Eliade e Cioran, due romeni rifugiati nella Parigi del dopoguerra.

Il primo, ammirato studioso delle religioni.

Il secondo, pensatore scettico e anti-accademico.

Un rapporto di amicizia non sempre senza contrasti.

Cioran confessò: «Benché io provi per te un’infinita e non smentita simpatia, a volte sento il desiderio di attaccarti, senza argomenti, senza prove e senza idee. Ogniqualvolta ho avuto l’occasione di scrivere qualcosa contro di te, il mio affetto è aumentato».

Ne parla un recente libro pubblicato da Adelphi che presenta un carteggio (ricco di note) che copre ben 50 anni (1933-1983), curato con la consueta maestria e acribia da Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş.

Propongo una recensione pubblicata sul sito Pangea.

http://www.pangea.news/eliade-cioran-epistolario/ 

“IO HO RAGGIUNTO I CONFINI DELL’INUTILITÀ”: L’EPISTOLARIO TRA CIORAN E MIRCEA ELIADE. UN LIBRO SEGRETAMENTE NECESSARIO

Mio dio, che poveracci. Anzi, che poveraccio. Per sintesi e simpatia mi sento assolutamente inferiore al prossimo mio, agli esseri umani qualunque che passeggiano per strada. Mi sento, come diceva di sé Dino Buzzati al fianco di Albert Camus, “un perfetto cretino”, “un poco meno verme”, “un ebete”. Né mi è ignoto il contrario, cioè che ritenersi inferiore con tale tracotanza è come abbaiare al cosmo la propria superiorità.

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Beh, sì, le case che mi circondano mi sembrano pianeti, ciascuno abitato da un marziano, di cui conosco, però, la cartografia delle voglie: vuoi essermi superiore?, prego, sono superiore a queste cose. Voglio dire che in questo deserto – dov’è un Geremia che vomita il suo strazio in piazza, dov’è un Eraclito che vaneggia nel bosco, un Platone che apre una scuola di filosofia di fianco alla palestra di boxe, un Nietzsche che a Torino, in pieno estro, bacia il cavallo su cui si erge la statua di Carlo Alberto credendolo più umano, comprensivo e comprensibile del resto degli umanoidi? – pure un florilegio di lettere è una benedizione. C’è da svalvolare: in assenza di opere, il retroscena di una vita, la porta di servizio, il camerino assurgono a valore, a one-man-show, a conforto.

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La lettura delle lettere, insomma, è un lusso secondario, un piacere dispari, in dote a chi, stanco della propria, s’immerge in ogni altra vita, moltiplicandola. Per questo, devo dire, l’epistolario tra Emil Cioran e Mircea Eliade, raccolto come Una segreta complicità. Lettere 1933-1983 (Adelphi, 2019), è un totem delle meraviglie, un tour nel genio (merito anche, va detto, della cura di Massimo Carloni e di Horia Corneliu Cicortaş, ragion per cui vanno lette tutte le 432 note, contengono sorprese…).

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Dico di più: l’epistolario è la traccia fondamentale per ricostruire le intenzioni di lavoro di Mircea Eliade (che non conosce malinconie editoriali: Jaca Book ha annunciato la pubblicazione del Dizionario delle religioni mediterranee a cura di ME, dopo aver pubblicato quelli delle concezioni religiose, dell’Induismo, del Buddhismo, dei luoghi del sacro…) e verificare l’autenticità dell’opera, incarnata in una vita raminga, austera, emblematica, di Cioran (quest’anno, in concomitanza con la pubblicazione dell’epistolario, Adelphi stampa in economica La tentazione di esistere). Il quale, diventando di moda – scambiarono l’ascetismo dello stile per nebulosa raffinatezza e l’esegesi della vertigine per estetica, per liturgia retorica –, già schifava la porcilaia dei lettori elettorali: “ho conosciuto una specie di ‘successo’ che ha assunto subito un carattere parigino, ossia ‘volgare’… Tutto ciò mi fa sentire questo scalpore come un’umiliazione e uno schiaffo. Oso credere che meritassi di meglio” (a Eliade, Parigi 23 dicembre 1979).

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Per un errante senza possessi intellettuali come me, le lettere sono semplicemente gioia ferina e ferita aperta. Il libro l’ho spazzolato in due giorni, rallentando la lettura per amplificare il godimento, l’ho riempito di segni, orecchie, punti. Insomma, è diventato un campo di battaglia: sperando che la vita di Cioran scarnifichi la mia fino al prisma essenziale, dove il sì all’assoluto e la sconfitta dell’uomo siano palesi fin dal caffè, all’alba. “Sento un gran bisogno di compromettermi, di compromettermi al massimo, completamente, così da legarmi definitivamente a questa terra” (novembre 1935); “Chi non aspira alla gloria tra gli uomini, così da essere più legittimato a disprezzarli, mi sembra il più spregevole degli esseri” (9 dicembre 1935); “I pensatori che non arrivano a concepire il paradiso mi paiono sterili, tiepidi, illeggibili. Avendo messo in secondo piano il problema della salvezza, il pensiero moderno è compromesso per sempre. Non riesco più a leggere i filosofi e credo che non riuscirò mai più a leggerli. Tutto ciò che non è poesia, mistica o musica e tradimento” (dicembre 1935). Questo per darvi una pallida idea della densità dell’epistolario, giardino di delizie concepito tra i meandri di una apocalisse apocrifa. Siamo solo a pagina 19 del libro e su ciascuna di queste frasi ci sarebbe da edificare un saggio.

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Ho detto solo di Cioran. Già. Perché da una parte – Eliade – abbiamo un pensatore speciale, un supremo studioso, le cui lettere, al netto dei fatterelli di tutti, censiscono la latitudine di un intelletto. Dall’altra, c’è un uomo in precipizio, impratichito all’abisso, che con la gratuità di chi non ha nulla scrive con genio nel gergo del caso, lanciando apoftegmi in forma di lettera, nel rischio – eccezionalmente eccitante – che tutto si perda, omaggio al caos. Così, da Antibes, il 20 febbraio 1940. “Caro Mircea, se non hai mai sperperato il tempo in un nulla infinitamente piacevole, allora non puoi capirmi. Solo nelle acque del Mediterraneo ci si può dimenticare dell’esistenza. Io ho raggiunto i confini dell’inutilità”. Che dolcezza questo non servire a niente.

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In sostanza, Mircea Eliade, uomo dalla vitalità dirompente, edifica mondi – Cioran li distrugge. Nel gesto verbale di Cioran non c’è circostanza – ad esempio, Eliade, il 15 maggio 1969, a proposito del Funesto demiurgo: “Che bello sarebbe stato se l’Aquinate o Lutero ti avessero potuto leggere!” – ma tutto è circostanziato dalla sconcertante lucidità, dal ferro con cui scostolare l’esistere e la sua conventicola di convenzioni (“Paul Celan… si è suicidato: si è gettato nella Senna. A volte mi dico che anch’io dovrei prendere una risoluzione simile, così palesemente saggia. Ma non si è nati impunemente tra contadini che si accaniscono a vivere”).

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Questi opposti (“Non sono certo gli stessi dèi che hanno presieduto ai nostri destini. Io sono votato alla sterilità, al frammento, all’abbozzo”: Cioran, 23 aprile 1963) che si scrivono danno esito a un epistolario potente: per uno scemo come funziona come un’ancella selvaggia ai libri di Cioran. Cioran, in questo caso, è qui, con il suo sguardo catastrofico, davanti a me, tra Tarso e Los Angeles, Saigon e la Cappadocia, seduto sul tavolo, mi guarda, con ghignante pietà, mentre gli lustro i mocassini.

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Nella sua raffinata postfazione (L’archivista del sacro), Massimo Carloni ricalca uno sketch che sigilla l’amicizia tra Cioran ed Eliade con gheriglio ironico. “Nell’ultimo giorno di vita ‘cosciente’, Eliade si trova nella sua casa di Chicago. Seduto sulla poltrona da lettura preferita, chiede a Christianel di portargli gli Esercizi di ammirazione di Cioran, libro fresco di stampa, contenente anche il suo ritratto. Poco dopo la moglie si affaccia di nuovo nello studio e vede Mircea sorridente con il libro in mano. Pensando a uno scherzo, lo chiama una, due volte, ma invano. Eliade ha perso i sensi, e viene trasportato d’urgenza all’ospedale. Morirà due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza. Il destino ha voluto che il libro dell’amico Cioran, con il suo impietoso ma geniale ritratto, sia stata l’ultima cosa letta in vita da Eliade”.

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La Romania di Paul Celan e di Bejamin Fondane, di Cioran e di Eliade, di Nina Cassian e di Ionesco, di Brancusi e di Ion Barbu, questo buco nero nell’Est, questa tensione al tutto che riguarda il niente, che riduce il fiato a un cordame.

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In una lettera di Cioran a Maria Ioana, archiviata nella nota 200, si parla del di lei padre, defunto. Il ritratto è mirabile. “Circondato da autori, non ha mai aspirato a esserne uno… in nessun momento fu sedotto dalla gloria, tentazione dell’uomo decaduto e che rode tutti i mortali, salvo qualche isolato che ha ritrovato l’innocenza ai margini dello spirito. Non penso che sia mai stato sfiorato dall’idea malsana di essere un incompreso; non invidiava né odiava nessuno: ostile alla possibilità stessa di farsi valere, non s’impegnava a essere, egli era”. Avrei voluto leggere questo brano a Eduard Limonov: pare una regola di vita. Si capisce la distanza, credo, tra chi ha fede nell’azione e chi nella compassione, tra chi vuole fare la Storia e chi si esime da ciò che è storico, preferendo una solitudine che gli stolti ritengono impotenza ma è l’alcova dei perfetti. (d.b.)