.
Questo è un passaggio fondamentale per comprendere tutta l’opera di Cioran. La sua riflessione va completamente sdoganata dal luogo comune del nichilismo.
Oltre a essere scritto in maniera evidente nei suoi libri, Cioran lo afferma senza veli anche in questa  suggestiva intervista. Quando egli dice apertamente che vivere è distruggersi, non per una mancanza , ma per una sorta di pienezza pericolosa.
«Vivere contro l’evidenza, ogni momento, diventa una sorta d’ eroismo» afferma Cioran alla fine della sua chiacchierata con Christian Bussy, invitando tutti a vedere le cose così come sono. In  certo senso questo rende la vita quasi insopportabile. Ma soltanto in questo modo è possibile attraversarla e la si può accettare nella consapevolezza che la nascita è una catastrofe anche se questa considerazione non implica un giudizio pessimista sulla vita, che si può sopportare anche con sentimento.
«Ebbene, ciò che intendevo dire con quella frase è che il fatto di vivere è una cosa talmente straordinaria, soprattutto quando si vedono le cose come sono, che questa vita totalmente disprezzata, diciamo a livello storico, appare straordinaria sul piano pratico.
Vivere contro l’evidenza, ogni momento, diventa una sorta d’eroismo».
Il nostro più sincero apprezzamento va a Antonio Di Gennaro, il curatore di questo importante libro inedito, che ci ha fatto conoscere questo testo prezioso e che soprattutto, attraverso le parole dello stesso Cioran, ha finalmente fugato ogni dubbio sulla sua appartenenza al nichilismo.
L’abisso personale dello scrittore rumeno si nutre di piccole gocce di felicità.  «Le mie negazioni somigliano a degli schiaffi, quindi sono affermazioni». Da questa  affermazione, oltre che dai suoi libri, si capisce che la definizione “nichilista” non si addice a Cioran, che invece era ossessionato dal nulla e dal vuoto che combatte con un’immanenza lucida di chi sa guardare e vedere le cose  così come sono.

Nicola Vacca

#

CB: Dicono  che lei è nichilista è vero o falso?

EMC: Io non sono nichilista, non sono niente. Credo di avere degli accessi di nichilismo. Veda, è molto difficile da spiegare. Si può dire che Buddha sia nichilista? Non è possibile… È molto complicato…
Davvero, non vedo come rispondere a una tale domanda, rimanendo del tutto sincero. Di certo sono un negatore, tuttavia la mia negazione non è astratta, quindi un esercizio. È  una negazione viscerale, dunque, nonostante tutto, un ‘affermazione; è un’esplosione. Uno schiaffo è forse una negazione? Dare un ceffone…

CB:  è  un’ affermazione …

È  un affermazione, ma le mie negazioni somigliano a degli schiaffi, quindi sono affermazioni.
Tuttavia , non  mi ritraggo, non ho paura del mio nichilismo o pessimismo  o come vogliamo chiamarlo, veramente non importa, C’è il lato nichilista, ma non si tratta di questo, non credo sia importante.

CB: Cioran  lei ha scritto : « Solo  un mostro può permettersi il lusso di vedere le cose così come sono». Lei si ritiene più o meno mostruoso?

EMC : Probabilmente sì, poiché credo, effettivamente che vedere le cose così come sono, renda la vita quasi insopportabile. In tal senso, ho notato che tutte le persone che agiscono, possono farlo solo perché non vedono le cose così come sono. E io, perché ritengo di aver visto, diciamo in parte, le cose come sono, non ho potuto agire. Sono sempre rimasto ai margini degli atti. Quindi, è auspicabile per gli uomini vedere le cose  così come sono? Non so. Credo che le persone, generalmente, ne siano incapaci. Allora, è vero che solo un mostro può vedere le cose come sono, perché il mostro è uscito dall’umano.

L’intervista di Christian Bussy a Cioran

Grazie all’impegno di Massimo Carloni *, è stata tradotta in italiano una video-intervista inedita del 1973 di Emil Cioran, da parte del giornalista Christian Bussy, recuperata recentemente da Antonio di Gennaro (come ci informa lo stesso autore).

Massimo Carloni, che ha curato il libro “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” di Friedgard Thoma e che è il “traduttore” di altri video su Cioran (che è possibile vedere anche su questo post), cortesemente, mi ha anche rilasciato due righe di introduzione, che riporto qui interamente:

L’intervista di Christian Bussy a Cioran, è stata trasmessa dalla Radio-Télévision belga della Communauté française (RTBF), il 4 Aprile 1973.

Nel marzo del 1990, in occasione della pubblicazione in Francia di Sur le cimes du désespoir, la televisione francese aveva programmato la trasmissione dell’intervista, ma Cioran all’ultimo momento si oppose, così come riportò il Nouvel Observateur Livres del periodo, che in esclusiva pubblicò qualche estratto dell’ «interview que vous ne verrez pas à la télévision».

Nel giugno 1995, all’indomani della morte, l’intervista venne finalmente trasmessa anche Francia, suscitando l’emozione di Simone Boué nel rivedere ancora “vivo” il suo Cioran: «Due settimane fa, dopo aver visto in TV un’intervista rilasciata nel 1972 [1973] alla televisione belga, dove era così brillante, straordinario, così interamente se stesso, mi son detta: “no, no, non è morto”»[1].

In seguito l’intervista è stata trasmessa anche dalla Televisione Romena, mentre è inedita in versione italiana. Christian Bussy ha gentilmente messo a disposizione dell’amico Antonio Di Gennaro – studioso di Cioran che sta raccogliendo tutti gli entretiens ancora inediti – la trascrizione completa dell’intervista (un po’ più lunga rispetto alla versione trasmessa in TV della durata di circa 30 min.) da cui sono stati tratti i sottotitoli in italiano.

[1] Lettera di Simone Boué a Wolfgang Kraus del 7 luglio 1995. La lettera fa parte del carteggio tra Cioran e Wolfgang Kraus, in uscita nel 2014 in traduzione italiana, con il titolo: Agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus (1971-1990), presso Edizioni Bietti.

Nell’intervista, Bussy definisce Cioran “il testimone dell’inquietudine del nostro tempo” e fa quasi tenerezza l’avvertenza “vi chiedo di fare qualche leggero sforzo di attenzione per abituarvi al suo accento franco-romeno e alla rapidità del suo eloquio”, essendo “la prima volta che Cioran viene intervistato”.

Nell’intervista c’è molto del Cioran più autentico, come si può intuire da alcuni scambi di battute:

Bussy: “Paul Valéry rispondeva alla domanda ‘Perché scrivete?’ e lei?”

Cioran: “Per debolezza. No, è molto di più che per debolezza, per miseria interiore. Per tracollo addirittura. E quindi alla fine, per necessità. E’ per non gridare, per non urlare”.

“Mi sento prossimo a Baudelaire e a Pascal (che non sono dei ribelli) perché hanno il sentimento dell’Irreparabile”.

“Apprezzo molto Dostoijesky perché in lui c’è un miscuglio di distruzione che sfocia in altro, di estremo.
Vivere è distruggersi non tanto per una carenza ma per una sorta di pienezza pericolosa.
Non c’è niente di deprimente in questo, i personaggi di Dostojevskij sono semidei”.

“Ho la passione dell’amicizia, l’uomo che ho apprezzato di più in gioventù è un romeno che non ha scritto nulla ma che è un uomo straordinario. Così come ci sono molti uomini straordinari al di fuori del circuito intellettuale, più lucidi di me (la lucidità è la qualità più eminente di una persona, la qualità più importante, di un uomo che ha compreso) quindi più superiori ed ero molto contento di frequentarli”.

“Ho letto molte biografie di suicidi da giovane e devo dire che ne ho tratto molto beneficio” perché “il dramma non è morire, è nascere”.

Nel descrivere il suo personale e per certi versi conflittuale rapporto con la scrittura, si comprende perché la lettura di Cioran non può lasciare indifferente:

“Si scrive per fare del male, per sconcertare. Uno scrittore che, in un modo o nell’altro, non vi martirizza, non mi interessa”.

“I miei lettori sono poveracci, delle persone pietose, degli sventurati e per la maggior parte sono nevrotici. Beh, leggere certe mie cose è stata per loro una sorta di liberazione”.

http://www.youtube.com/watch?v=LhR536ao_cg&feature=em-upload_owner

Ringrazio Massimo Carloni per la disponibilità.

Per chi volesse approfondire, la rivista Orizzonti culturali italo-romeni – che dedica uno spazio esclusivo a Cioran (Spazio Cioran) – ha pubblicato un’intervista a quest’ultimo che è possibile leggere qui  (n. 7, luglio 2012, anno II).

Alla domanda “Com’è arrivato a conoscere l’opera di Cioran?” Massimo risponde:

Nella prima metà degli anni ’90 m’imbattei in qualche suo aforisma, riportato in un libro sul Pensiero negativo e la nuova destra, dove Cioran era frettolosamente annoverato tra gli scrittori del tramonto, sulla scia di Nietzsche, Spengler, Bataille, ecc. Furono sufficienti due o tre formule, da cui emanava una luce particolare, miracolosa, per decidere di approfondire l’opera di questo scrittore a me sconosciuto, definito magiaro (sic!) in quel saggio. Così, ammaliato dal titolo, scelsi la ‘Tentation d’exister’. La vera folgorazione, tuttavia, avvenne quando da Parigi mi portarono in regalo il volume delle Opere edito da Gallimard. Il contatto diretto col suo francese, ad un tempo levigato e dirompente, fu decisivo. Mi commossero poi le foto della sua mansarda. Quest’uomo – mi dissi – non si limita a meditare intorno all’essenziale: lo vive.

Queste sensazioni accomunano chi si approccia al pensiero e allo stile di Cioran. Chiunque esso sia, me compreso. Ed è in fondo il motivo della sua grandezza.

* Massimo CARLONI – studi in scienze politiche e filosofia all’Università di Urbino. Ha dedicato diversi studi a Cioran, pubblicati in volumi collettanei e in rivista internazionali. Ha realizzato il progetto editoriale per la traduzione italiana del libro di Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (éd. l’Orecchio di Van Gogh, 2009). Libri di prossima pubblicazione: edizione italiana delle lettere di Cioran al fratello (con H.- C. Cicortaş, Archinto, Milano, 2014), a Wolfang Kraus (con Pierpaolo Trillini, Bietti, Milano, 2014), e la corrispondenza Eliade-Cioran (con H.- C. Cicortaş, 2015).

Cioran e il suicidio

Orizzonti culturali italo-rumeniLa rivista curata dall’associazione Orizzonti culturali italo-romeni – diretta da Afrodita Carmen Cionchin – dedica una rubrica a Emil Cioran, denominata appunto “Spazio Cioran“.
Una delle ultime pubblicazioni che troviamo in questo “spazio” virtuale è un’intervista di Ciprian Vălcan a Andrea Rossi, fondatore dell’Associazione L’Orecchio di Van Gogh.
Chi ha seguito il presente blog dall’inizio ricorderà l’Orecchio di Van Gogh per essere l’editore di “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran”, il famoso libro di Friedgard Thoma, di cui qualche tempo fa avevo riportato la recensione di Franco Volpi (qui il link per chi è interessato) e per la rivista Alkemie, di cui parlerò in un successivo post.
Il tema principale è il suicidio, tema tipicamente cioraniano, di cui sono davvero numerosi i riferimenti, tanto da trovare ingeneroso citarne qualcuno a discapito di altri (in “Sillogismi dell’amarezza” ce ne sono diversi).
Per compensare, parzialmente, riporto l’incipit de “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus:
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia“.

Nella foto il primo volume pubblicato dalla Rivista.

Link: http://www.orizzonticulturali.it/it_incontri_Andrea-Rossi-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

L’ultima intervista di Cioran

Di interviste Cioran ne ha rilasciato parecchie, nonostante la sua “ostentata” misantropia.
Tutte o quasi hanno la caratteristica di essere pregne di una tensione vibrante che li rende estremamente godibili.

Per la prima volta in italiano presento l’ultima intervista prima di essere ricoverato all’ospedale Broca di Parigi (il “triste ospedale parigino” di rue Pascal, 54 di cui ho parlato in questo post), dove trovò riposo eterno il 20 giugno del 1995.

La versione originale è in spagnolo, la traduzione in italiano dall’inglese è di Maria Barresi.

L’ultima intervista a Cioran

(Abstract)

Poco prima di morire a Parigi, nel giugno del 1995, il filosofo rumeno Emile Michel Cioran lasciò questa intervista allo scrittore tedesco Heinz-Norbert Jocks, pubblicata nel 5° numero del Kulturchronik magazine, edito a Bonn da InterNationes. Leggi il resto dell’articolo

Cioran, l’assillo della fine

Nel 1986, data di questo articolo-intervista di Barbara Spinelli (nota giornalista, figlia di Altiero) su La Stampa, Cioran è praticamente sconosciuto in Italia, anzi diciamo che proprio da quel momento inizia ad essere conosciuto nel nostro paese (confrontare per approfondimenti in questo blog la Categoria “Cioran in Italia), anche grazie alle traduzioni di ben quattro dei suoi libri.

Definito curiosamente l’autore “più comico e più disperato” (“timido e splendente”) il ritratto umano e intellettuale che ne emerge è di quelli più autentici; ci sono tutti i temi principali da sempre prioritari in Cioran, c’è il suo sofferto rapporto con il pensiero, le sue analisi spietate del mondo, il suo stile inconfondibile (è la stessa sensazione, dice Spinelli, che si prova andando sull’altalena). E anche qualche aneddoto, tipo quello su Shakespeare, molto divertente…

Insomma un Cioran in splendida forma, sincero e scettico, anzi a suo dire “scettico fallito” perché il suo “dubbio è troppo voluttuoso per aspirare alla dignità di pensiero scettico”. Leggi il resto dell’articolo

Il nichilismo perfetto di Cioran

Cioran_soffocamentoIn questo  articolo di Mino Vignolo apparso sul Corriere della Sera  del 15 luglio del 2000, Fernando Savater (di cui ho già parlato in precedenti articoli su questo blog) mette sulla bilancia due grandi pensatori, Nietzsche e Cioran e afferma:
saranno stati cattivi maestri, ma rimangono fra i più affascinanti pensatori moderni. Hanno influito sulla mia vita quotidiana, dato che i miei pensieri sono la mia vita“.
Se la filosofia non è vita quotidiana (e a volte non sa esserlo) allora si riduce a chiacchiericcio speculativo da postribolo intellettuale. Di cui onestamente non se ne avverte la necessità.

Con Cioran sulle strade del nulla

L’autore di “Etica per un figlio” parla del suo apprendistato giovanile con il pensatore romeno, un Nietzsche redivivo

Leggi il resto dell’articolo

Cioran, l’antimoderno

Ho una specie di orrore per la cosiddetta conversazione intellettuale. Sono sempre vissuto al di fuori di quell’ambiente“.

Coerentemente con questa “specie di orrore”, Cioran rifiuterà prestigiosi premi letterari (tranne il premio Rivarol, per opportunità economica, nel 1950 con Précis de décomposition).
Del resto, dichiara a Giuseppe Scaraffia in questa intervista comparsa nel 1997 (in occasione della pubblicazione dei Cahiers 1957-1972) sul Corriere della Sera:
Non sono uno scrittore, sono soltanto una persona che riflette su certi problemi, ma non scrive romanzi o racconti“.

Per alcuni critici (attenti più alla etichetta che alla sostanza) non sarà nemmeno un filosofo, solo perché non ha elaborato quello che si definisce un “sistema filosofico”.

La verità è che Cioran lo è indubbiamente, perché si è scontrato con gli abissi e le domande più scomode dell’essere umano.
E in più è uno filosofo con uno stile da grande letterato, “erudito e fulminante”.
Jean Montenot su L’Express (01/04/2011) lo ha definito una “personalità gentile e discreta [..] che esprime in un francese sobrio e conciso tutto il tragico e l’irrisorio dell’esistenza umana” .

Può essere che non abbia davvero inventato nulla, ma lo ha fatto in modo egregio. Leggi il resto dell’articolo

Documentario video su Cioran

Anche su Youtube si può trovare diverso materiale su Cioran.

In questo post propongo un documentario francese di Patrice Bollon e realizzato da Bernard Jourdain, che mi sembra uno dei più completi.

I sottotitoli in italiano sono di Karl Max ossia di Massimo Carloni che ha curato anche il libro “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” di Friedgard Thoma, di cui ho parlato nel precedente post.
Dello stesso video esistono anche alcuni estratti.

Il documentario è diviso in 4 parti che ripropongo qui di seguito.

 

 

 

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: