Cioran

So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile, eppure, appena mi lascio andare, mi comporto come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all’equilibrio del mondo.

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COMPLEANNO CIORAN: ESPLOSIONI DA REQUIEM

8 aprile. Mio compleanno. Sorvoliamo.1

Agli inizi degli anni ’80, al civico 21 di rue de l’Odéon, viveva un saggio che consumava le sue insonnie cercando di scrivere aforismi che fossero in grado di spingere il filosofare fino all’ultimo vocabolo, con l’unico scopo di affermare il lato inconcludente del linguaggio e di beffarsi della filosofia. La leggenda narra che, dopo aver raggiunto le cime dorate dei suoi disgusti e patito indicibili dolori a causa dei capricci del suo sangue, questo saggio, che conduceva un’esistenza di seconda mano, sarebbe stato annoverato tra i più grandi pensatori del XX secolo. Eppure, se passeggiassimo per le vie del Quartiere Latino di Parigi, non ci accorgeremmo di nulla: non troveremo nessuna targhetta commemorativa e nemmeno la “gabbia”, all’interno della quale è nata l’opera destinata a divenire la coscienza della nostra sventura. «Al civico 21 di rue de l’Odéon non esiste più lo scenario, il luogo in cui aveva costruito, con estrema cura, in una serie di notti infinite, il proprio calvario»2 Emil Cioran.

Forse oggi, dove il politicamente corretto regna sovrano e sovranista, è il momento meno adatto per celebrare Cioran e ricordare alcune di quelle fucilate sparate contro lo Spirito, quali erano i suoi aforismi. Ma, a volte, è doveroso dare un’immagine (in)appropriata di un pensatore. Gli attacchi e le polemiche nei suoi confronti cominciano lo stesso giorno della sua morte, il 20 giugno 1995, con un articolo di Le Monde che riesuma alcuni dettagli dal suo passato (come se non ci fosse altro materiale su cui riflettere, soprattutto il giorno della sua morte): nella sua gioventù, Cioran è stato uno dei tanti intellettuali che simpatizzavano per la Garda de Fier (Guardia di Ferro), un’organizzazione estremista, anitsemita e nazionalista fondata dall’ideologo fascista Corneliu Zelea Codreanu. E così, giusto per sottolineare l’ovvio, l’Avversario di tutte le utopie è stato un ammiratore di Hitler.

Non c’è uomo politico al mondo d’oggi che m’ispiri più simpatia e ammirazione di Hitler: così scrive, nel 1934, in alcuni articoli per “Vremea” (Il Tempo), rivista di estrema destra. Sebbene queste posizioni siano state sconfessate da Cioran, nonostante tutto, tutt’oggi, i commenti non cessano di mostrarsi imprecisi. Per Cioran, la Guardia di Ferro non è un vero e proprio partito politico che promuove la rivoluzione, bensì una setta delirante, mistica e suicidale, attratta dalla catastrofe e dal fascino della morte.

Lontano dalla frenesia del passato, il Nostro, tuttavia, non si presenta proprio come un figlio dei fiori. I suoi aforismi, promossi al rango della tisi, privi di ordine, di sistematicità e di qualsiasi pretesa, potrebbero lasciare il lettore, inizialmente incapace a leggere il prisma delle sue peregrinazioni interiori ed eccessivamente sensibile, sbalordito, inconsolabile, indignato. Cioran sputava su ogni cosa gli capitasse a tiro: il mondo intero esisteva solo per essere infangato dalla sua penna. Nella sua ultima intervista filmata del 1990, “L’Apocalisse secondo Cioran”, dichiara di averne abbastanza di calunniare l’universo : rinuncia, la sua, dovuta ad un’eccessiva stanchezza, a un disgusto per l’espressione che lo induce a non credere più nelle parole. Non poteva più sopportare questa «razza di parolai, di spermatozoi verbosi, chimicamente legati alla parola»3: Ça suffit comme ça!

Ma aveva già scritto abbastanza, aveva calunniato a sufficienza: i francesi? un popolo logorato, che da francesi di crociata sono diventati francesi di cucina o di bistrot; i tedeschi? un popolo di turisti; i rumeni? occorre glissare in questo caso, per necessità di spazio, sugli anatemi contro i rumeni e la Romania; la donna? amabile nullità (specialmente se gravida: portatrice di cadavere); i poeti? saltimbanchi adatti al divertimento delle femminucce; l’azione? delirio dell’imbecillità; l’amore? pretesto di basso livello che rifiuta l’onore del concetto.

I suoi attacchi più aspri, tuttavia, sono rivolti verso l’ambiente accademico. Spesso designato dagli studiosi come il mistico nichilista, il teologo a-teo, l’eretico credente e con altri ossimòri più o meno riusciti, il Nostro ribadisce più volte che nessuna etichetta lo può definire (tranne quella di Mostro), in quanto non ha mai cercato di prendere posizione, di decidersi, di definirsi: rimanendo ai margini di ogni cosa, ha cercato di evitare qualsiasi azione. «Sono l’uomo più sfaccendato di Parigi. Credo che in questo possa battermi solo una puttana senza clienti».4

Conducendo così una vita da pensionato, durante gli ultimi anni della guerra, nel 1944/45, ogni mattina alle otto si reca a Saint-Germain-des-Prés, al Café Flore, come se fosse un impiegato: dalle otto alle dodici, poi dalle due alle otto e dalle nove alle undici. Centro d’incontro per i grandi intellettuali parigini, il Café Flore si mostra un territorio adatto per Cioran, che sta preparando il terreno per la sua battaglia con la lingua francese. Il nostro “meteco” vuole mostrare ai francesi di saper scrivere bene quanto loro, se non meglio. Non di certo perché riceve lezioni private da Jean-Paul Sartre! Tutt’altro: Cioran non intende minimamente rivolgere la parola a questo falsario dotato, nonostante gli dedichi una pagina (piuttosto velenosa) nel suo Précis de décomposition, senza preoccuparsi nemmeno di nominarlo. Dopo aver letto proprio questo Sommario, Albert Camus si permette di dare un consiglio al Barbaro Cioran: Maintenant il faut que vous entriez dans la circulation des idées [Ora bisogna che entriate nel flusso delle idee].

E con nonchalance e olimpica compostezza degna di Epicuro (?!), Cioran risponde in maniera laconica: «Va te faire foutre! [Vai a farti fottere]: lui, con la sua cultura da professore, che viene a darmi lezioni! […] non aveva alcuna trace de culture philosophique e viene a dirmi con quell’aria superiore «Maintenant…». Io che dovevo prendere lezioni da un tipo con la cultura da professore. Decisi all’istante che mi sarei vendicato».5 In realtà, non ha fatto niente di speciale contro lo scrittore de L’Étranger, risolvendosi ad attaccare, in maniera generale, quelle istituzioni che, secondo lui, personaggi come Camus e Sartre rappresentavano: l’università e i professori, visti come parassiti dello Spirito, frutto di una decadenza naturale della filosofia. «L’università è lo spirito in lutto»,6 dove si ritrovano «queste macchine da lettura, questa malformazione dello spirito incarnata dal Professore – simbolo del declino di una civiltà, dell’avvilimento del gusto, della supremazia della fatica sul capriccio. Vedere tutto dall’esterno, ridurre a sistema l’ineffabile, non guardare niente in faccia, fare l’inventario delle opinioni altrui!…».7

Tuttavia, la malasorte ha voluto che Cioran, agli antipodi del professore, diventasse proprio un professore di filosofia al liceo Andrei Şaguna di Braşov. Avendo già in parte predetto quello che avrebbe scritto, si trova in pessimi rapporti con il preside, i suoi colleghi e gli studenti, creandosi così la reputazione di uno squilibrato. Il suo primo giorno di scuola, come ricorda Ștefan Baciu (1918-1993), fu piuttosto rivelatore:

«Il entra en classe, posa le cahier d’appel à couverture bleue, et des applaudissements spontanés s’élevèrent dans le silence matinal. Notre nouveau professeur inclina la tête, un peu intimidé, puis, après une pause, prononça ces mots que je n’ai pas oubliés: “Au lieu de m’applaudir, vous feriez mieux de chanter la Marche funèbre de Chopin. C’est une honte d’être lauréat”. Après un long silence, quelqu’un au fond de la classe cria: “À bas les lauréats!” Cioran répondit en souriant: “Je vous remercie».8

La sua fortuna, e quella di molti studenti, è che questo è l’unico anno (1936/37) della sua vita in cui gli capiti di lavorare. Lo soprannominano “il demente”, il pazzo e credono che abbia la sifilide, perché lui stesso vuole essere sifilitico, perché così si distinguono i Grandi. Costretto dalla madre a consultare uno specialista con il quale ebbe una specie di colloquio, viene a conoscenza del risultato deludente: il suo sangue è puro.9 Cercando di rimediare a questo “disastro”, decide di dividere il suo tempo tra sante e puttane: lo attraggono soltanto le biblioteche e i bordelli. Quest’ultimi vengono approfonditi, ontologicamente, soprattutto a Sibiu: parecchi sono gli incontri lungo la strada Spinarea Cinelui, dove Cioran è solito passeggiare di notte, come un fantasma, augurandosi di esaurire la propria insonnia.

Si consola così: Diderot, Balzac, Lichtenberg, Dostoevskij, Flaubert, Solov’ëv, Simmel, Nietzsche, Schopenhauer, Teresa d’Avila, Marie-Madeleine d’Aubray, Meister Eckhart, Bach e puttane. Non per giustificarlo ma, dopottutto, la decisione di allontanarsi dal paradiso, dove ha vagabondato dalla mattina alle sera per dieci anni, non è lui ad averla presa!10 Figlio di un sacerdote (un altro!) ortodosso benestante, il ragazzotto viene mandato, nel 1921, a vivere da una famiglia di Sibiu, dove è iscritto al Liceo Gheorghe Lazăr. Quando poi, nel 1924, il padre viene nominato protopope (consigliere diocesano) e si trasferisce con l’intera famiglia a Sibiu, realizza che il paradiso è perduto per sempre.

Questo paradiso, dove conduce un’esistenza pre-lingustica e antecedente alla caduta nel tempo, è morto, e non può più essere ricercato se non nei meandri della memoria. Avrebbe dato tutti i paesaggi del mondo per quello della sua infanzia, ma purtroppo il ritorno è inattuabile.11 È lungo gli argini del fiume Caselor, nel cimitero del paese (dove si era amicato il becchino affinchè gli regalasse dei teschi per poi giocarci a calcio), e sotto la protezione della collina Coasta Boacii, che Cioran trascorre la sua infanzia coronata di una felicità irreale.

«È in questa maledetta, questa splendida Rășinari»12 dove, il giorno 8 aprile 1911, nasce colui che, secondo W. H. Auden, è il più grande scrittore francese del secondo dopoguerra: Emil Cioran.


1 E. CIORAN, Quaderni 1957-1972, Adelphi, Milano 2001, p.546.

2 G. LIICEANU, Emil Cioran. Itinerari di una vita, Mimesis, Milano 2018, p.89.

3 E. CIORAN, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano 1993, p.20.

4 E. CIORAN, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano 2004, p.15.

5 Intervista filmata, Apocalisse secondo Cioran, 1990.

6 E. CIORAN, Fascinazione della cenere, il notes magico, Padova 2005.

7 E. CIORAN, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano 1993, p.21.

8 Entrò in classe, posò il registro d’appello con la copertina blu, e si levarono applausi spontanei nel silenzio mattutino. Il nostro nuovo professore, un poco intimidito, inclinò la testa, poi, dopo una pausa, pronunciò queste parole che non ho mai dimenticato: “Invece di applaudirmi, fareste meglio ad intonare la Marcia funebre di Chopin. È una vergogna essere laureati”. Dopo un lungo silenzio, qualcuno dal fondo dell’aula gridò: “Abbasso i laureati!” Cioran, sorridendo, rispose: “Vi ringrazio”. ŞTEFAN BACIU, Un professeur de l’enseignement secondaire nommé Emil Cioran, in L’Herne Cioran, Éditions de l’Herne, Parigi 2009, p.146.

9 Intervista con Gerd Berdfleth, 1984.

10 Lettera a Gabriel Liiceanu, 1 novembre 1987.

11 Intervista con Branka Bogavac Le Comte, aprile 1992.

12 Lettera a Bucur Ţincu, 26 marzo 1973.

13 Scrive Friedgard Thoma: «Una volta sopra, saliti a casa, mi donò la nuova edizione francese del suo Sommario di decomposizione. Scrisse all’interno: “Eterna merda da parte di…merda. Questo sono io”».