Le divagazioni romene di Cioran

divagazioni_lindauLa vita è la morte quotidiana della Convinzione”: così si conclude un recente (ottobre 2016) libro di Cioran, dal suggestivo titolo “Divagazioni”, edito da Lindau:

http://www.lindau.it/Libri/Divagazioni

Si tratta della traduzione italiana di un libro romeno (“Razne”, Humanitas, Bucuresti, 2012), curato da Constantin Zaharia, grande studioso di Cioran, non nuovo al recupero dei manoscritti inediti del Nostro, donati dalla compagna Simone Boué all’archivio della biblioteca Doucet :

https://tuttocioran.com/2012/11/20/biblioteca_doucet_cioran/

La traduzione dal romeno è dovuta alla sapiente opera di un altro attento studioso di Cioran, Horia Corneliu Circotaş; segnalo a proposito, per chi volesse approfondire, una piccola intervista:

http://nonriescoasaziarmidilibri.blogspot.it/2016/10/divagazioni-di-emil-cioran-intervista.html

C’è un anno ben preciso in cui Cioran smette di utilizzare il romeno per scrivere esclusivamente i suoi libri in francese (e lo farà, come riconosciuto da molti, in maniera egregia) e cioè il 1947: l’ormai celebre episodio legato alla traduzione di un testo di Mallarmé, con il quale si rese conto dell’inutilità del continuare a scrivere in romeno, intraprendendo così un eccitante ma difficoltoso percorso stilistico, oltre che mentale, che lo avrebbe portato sempre più all’utilizzo consapevole dell’aforisma.

Ebbene, il testo in questione, Razne, risale più o meno al 1945-1946, quindi a buon titolo può essere ritenuto uno degli ultimi testi scritti da Cioran in romeno: lodevole dunque l’iniziativa di Lindau e di Circotaş, nel farlo conoscere finalmente anche in Italia, con il preziosismo, non indifferente, di trovare nel testo perfino le modifiche effettuate nel manoscritto direttamente da Cioran.

Detto ciò, quello che leggo in premessa (“nulla di nuovo a prima vista”) non mi trova del tutto concorde: è vero cioè che le idee di Cioran sono coerentemente le stesse che si ritrovano sia negli scritti precedenti che in quelli francesi futuri (lui stesso sostiene, come sempre lucidamente, che tutto quello che aveva da dire in fondo l’aveva già espresso ne “Al culmine della disperazione” e tutto il resto era un rimuginare sugli stessi temi) ma non raramente si trovano nel libro, osservando attentamente, alcune sfumature che ritengo importanti.

Per esempio, colpisce (attenzione: già negli anni ‘45-’46, quindi dopo il fascino subìto da Cioran dalle parate naziste a cui aveva assistito durante una visita in Germania) il feroce attacco alle ideologie (dall’ultima citazione sopraindicata alle prime pagine); segno che già allora lo scetticismo dell’autore era ben presente o più correttamente non era mai venuto meno:

“L’idea di civilizzazione, di progresso, il culto dell’umanità e del futuro sono miti con cui l’essere umano lusinga sé stesso, è la sua fuga dalla propria inutilità […] Ogni fede è il frutto di una confusione dello spirito” (pag.32 e pag. 33).

“Colui che si vota a un ideale lo fa per non restare faccia a faccia con sé stesso” (pag.36)

oppure ancora:

“Chiunque crede in qualcosa, senza riserva e senza timore per l’eventualità di un confronto, diventa schiavo della propria ispirazione o follia – e un pericolo immediato per gli altri” (pag.79).

E sorprendono (non del tutto, sia chiaro) le eccellenti pagine sulla “superiorità” del dubbio, inteso come risultato di un contrasto, quindi mai accettato fino in fondo:

“Non vi è umanità se non nel clima mite e comprensivo dei dubbi. Avviluppando l’anima e il mondo in un dolce e interminabile disfacimento, essi ci difendono dalla brutalità delle credenze e dall’intolleranza implicita in ogni delirio” (pag.79).

Eppure, nel contempo, ne sottolinea, quasi in maniera contraddittoria, il valore sociale, in un quadro quasi hobbesiano:

“Nell’istante in cui gli uomini non forgeranno più idoli, si uccideranno a vicenda, fino all’ultimo” (pag.60)

E così, con la stessa sorprendente sfumatura/divagazione, accanto a temi cioraniani classici come la noia o il suicidio, troviamo disquisizioni ontologiche tipicamente filosofiche, pur sapientemente camuffate (vedere per esempio quanto scritto a pag.49).

E sorprende infine come, accanto a queste pagine piene di scetticismo – sofferte lotte tra profonde verità e tentativi di redenzione – troviamo frasi che potremmo attribuire tranquillamente a Eraclito:

“Registriamo tutte le nostre cose attraverso le nostre mancanze. Potremmo mai sapere cos’è un corpo sano senza le pause nello stato di salute? Cos’è la notte, senza i vuoti del sonno; cos’è il tempo, senza le lungaggini sfibranti della noia; cos’è l’amore senza i momenti di disgusto? O come potremmo conoscere la rivelazione del fatto sconvolgente di vivere, senza la tentazione del suicidio?” (pag.27).

Influenza della filosofia diciamo “tradizionale” che qui avvertiamo ancora presente in Cioran, ma che avrebbe in seguito abbandonato quasi con ribrezzo: non poteva accettare a lungo l’ipocrito pensare delle retrobotteghe accademiche che limita o impedisce l’analisi critica e cinica della vita o quel caratteristico e borioso atteggiarsi dei filosofi, ingannati o traditi dal loro stesso pensiero, distratti – molte volte perfino in maniera inconsapevole – dalla vera essenza delle cose.

Insomma, “divagazioni” cioraniane che forse davvero non portano a nessuna meta (come la vita stessa, potremmo dire), ma sicuramente rappresentano un ottimo punto di partenza per imparare a conoscere e apprezzare questo autore che possiede il rarissimo talento di saper mescolare con straordinaria freschezza, verità, pensiero e stile.

Giuseppe Savarino

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