Le divagazioni romene di Cioran

divagazioni_lindauLa vita è la morte quotidiana della Convinzione”: così si conclude un recente (ottobre 2016) libro di Cioran, dal suggestivo titolo “Divagazioni”, edito da Lindau:

http://www.lindau.it/Libri/Divagazioni

Si tratta della traduzione italiana di un libro romeno (“Razne”, Humanitas, Bucuresti, 2012), curato da Constantin Zaharia, grande studioso di Cioran, non nuovo al recupero dei manoscritti inediti del Nostro, donati dalla compagna Simone Boué all’archivio della biblioteca Doucet :

https://tuttocioran.com/2012/11/20/biblioteca_doucet_cioran/

La traduzione dal romeno è dovuta alla sapiente opera di un altro attento studioso di Cioran, Horia Corneliu Circotaş; segnalo a proposito, per chi volesse approfondire, una piccola intervista:

http://nonriescoasaziarmidilibri.blogspot.it/2016/10/divagazioni-di-emil-cioran-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

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Tempo e destino al San Raffaele – Milano

Incontro Rubinelli-Tempo e destino 21-11-14Segnalo volentieri la presentazione del libro di Renzo RubinelliTempo e destino nel pensiero di E.M. Cioran” (Aracne Editrice, 2014) domani 21 novembre 2014 all’Università San Raffaele di Segrate-Milano dalle ore 14 alle ore 16.00.

Sarà presente l’autore che, come molti sanno, ha conosciuto personalmente Cioran (nel corso di una visita ai suoi luoghi d’infanzia in Romania) ed era amico del fratello del filosofo, Aurel.

La sua tesi di laurea, da cui il libro trae molta ispirazione, è una delle prime in Italia su Cioran, allora praticamente sconosciuto.

E’ in ogni caso ancora più che attuale nei contenuti, con taglio filosofico ed elementi inediti, e con un’ottima bibliografia per la gioia degli accademici.

Una lettura godibile che non può mancare a chi è interessato a conoscere o approfondire il pensiero del filosofo romeno.

 

http://www.unisr.it/view.asp?id=9765

 

 

 

 

Lo zibaldone di Cioran

giacomo-leopardiPoco prima della pubblicazione in Italia dei “Quaderni 1957-1972” di Emil Cioran, sul Corriere della Sera compariva un interessante articolo di Mario Andrea Rigoni in cui si evidenziava l’affinità di Cioran al nostro Leopardi.

“Affini nell’atteggiamento, lo sono anche nelle convinzioni ultime”: entrambi lucidi e pertanto di un pessimismo estremo ma in fondo amanti  della vita (nel senso più raffinato del termine) e avidi lettori.

Nell’articolo si trova anche una lettera (allora) inedita di Cioran inviata a Rigoni (e qui tradotta dallo stesso): un giudizio sulla recente morte dell’amico scrittore Michaux, di cui si disse che solo l’ingombrante presenza di Albert Camus non gli concesse il Nobel.

Ricordo che Mario Andrea Rigoni, oltre che attento studioso di Leopardi e amico di Cioran, ha scritto su quest’ultimo “In compagnia di Cioran” (Il notes magico, 2004), “Ricordando Cioran” (La scuola di Pitagora, 2011) e “Cioran dans mes souvenirs” (Puf, 2009).

Buona lettura.

http://archiviostorico.corriere.it/2001/giugno/03/CIORAN_libro_segreto_delle_illusioni_co_0_0106036533.shtml

AUTOBIOGRAFIE APPUNTI, RIFLESSIONI, OSSERVAZIONI, ABBOZZI, ESERCIZI: LE ANNOTAZIONI PRIVATE DEL GRANDE SAGGISTA-FILOSOFO USCIRANNO IN ITALIANO DA ADELPHI. LO ZIBALDONE DI EMIL CIORAN

Il libro segreto delle illusioni

“Michaux, diabolicamente intelligente. Ma perche’ ha scritto cosi’ tanti libri?”

AUTOBIOGRAFIE Appunti, riflessioni, osservazioni, abbozzi, esercizi: le annotazioni private del grande saggista-filosofo usciranno in italiano da Adelphi

CIORAN Il libro segreto delle illusioni di MARIO ANDREA RIGONI

I trentaquattro «Quaderni» che Cioran ha tenuto fra il 1957 e il 1972 sono andati incontro alla medesima sorte che ha avuto lo «Zibaldone di Pensieri», composto tra il 1817 e il 1832 da Leopardi, uno dei poeti che egli venerava di più, benché ne avesse una conoscenza piuttosto scarsa: in entrambi i casi, un’ enorme massa di appunti, osservazioni, riflessioni, abbozzi ed esercizi, messa insieme a titolo esclusivamente privato nell’ arco di un quindicennio, non solo si è rivelata una preziosa fonte di derivazione e di illuminazione dell’ opera edita, ma si è costituita essa stessa in una sorta di opera, comunque in un emozionante documento intellettuale, letterario e umano, degno di essere pubblicato come tale.
E’ ciò che, per Cioran, hanno fatto saggiamente dapprima l’ editore Gallimard, a due anni dalla morte dell’ autore (1995), e adesso anche Adelphi grazie all’ eccellente traduzione di Tea Turolla: era stata Simone Boué, la compagna di Cioran, anche lei nel frattempo scomparsa, che aveva deciso di sottrarre i «Quaderni» alla distruzione alla quale erano stati destinati e che ne aveva fatto una vastissima scelta per la stampa.
Questi due zibaldoni postumi sono in realtà l’ autobiografia segreta, il romanzo intellettuale e metafisico che i loro autori non hanno mai scritto né voluto scrivere.
Espressione diretta e costante di un io ferito, si possono definire due libri romantici sotto molti aspetti: a incominciare dalla scelta del frammento.
Sia Leopardi sia Cioran adottano questa forma perché, non diversamente da Friedrich Schlegel, essi stessi si sentono «uomini a frammenti», schegge di una totalità perduta e tuttavia instancabilmente cercata o rimpianta.
«Tutti i miei libri sono mezzi-libri, saggi nel senso proprio del termine», confessa Cioran, proprio come ammetteva Leopardi nella lettera a Charles Lebreton: «Ho scritto soltanto saggi, considerandoli sempre dei preludi, ma la mia carriera non è andata oltre».
La modestia ammirevole di queste dichiarazioni è reale e sincera, ma non deve essere interpretata come un semplice fatto psicologico.
Il frammento è infatti lo stile che meglio aderisce alla vita spezzata dell’ uomo moderno e che, in pari tempo, più si sottrae alla tirannia dell’ idea e alla falsità del sistema.
Scrittori di questa natura sono per l’ appunto catturati dall’ esistenza, dagli esseri e dalle cose, non dalle filosofie, dalle scuole, dai metodi, che essi respingono come astrazioni sospette e convenzioni interessate; sprofondati nell’ essenziale, attirati in pari tempo dalla fisiologia e dalla metafisica, estranei ai gerghi e alle mode, trovano più verità nell’ esperienza di una portinaia o di una prostituta che nelle disquisizioni dei professori e dei critici.
Affini nell’ atteggiamento, lo sono anche nelle convinzioni ultime.
Tra le tante analogie che ricollegano Cioran a Leopardi, non per trasmissione di idee dall’ uno all’ altro ma per appartenenza a una stessa famiglia spirituale, basterà citare quella, capitale, che si riferisce al tema dell’ irrealtà del mondo e dunque della paradossale sostanzialità dell’ illusione, di cui sono entrambi così impregnati da esprimersi negli stessi termini.
Nei «Quaderni» di Cioran si legge questo aforisma: «Se tutto è illusorio, di reale non vi è per l’ appunto altro che l’ illusione».
Sembra la voce di Leopardi, che nello «Zibaldone di Pensieri» annotava:
«Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che, tutto il reale essendo un nulla, non v’ è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni».
Proprio da questo nichilismo, non privo di sfondo religioso, deriva la straordinaria vitalità delle mille pagine in cui Cioran ha registrato dubbi, ossessioni, preghiere, esecrazioni, capricci, incontri occasionali, ricordi d’ infanzia, lutti familiari, letture, annotazioni politiche, linguistiche, musicali (il suo idolo è Bach), osservazioni sulle razze e sui popoli (ebrei, tedeschi, francesi, spagnoli, romeni), giudizi su autori venerati (Tacito, Marco Aurelio, Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Saint-Simon, Joubert, Baudelaire, Dostoevskij, Emily Dickinson, Simmel, Rozanov, Yeats, Connolly) o poco amati (Heidegger, Sartre, Blanchot) oppure ammirati e poi, almeno in parte, rifiutati (Shelley, Rilke, Chestov, Valéry), notizie o aneddoti su amici (Celan, Henry Corbin, Michaux, Beckett, Ionesco) e su nemici (mai nominati, anche se spesso riconoscibili), perplessità tanto ricorrenti quanto ingiustificate sul valore dei propri libri e perfino sulla legittimità del proprio statuto di autore.
Alla fine tutto si riconduce al fatto che Cioran – grande scrittore che non cessa di deplorare la futilità della letteratura – interpreta la vita e il pensiero non come un mestiere, ma come un destino: donde la singolarità e l’ immediatezza folgorata della sua esperienza.
A ciò ha voluto rendere omaggio Simone Boué nelle poche pagine, orgogliose e dolenti, premesse ai «Quaderni», nelle quali rivendica a Cioran, contro «la muta dei benpensanti» scatenatasi di recente, il patto di solitudine e destino.
Occorre solo aggiungere che a questo patto sembra essersi misteriosamente sottomessa lei stessa, creatura nella quale la bruciante intelligenza si univa a una timidezza angelica. Sopravvissuta a Cioran due anni, che impiegò per trascriverne i «Quaderni», nel settembre 1997 fu travolta da un’ ondata in riva all’ Atlantico: una fine accidentale che aveva peraltro tutti i segni di un compimento.

Il libro: «Quaderni 1957-1972» di Émile Cioran è edito da Adelphi (pp. 1250, lire 80.000) con la traduzione di Tea Turolla. Il volume sarà in libreria nelle prossime settimane

L’ INEDITO «Michaux, diabolicamente intelligente Ma perché ha scritto così tanti libri?»

Mio caro amico, la ringrazio delle parole così generose rivolte alla mia vecchia Tentation (La tentation d’ exister, ndr.), che non le merita – ma alla fine fanno piacere – Ho riletto il saggio sugli Ebrei e penso che non sia troppo datato. – Ma parliamo piuttosto di un avvenimento: la morte di Michaux. Eravamo molto legati; lo ammiravo ma, curiosamente, non avevo affetto per lui. Il suo spirito corrosivo, intrattabile, «cattivo» mi piaceva (poteva essere sbalorditivo a cena!); tuttavia era scrittore, troppo scrittore. Questo lato «uomo di lettere», per nulla percepito negli ambienti letterari dai quali egli rifuggiva per calcolo, era comunque reale. Un falso solitario. Che importa! Era diabolicamente intelligente. Ma perché ha scritto tanto? E’ stato vittima del suo lato assiduo, laborioso, del suo lato belga. Gliene voglio perché non aveva niente di un fallito. Caraco, per anni, mi ha inviato i suoi libri con dediche lunghe e solenni nelle quali diceva che lui e io eravamo i «grandi incompresi» del nostro tempo. In questo modo ha finito coll’ esasperarmi, e un giorno li ho gettati nella spazzatura. Ho letto recentemente Madame mère est morte: è notevole, mentre gli altri libri erano splendidamente scritti e vuoti. Su Jean Rostand ho scritto soltanto una pagina, pubblicata quando era vivo (in un numero speciale di omaggi prevalentemente scientifici): gliene mando la fotocopia in ragione di un pensiero folgorante di Guyau (un filosofo che si leggeva ancora al tempo della mia giovinezza). Grazie della pena che lei si dà per far pubblicare i miei scritti nel «Corriere». Visto lo stato di atonia in cui sono, non credo che mi sia possibile farle giungere nel prossimo futuro un testo propriamente inedito. Cerchi di venire a Parigi in gennaio come promesso. Simone e io ce ne rallegriamo fin d’ ora. Venga anche perché possiamo visitare finalmente le mostre di cui tutti parlano e che non abbiamo più il coraggio di andare a vedere da soli. Con la nostra più affettuosa amicizia per lei, Luisa e Alberto. Cioran

Il testo: la lettera inedita, qui riportata, fu scritta da Émile Cioran a Mario Andrea Rigoni da Parigi il 6 novembre del 1984.

Tra gli autori citati da Cioran ci sono il poeta e pittore francese di origine belga Henri Michaux (1899-1984) e i filosofi Albert Caraco (1919-1971) e Jean Rostand (1894-1977). La traduzione è del destinatario.

CHI E’

Filosofo, saggista, scrittore. Francese di adozione Cioran (Cioranescu, il suo vero cognome) è nato nel 1911 in Romania dove ha svolto studi in filosofia. Inizialmente bergsoniano, rivolge successivamente il suo interesse a Nietzsche. E’ nel 1937 che viene inviato dall’ Istituto francese di Bucarest in Francia, dove resterà fino alla sua morte, avvenuta nel 1995

I LIBRI

La sua produzione filosofica, anche se è difficile parlare di filosofia nel caso di Cioran, è quasi del tutto in lingua francese con l’ esclusione del suo primo libro scritto a 22 anni in romeno: «Pe culmile disperarii» («Al culmine della disperazione», ed. Adelphi 1998). Cioran fu a lungo accusato per le sue dichiarazioni giovanili antisemite e filohitleriane. Posizioni poi riviste in età matura. Sulla vicenda è fondamentale la biografia di Cioran scritta da Patrice Bollon (Cioran l’ eretico)

IL FRANCESE

La sua è considerata una delle più belle prose in francese. «Ho scritto in romeno fino al ‘ 47 – ha raccontato lo stesso Cioran – Quell’ anno mi trovavo in una casetta a Dieppe, e traducevo Mallarmé in rumeno. Di colpo, mi son detto: “Che assurdità! Che senso ha tradurre Mallarmé in una lingua che nessuno conosce?”. Allora ho rinunciato alla mia lingua. E mi sono messo a scrivere in francese».

IN ITALIA

I libri di Émile Cioran in Italia sono tradotti da Adelphi. Nella collana «Biblioteca Adelphi»: «Al culmine della disperazione», «La caduta nel tempo», «La tentazione di esistere», «L’ inconveniente di essere nati». Mentre nella «Piccola Biblioteca Adelphi» sono usciti: «Esercizi ammirazione», «Il funesto demiurgo», «Lacrime e santi», «Sillogismi dell’ amarezza», «Storia e utopia»

Rigoni Mario Andrea

Pagina 25
(3 giugno 2001) – Corriere della Sera

La giovane generazione romena: Cioran e Eliade

Cioran_fiera libro_Torino 2014Più approfondisco la conoscenza di Emil Cioran (1911-1995), più mi rendo conto che della necessità di un ripensamento dell’intero mondo editoriale.

Abbarbicato su se stesso, incapace di andar oltre i propri limiti o peggio di riconoscere i veri grandi autori, è alla continua ricerca di una stentata sopravvivenza economica con l’ostinato cieco utilizzo di metodi (commerciali in particolare) che lo porteranno inesorabilmente al suicidio, come ad esempio la scellerata scelta di puntare sui cosiddetti best sellers con la loro spasmodica aspirazione, tipicamente moderna, a ciò che non è prima ancora di essere.

Il rischio, ormai danno ampiamente realizzato, in sintesi, è di svilire i contenuti di qualità e di perdere inevitabilmente dei pezzi importanti della cultura passata per inseguire la cosiddetta “cultura di consumo”, per preferire cioè il “moltiplicare dei bisogni” a scapito del loro “soddisfacimento”.

Uno di questi “pezzi” è sicuramente l’opera colta e stilisticamente raffinata dell’insonne pensatore dai natali rumeni ma dalla “maturità” prettamente francese.

Si possono anche non amare i saggi e limitarsi ai romanzi-copia di serial televisivi, si può anche non conoscere qualche autoruncolo contemporaneo, dai più osannato come un dio a tempo (leggi code infinite per comici travestiti da giornalisti), ma – e mi dispiace pure ammetterlo: de gustibus non est disputandum-, non si può pensare di amare la letteratura o meglio il pensiero umano e non conoscere un autore come Cioran.

E dico ciò non tanto con senso di (aristocratico) disprezzo ma con l’amarezza di chi vorrebbe rompere definitivamente meccanismi che non si riusciranno mai a spezzare, cosciente del fatto che sono soltanto la parte minimale di una più grande decadenza intellettuale, italiana prima ancora che occidentale.

L’Agonia dell’Occidente, giusto per riprendere il titolo di uno dei pochi libri fin qui pubblicati e dedicati al Nostro, in fondo è anche questa.

Il titolo tra l’altro fa il verso a un altro libro, oggi ingiustamente dimenticato ma nel passato considerato un autentico capolavoro (che non mancava tra le letture dei contemporanei), qual è “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler.

Una fiera del libro come quella di Torino rimane per me un mistero e mi lascia sempre un sapore amaro tra lo sbigottimento (per la presenza di migliaia di persone) e la rassegnazione (per i contenuti).

In mezzo a questo mistero però capita di ritrovare libri e discussioni di interesse, probabilmente difficilmente rintracciabili altrove (rigorosamente messe ai margini ma intanto ci sono: e chissà, magari un giorno non ci sarà nemmeno quello e ci si ricorderà di oggi come dei bei tempi in cui la piccola editoria di qualità aveva ancora una, benché minima, visibilità).

Il libro in questione è stato appunto presentato sabato scorso 10 maggio proprio al Salone del libro di Torino dalla casa editrice Bietti (casa editrice che si pregia di essere “anti-moderna”, come mi ha riferito con una punta d’orgoglio il suo giovane direttore editoriale, Andrea Scarabelli), contemporaneamente alla presentazione di un altro libro dedicato a un autore vicino per natalità e destino a Cioran ovveroMircea Eliade, storico delle religioni, e precisamente a un suo scritto – curato da Horia Corneliu Cicortaş – su “Salazar e la rivoluzione in Portogallo”.

All’incontro era presente Massimo Carloni, curatore dell’Agonia, che negli ultimi anni abbiamo avuto modo di apprezzare per alcuni scritti su Cioran e in particolare per aver curato il libro particolarmente discusso di “Friedgard Thoma, Per nulla al mondo: un amore di Cioran”, da dove emerge un ritratto di quest’ultimo inedito e – anche per chi può vantare una minima conoscenza del suo pensiero – perfino disorientante, se non inconcepibile.

Oltre a Cicortaş e a Scarabelli, all’incontro, confinato in un angolino dello stand della Romania, c’era lo storico Franco Cardini (che ci ha regalato un bel quadro del periodo in cui vissero i due autori in questione, paragonandolo causticamente alla questione europea attuale) e Gianfranco de Turris, direttore dell’ottima rivista gratuita Antarès, sempre della Bietti, il cui ultimo numero, non a caso, è dedicato alla giovane generazione intellettuale rumena del dopoguerra (Cioran, Eliade, Ionesco, Noica, ecc.).

Giovane generazione che possiamo considerare come figlia spirituale del professore Nae Ionescu, un controverso Socrate antirazionalista romeno, forse poco originale come filosofo ma trascinatore di indiscusso fascino per moltissimi intellettuali, angosciati dalla marginalità della cultura romena e quindi desiderosi di riscatto (a questo proposito rimando alla lettura di un saggio ben strutturato, scritto da Emanuela Constantini, Nae Ionescu, Mircea Eliade, Emil Cioran, Morlacchi Editore, Perugia, 2005).

Non è un caso che molti alla fine si ritroveranno in una Parigi frizzante, dove la cultura era vita quotidiana e legata a nomi altisonanti come quelli di Sartre o Camus e che rinnegarono, non senza imbarazzo e più o meno esplicitamente, un passato ambiguo, nazista e antisemita, di adesione alla violenta e nazionalista Guardia di Ferro di  Corneliu Zelea Codreanu.

Eliade, prima di ciò, fece tappa in India e poi nel Portogallo di Salazar e ne fu affascinato a tal punto da scrivere un saggio proprio sul dittatore, adesso appunto riproposto assieme al libro di Cioran.

Studioso esoterico affascinato dalla cultura italiana (Papini, Evola), Eliade seguì comunque la via accademica, a differenza di Cioran che preferì invece la strada di un insolito isolamento pseudo-monastico nella (famosa) mansarda di rue de l’Odéon, 21, a due passi dall’omonimo teatro, circondato in realtà da molti amici e conoscenze di un certo spessore.

E soprattutto in corrispondenza letteraria con essi, tanto che questo corpus epistolare fa parte (e molto ancora dovrebbe far parte) di diritto dell’opera di Cioran, assieme a quello straordinario capolavoro che sono i Cahiers recuperati dalla compagna Simone Boué e pubblicati da Adelphi nel 2001 (Quaderni, 1957-1972).

Le lettere a Wolfgang Kraus (da non confondere con il più famoso Karl) sono state recuperate per caso: George  Gutu, occupandosi di una ricerca su Manes Sperber presso l’Archivio Letterario della Biblioteca Nazionale austriaca di Vienna, si ritrovò con una serie di lettere scambiate con Cioran in un periodo di ben diciotto anni, dal 1971 al 1990 e soprattutto ne intuì subito il valore.

Da qui e dall’opera encomiabile di Massimo Carloni sono nate queste ben 158 lettere scritte in tedesco: un carteggio che rappresenta il lavoro italiano culturalmente più interessante degli ultimi anni su Emil Cioran.

A proposito, mi sia consentito fare un cenno agli altri due libricini su Cioran che quest’anno (timido cenno di risveglio?) sono apparsi in Italia, questa volta su iniziativa della Mimesis Edizioni: Il nulla. Lettere a Marin Mincu (1987-1989), a cura e traduzione di Giovanni Rotiroti e L’intellettuale senza patria a cura di Antonio Di Gennaro. Entrambi i libri presentati al Salone (purtroppo non sono riuscito ad andare agli incontri) curati da due studiosi molto attivi nella diffusione del pensiero cioraniano in Italia e a cui pertanto va il mio ringraziamento personale (per quel che vale, diciamo da modesto attento lettore e curatore del blog su Cioran: http://tuttocioran.com).

Vado così via dalla fiera in serata – proprio nel momento in cui lentamente incomincia ad attenuarsi l’incessante formicolio che la contraddistingue – con questo prezioso stimolo.

E’ proprio vero che tutti o quasi si lamenteranno (fiera troppo commerciale, troppa confusione, troppo costosa), ma alla fine tutti o quasi si ritroveranno, un altro anno ancora (il prossimo?), nei capannoni di questa sorta di “mercatone del libro”, incastonato in una Torino che non cessa mai di stupire.

Giuseppe Savarino

Articolo originale comparso in Critica Letteraria il 19/05/2014 e raggiungibile al link: http://www.criticaletteraria.org/2014/05/salto14-la-giovane-generazione-romena.html

Cioran al Salone del libro

Cioran_rue_odeon

La rivista on line Critica letteraria in questi giorni sta presentando una serie di resoconti dei redattori presenti al Salone Internazionale del libro di Torino.

Ne ho approfittato per fare la mia parte: uno degli incontri a cui sono stato, come indicato nel post precedente, riguardava appunto Cioran.

Link: http://www.criticaletteraria.org/2013/05/salto13-cioran-al-salone-del-libro.html

Emil Cioran (1911-1995), scrittore romeno – francese, non è autore da incontri formali o accademici.

Rifiutò tutti i premi letterari, di cui aveva evidentemente una pessima opinione (Sainte-Beuve, Combat, Nimier, Morand, ecc.), tranne il Rivarol nel 1949, che accetterà giustificandolo come un’esigenza finanziaria.

Ci trovava troppa vanità, troppo formalismo, troppa inutile autocelebrazione.

Non frequentava nessun ambiente accademico, non partecipava a convegni o simili e l’unica concessione alla malinconica girandola di promozioni letterarie cui si assiste con un certo smarrimento tutt’oggi, sono state le straordinarie interviste raccolte dalla Gallimard nell’anno della sua morte e tradotte in italiano nel 2004 dall’Adelphi sotto l’evocativo titolo di “Un apolide metafisico. Conversazioni”.

Con tali premesse, si può ben comprendere che Cioran non è autore che si concilia con un fenomeno di massa come è una fiera del libro.

Già l’anno scorso, nonostante la sua fama ormai ampiamente riconosciuta in tutto il mondo e nonostante uno dei due paesi ospiti fosse la Romania, nel Salone internazionale del libro di Torino era totalmente e incomprensibilmente assente, ma tutto sommato anche ciò era in linea con il personaggio.

Quest’anno invece Cioran “appare” nel padiglione 3 del Salone, nell’area Incubatore dedicata alle case editrici emergenti, per la presentazione del libro della Mimesis Edizioni, Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), che fa il verso al suo primo saggio scritto (in romeno) nelle notti insonni della giovinezza, Al culmine della disperazione 

Il libricino (98 pagine) riprende la corrispondenza di Cioran negli anni della sua giovinezza (tra i 19 e i 23 anni) con alcuni suoi amici romeni, in particolare con Bucur Ţincu (amico d’infanzia), Petre Comarnescu (promotore di una nota associazione e rivista culturale dell’epoca, “Criterion”) e Mircea Eliade, storico delle religioni e componente della celebre triade romeno–francese, di cui, oltre Cioran, faceva parte anche Eugène Ionesco, esponente di spicco del teatro dell’assurdo e autore de La Cantatrice Calva.

Nelle lettere, pur in uno stile ancora acerbo, sono presenti tutte le tematiche cioraniane: la sofferenza e il dolore, la disperazione, la morte, lo scetticismo e il cinismo e sopra tutto l’incredibile lucidità e l’arguta capacità di osservazione (“per me tutto si riduce alla comprensione della vita”, pag.27) che hanno fatto di Cioran uno dei più grandi  pensatori del Novecento, pur nella sua assoluta umiltà (in una lettera a Mario Andrea Rigoni, pubblicata nel libro “Mon cher ami”, lo pregava perentoriamente di togliere in un commento la parola “grande” da “grande scrittore del novecento”).

L’incontro, dopo una breve presentazione di Giovanni Rotiroti, psicanalista e professore di Lingua e Letteratura romena presso l’Università di Napoli (autore di altri libri su Cioran) che ha curato questa antologia, si trasforma in un reading avvincente.

Emergono così alcuni particolari fin qui sconosciuti: il suo iniziale proposito di scrivere una tesi su Kant (la scriverà invece su Bergson) o il suo disinteresse per il giornalismo:

“tutti i giovani di una certa cultura, che entrano nel mondo del giornalismo, iniziano prima a discutere con incredibile passione di problemi lontani dall’attualità, ma poi finiscono con effimeri reportages”.

Coerentemente con l’impostazione del libro (dove ha scritto la postfazione), conclude l’incontro Antonio Di Gennaro.

Il suo intervento è una sorta di indagine psicologica sulle motivazioni della disperazione cioraniana: “ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà fisiologica, per non dire fisica” (pag. 89).

Per Di Gennaro,

“Cioran, privato dalla gioia (illusoria, effimera, momentanea) dell’amore, racconterà per una vita intera, la desolazione (reale, fattuale) di una vita senza amore” (pag. 91).

Una tesi affascinante, ma a mio avviso un po’ forzata, che riprende perfino un episodio del primo amore  – e dunque la prima grande delusione amorosa – di un Cioran adolescente.

Non so se ha senso cercare di scoprire “la causa prima di tanta sofferenza”…quello che più interessa il lettore credo invece sia lo stile “feroce” di Cioran che nei Cahiers (Quaderni, 1957-1972) non a caso affermerà:

In letteratura, tutto ciò che non è spietato è noioso” (pag. 535).

[E. CioranLettere al culmine della disperazione (1930-1934), a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis Edizioni, 2013]

Finalmente, Cioran

Incontro Torino Mimesis 19-05-2013Il 19/05/2013 ero davanti ai cancelli del Lingotto di Torino di buon’ora, in attesa dell’apertura.

Alle 10.00, presso il Padiglione 3, c’era la presentazione del libro di Mimesis Edizioni, Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), a cura dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia.

Allo spazio dedicato all’incontro, lo stand Incubatore (campeggiava il disegno stilizzato di una carrozzina e la scritta: “coltiviamo gli editori del futuro”), la piccola folla incominciava a formarsi praticamente da subito, nonostante l’incontro iniziasse alla stessa ora dell’apertura (solita approssimazione italiana), fino a raggiungere un discreto e, per certi versi sorprendente, numero.

Erano presenti, tra i volti che riuscivo a identificare, Antonio Di Gennaro e Giovanni Rotiroti (nella foto rispettivamente il primo a sinistra e l’ultimo a destra), accompagnati da due ragazze, presentate poi come la traduttrice del libro, Marisa Salzillo e Irma Carannante (“tutti studiosi di Cioran”, sintetizzò il rappresentante dell’Istituto Romeno).

L’incontro si è svolto sostanzialmente tra una breve introduzione del prof. Rotiroti e un intervento di Di Gennaro (quasi un’analisi psicologica dell’origine della disperazione cioraniana).

Nel mezzo…un lungo (mai abbastanza) reading delle lettere di Cioran, selezionate ovviamente dal libro.

Nonostante mi aspettassi qualcosa di diverso, è stata un’ottima soluzione: più che parlare di Cioran, è meno ovvio e più incisivo far parlare direttamente Cioran.

Seppur giovane (nel periodo in questione, Cioran aveva tra i 19 e 23 anni) nelle lettere si trovano già molti dei temi fondamentali dello scrittore romeno.

Prossimamente, completata la lettura, prevedo di sviluppare un commento/recensione del libro, sconfinando rispetto alla linea usuale del blog.

Chi è interessato può contattarmi via email per avere il file audio in mp3 dell’incontro.

Due ottimisti perversi, Cioran e Bufalino

BufalinoGesualdo Bufalino è conosciuto più che altro per “Diceria dell’untore” o al massimo per il Premio Strega, “Le menzogne della notte” .
In realtà, uomo di grande cultura e diversissime passioni (cinema, musica, scacchi, ecc.), fu anche un ottimo traduttore dal francese e dallo spagnolo, nonché fine aforista (una breve selezione si può leggere sul sito di Aforisticamente).
Come si può notare da questi aforismi (uno su tutti: “Diffidate dagli ottimisti, sono la claque di Dio”), Bufalino possiede alcune caratteristiche che facilmente richiamano Emil Cioran.
Ed è proprio questo l’accostamento fatto da Matteo Collura in un articolo sul Corriere della Sera del 23 settembre 2008. Leggi il resto dell’articolo

Castronuovo e il moralista Cioran

Cioran-libro-castronuovo

Nella breve introduzione al libro intitolato semplicemente “Emil Michel Cioran” (Liguori Editore, 2009) Antonio Castronuovo sottolinea incisivamente come lo scrittore franco rumeno possa essere considerato “un moralista classico” (facendo esplicito riferimento all’intensa e discretamente famosa antologia di Giovanni Macchia).

Un moralista cioè che non sia “un precettore ma uno spettatore” (una morale dunque non prescrittiva ma descrittiva), che si limita a “notare la contraddittorietà dell’esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che ha sotto gli occhi”, attraverso uno stile intimamente aforistico.

Al pari di Nietzsche, Cioran è “un moralista che giunge a deplorare la morale” e, come lui stesso confesserà, si allontanò da questo Maestro solo perché lo ritenne troppo ingenuo: “mi sono reso conto che c’era in lui un lato troppo giovanile. Per me. Perché io ero più marcio di lui, più vecchio. E comunque conoscevo meglio gli uomini”.

Cioran si sentiva un moralista più affine a La Rochefoucauld, a Chamfort o a La Bruyère; non è un caso che Adriano Marchetti lo ha inserito tra questi (e altri) moralisti in un’altra più recente antologia, “Moralisti francesi” (BUR, 2008).

Ho avuto il piacere di conoscere Antonio Castronuovo in un incontro dell’AIPLA, Associazione Italiana per l’Aforisma a Torino l’anno scorso. Avevo già letto il suo libro su Cioran che per l’occasione definì modestamente “solo un libricino”. In effetti sono soltanto cento pagine, asciutte ed essenziali. Come l’uomo Cioran.

Non ci vogliono tante parole per distinguere la qualità dalla mediocrità.

http://www.girodivite.it/Antonio-Castronuovo-e-la-passione.html

Antonio Castronuovo e la passione dell’assurdo

“Come Cioran, anche Castronuovo avverte la «pasiunea absurdului», la «passione dell’assurdo», il sorriso sovrano, distaccato, quasi superumano con cui l’uomo reagisce all’angoscia del niente…”
giovedì 15 febbraio 2007, di Matteo Veronesi

Non è certo possibile costringere in una definizione univoca tutte le molteplici, e apparentemente anche un po’ dispersive, espressioni (dalla storia locale alla saggistica sul mondo antico, dalla musicologia al romanzo, dalla critica d’arte all’aforisma) attraverso cui si è esplicata, negli ultimi anni, l’individualità creatrice di Antonio Castronuovo, che si compiace di celarsi, a volte, dietro lo pseudo-anagramma di Roberto Asnicar: un’individualità il cui eclettismo intelligente, poliedrico, quasi sorprendente nella sua varietà, nella sua versatilità inesauribile, nella sua ellenistica poikilìa, appare tanto più raro e prezioso in un’epoca come la nostra, che sembra sempre più dominata da quella “barbarie della specializzazione” che stigmatizzava Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse.

Ad ogni modo, il suo profilo di pensatore e di creatore emerge con assoluta evidenza dalla tagliente, provocatoria, a tratti quasi crudele nettezza degli aforismi raccolti in Tutto il mondo è palese (Moby Dick, Faenza 2006, premessa di Gino Ruozzi, http://www.mobydickeditore.it); un genere, quello aforistico, a cui l’autore ha già dedicato diversi libri, da Palingenesi del frammento a Rovi, dal Mito di Atene a Quilismi per un bambino ucciso.

In un profilo dedicato a Cioran, il tragico pensatore nichilista franco-romeno, apparso su «Belfagor» nel 2002, Castronuovo definiva l’aforisma come «un’isola di stile certo», uno spazio testuale e stilistico, un’area del dicibile che danno respiro all’affiorare e all’esplodere del «culmine della disperazione». La memoria va, allora, appunto al Cioran di Pe culmile desperarii, che proprio nell’atto salvifico della scrittura, nello spazio magico e riparato della meditazione e dell’esercizio letterario additava la sola difesa dall’irrompere del nulla, del vuoto, dell’angoscia, e, insieme, lo strumento attraverso cui quell’ansia di nullificazione si faceva, tragicamente, consapevolezza e autocoscienza.

Come Cioran, anche Castronuovo avverte la «pasiunea absurdului», la «passione dell’assurdo», il sorriso sovrano, distaccato, quasi superumano con cui l’uomo reagisce all’angoscia del niente, alla disperazione dell’insensatezza. Come l’«homme absurde» di Camus, così l’uomo di Cioran sarà capace – infedele e sciatta, in questo punto come altrove, la traduzione adelphiana – di «ridere nel momento supremo, davanti al nulla assoluto (in fata neantului absolut)», di ridere «nell’agonia finale, nell’istante dell’ultima tristezza».

Ma il sorriso di Castronuovo non è il riso folle, spasmodico del condannato, dell’ossesso o del suicida; la sua non è la leopardiana, paradossale «barbara allegrezza» dell’infelice o dell’oppresso posti innanzi al pensiero della morte. Il suo sorriso ha, piuttosto, la “leggerezza” teorizzata dal Calvino delle Lezioni americane – per quanto a volte, come in Kundera, «insostenibile», segretamente satura di vissuto, di esperienza, di sentimento, di riflessione talora amara e sofferta. L’ironia di Castronuovo – oscillante fra l’ironia tragica che nasce dalla presa di coscienza della condizione umana e l’ironia romantica, che svaluta l’umano e il contingente tenendo un occhio rivolto alla trascendenza e all’alterità, per quanto inconoscibili, indeterminate, non più che pura possibilità, che li sovrastano e li superano – è vicina alla «profondità della superficie», all’amore per la maschera, per la dissimulazione, per il paradosso, l’antifrasi, il gioco di specchi, che animavano un geniale e tragico aforista come Nietzsche. Insomma la “leggerezza”, l’ironia, la superficie gaia, limpida, scintillante di questa scrittura celano in realtà – nascondendola e facendola trasparire ad un tempo, occultandola e insieme rivelandola – la profondità abissale e cupa di un pensiero intrinsecamente, direi geneticamente tragico, sempre a stretto contatto, fin dal suo nascere e dal suo prender forma, con le verità ultime e prime della vita e della morte, con l’enigma insolubile, e insieme palese, evidente, tangibile – quasi, direbbe Claudel, un “mistero in piena luce” –, della sofferenza. Il Castronuovo di Quilismi per un bambino ucciso (il quilisma, appunto, il canto esile, acuto, teso fra la musica e il silenzio, la sommità e l’abisso, è metafora ideale e pregnante di questa parola incisa, calibrata, dolente nella sua nettezza, come i disegni di Gian Ruggero Manzoni, essenziali, nudi, per così dire archetipici, studiatamente primitivi nella loro violenza e nella loro crudezza decise e gridate, che accompagnavano e scandivano le tappe dolorose di quel libro prezioso) sapeva bene «quanto gioco ci sia nel lutto, quanto engimatico compiacimento»; «bruciati dalla fiamma fredda del nulla», non si può far altro che voltarsi altrove e ridere, per non lasciarsi sopraffare, per poter vivere e perdurare. Si potrebbero quasi ripetere, per Castronuovo, sempre sull’onda della metafora del quilisma, ciò che egli stesso, in Ombre del Novecento, una raccolta di saggi del 2002, scriveva a proposito di Cristina Campo, costantemente e delicatamente insidiata, nella sua sublime fragilità, dalla possibilità persistente ed estrema della morte: nella sua prosa c’è il «tono ineffabile del primato, la supremazia dell’ironico, il naturale rigetto di quel che è ipocrita»; «la musica si avvolge in lunghi quilismi sul tetragramma gregoriano della sua pagina».

Leggiamo in questo Tutto il mondo è palese: «Sentiva che in cielo non c’era nessun dio, ma l’azzurro gli piaceva ugualmente». Qui sembra di risentire, pur nella leggerezza alata e concisa dell’aforisma, il Mallarmé dell’Azur, la «sereine ironie» del «cielo morto». Al vuoto ontologico, all’abisso dell’esserci, non si reagisce che con il sorriso amaro o limpido, disincantato o sereno. «Sorrideva quand’era disgustato del mondo. Lo giudicavano pertanto felice». Anche la nausea e il disgusto possono convertirsi nell’erma di un sorriso che non distingue l’amarezza dall’amor fati, il rigetto dalla serena, o rassegnata, accettazione.

«Demotivato come un postino che sa di consegnare carta straccia». Questa può essere, in fondo, la stessa condizione odierna dello scrittore, dell’umanista in una società che alla letteratura, al tesoro millenario della parola scritta, sembra ormai non aver più nulla da chiedere. «Sapeva come sarebbe andata a finire. E perse il gusto di vivere». Qui sembra riverberarsi la percezione sveviana che «la vita è commedia», perché alla fine calerà il sipario, o il disincanto pirandelliano di chi «ha capito il gioco» e «non si inganna più», non cede più alle dolci lusinghe del vivere, alle rosee, per quanto fallaci, promesse dell’esistere nel mondo. Siamo immersi, come si vede, in un clima concettuale ed antropologico ancora pienamente moderno, novecentesco, e per questo, forse, paradossalmente inattuale, pur in una forma tipicamente postmoderna com’è quella, “disseminata” e apparentemente aleatoria, del frammento e dell’aforisma.

Uno stesso placido vuoto, uno stesso disincanto lucido e mite paiono calare, avvolgendole e fondendole l’una con l’altra, sulla vita e, insieme, sulla scrittura. Eppure, per un estremo e vitale paradosso, è proprio quest’ultima – nel momento stesso in cui si fa strumento tormentoso della coscienza del vuoto, della consapevolezza del nonsenso – che aiuta a vivere, che dà sostanza al tempo e anima ai giorni – se non, in qualche raro istante, pienezza e gioia.

«Se si continua a vivere», dice ancora Cioran, «è solo grazie alla scrittura»; «la creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte».

«Vivo perché le montagne non ridono e i vermi non cantano». La parola, la scrittura sono il riso e l’assurdo che salvano, all’estremo, «in faccia al nulla», dalla morte.

«Non scriverò più», lasciava scritto, poco prima di andarsene, il Pavese del Mestiere di vivere.

Matteo Veronesi

Cioran e il suicidio

Orizzonti culturali italo-rumeniLa rivista curata dall’associazione Orizzonti culturali italo-romeni – diretta da Afrodita Carmen Cionchin – dedica una rubrica a Emil Cioran, denominata appunto “Spazio Cioran“.
Una delle ultime pubblicazioni che troviamo in questo “spazio” virtuale è un’intervista di Ciprian Vălcan a Andrea Rossi, fondatore dell’Associazione L’Orecchio di Van Gogh.
Chi ha seguito il presente blog dall’inizio ricorderà l’Orecchio di Van Gogh per essere l’editore di “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran”, il famoso libro di Friedgard Thoma, di cui qualche tempo fa avevo riportato la recensione di Franco Volpi (qui il link per chi è interessato) e per la rivista Alkemie, di cui parlerò in un successivo post.
Il tema principale è il suicidio, tema tipicamente cioraniano, di cui sono davvero numerosi i riferimenti, tanto da trovare ingeneroso citarne qualcuno a discapito di altri (in “Sillogismi dell’amarezza” ce ne sono diversi).
Per compensare, parzialmente, riporto l’incipit de “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus:
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia“.

Nella foto il primo volume pubblicato dalla Rivista.

Link: http://www.orizzonticulturali.it/it_incontri_Andrea-Rossi-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

Cioran, l’assillo della fine

Nel 1986, data di questo articolo-intervista di Barbara Spinelli (nota giornalista, figlia di Altiero) su La Stampa, Cioran è praticamente sconosciuto in Italia, anzi diciamo che proprio da quel momento inizia ad essere conosciuto nel nostro paese (confrontare per approfondimenti in questo blog la Categoria “Cioran in Italia), anche grazie alle traduzioni di ben quattro dei suoi libri.

Definito curiosamente l’autore “più comico e più disperato” (“timido e splendente”) il ritratto umano e intellettuale che ne emerge è di quelli più autentici; ci sono tutti i temi principali da sempre prioritari in Cioran, c’è il suo sofferto rapporto con il pensiero, le sue analisi spietate del mondo, il suo stile inconfondibile (è la stessa sensazione, dice Spinelli, che si prova andando sull’altalena). E anche qualche aneddoto, tipo quello su Shakespeare, molto divertente…

Insomma un Cioran in splendida forma, sincero e scettico, anzi a suo dire “scettico fallito” perché il suo “dubbio è troppo voluttuoso per aspirare alla dignità di pensiero scettico”. Leggi il resto dell’articolo

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