Una vita con Cioran

cioran_simoneLeggo con piacere e trasmetto una recensione di Amelia Natalia Bulboaca al recente libro curato da Massimo Carloni, Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, edito da “La scuola di Pitagora”.

L’articolo originale lo trovate sulla rivista on line “Orizzonti Culturali italo-romeni” al seguente link:

http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-4.html

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La scuola di Pitagora editrice continua la sua marcia alla conquista dell’inedito cioraniano e pubblica un nuovo, importante documento sul Privatdenker di rue de l’Odéon: Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, a cura di Massimo Carloni (pp. 68, € 5,00). Trattasi del dialogo che Norbert Dodille stentatamente riesce a intavolare con Simone Boué – compagna di vita del filosofo – grazie soprattutto alle benevole insistenze di Marie-France, figlia del drammaturgo franco-romeno Eugen Ionescu. È una delle poche volte che questa donna discreta e riservata, donna d’altri tempi – tanto da sembrare un’ombra o persino un’esistenza che era sfuggita di vista a tante persone che avevano conosciuto Cioran – parla pubblicamente di se stessa ma soprattutto della sua vita con Cioran. All’epoca era trascorso solo un anno da quando il filosofo aveva esalato l’ultimo respiro su un letto dell’ospedale Broca, a Parigi. A distanza di un altro anno, nel 1997, anche Simone sarebbe andata incontro al proprio appuntamento con la morte tra le onde dell’Atlantico.

I lettori affezionati di Cioran sono unanimi nel dire che tutti dovremmo avere la fortuna di poter incontrare la nostra Simone, ma, allo stesso tempo, sono anche cioraniamente lucidi e disillusi sul fatto che ciò accada raramente: anche questo è Bewußtsein als Verhängnis. Come donna, capisco e condivido lo struggimento di quanti oggi sognano ancora d’incontrare la loro inafferrabile Simone e non per i motivi che si potrebbero maliziosamente invocare a sostegno dell’ideale femminile da lei incarnato – primo fra tutti, il suo essere stata la borsa di studio a vita che Cioran aveva sempre rincorso come massima realizzazione terrena – bensì per le intrinseche qualità umane di questa compagna fedele e amorevole. D’altro canto, un po’ di malizia non ha mai guastato e in verità, sotto quest’aspetto, Cioran sarà ancor più privo di remore quando confesserà all’amica Friedgard Thoma (alla quale dobbiamo il meraviglioso scatto della copertina) di essere un jules, un pappone perché si faceva mantenere da Simone, che era l’unica, in effetti, a portare a casa uno stipendio. Anche alla moglie dello scrittore tedesco Ernest Jünger, Cioran si compiacque di autodefinirsi un maquereau (magnaccia, pappone) [1]. Non bisogna dimenticare che il romeno Emil Cioran portò con sé a Parigi alcune inclinazioni per così dire romene, tra le quali il non sapersi mai trattenere «di fronte a una parola divertente, a un’esagerazione» (p. 35), rivela Simone, attribuendo tale smodatezza all’indole irruente del compagno.
Malizie ed esagerazioni a parte, Simone Boué è stata senza ombra di dubbio una donna eccezionale e provvidenziale per Cioran. Provvidenziale, è proprio il caso di dirlo, è anche la qui presente intervista (datata luglio 1996) assieme a quella rilasciata a Gabriel Liiceanu (il 18 novembre 1994), senza le quali avremmo perduto per sempre un pezzo fondamentale della biografia del Nostro.

Chi era Simone Boué?

Chi era dunque Simone Boué, colei che sarebbe diventata l’ombra vivente di Cioran per oltre mezzo secolo? Con Norbert Dodille tenterà di eclissarsi rispondendo significativamente: «Sa, è a Cioran che m’interesso, non a me» (p. 17). Una donna che difficilmente ama parlare di sé, una donna che preferisce la regalità del silenzio e della penombra, una donna che mette il proprio uomo in primo piano – una donna d’altri tempi, dicevamo. Simone fornisce solo alcune informazioni essenziali su se stessa: di lei sapremo che era originaria della Vandea, che aveva compiuto studi d’inglese e che al momento dell’incontro con Cioran si trovava a Parigi con una borsa di studio per preparare l’agrégation.
Nei suoi scritti, Cioran ritorna ossessivamente sul destino, un tema che occupa un posto fondamentale nella sua visione filosofica. Un destino al quale è certamente legato tutto l’immane carico di tragiche cadute e disillusioni ma che, improvvisamente, si schiude anche su impensabili epifanie romantiche: il 18 novembre 1942, alla mensa di una casa per studenti, il Foyer International, su Boulevard Saint Michel, ci sono tante persone in fila per il pranzo. Tra loro c’è anche la nostra Simone e un borsista un po’ attempato che lei aveva già notato con la coda dell’occhio. Tra piatti, forchette e buoni-pasti da compilare, il colpo di fulmine non si fa attendere: «il était beau comme un Russe», confiderà a Gabriel Liiceanu. Gli occhi di Emil Cioran erano i più belli che avesse mai visto in vita sua [2]. Il destino di Simone quel giorno era lì, nella mensa universitaria, per tutto il tempo aveva camminato a fianco del bel giovane dallo sguardo intenso e nel vocio generale e nel rumore indistinto delle posate e dei vassoi lo aveva condotto a lei come un regalo: quello era il giorno del compleanno di Simone.
Da quel giorno provvidenziale, le loro vite sarebbero state separate solo dalla morte, sebbene non si fossero mai fatti la solenne promessa davanti a un’autorità civile o religiosa. Ci chiediamo però quale sarebbe stato il valore aggiunto che un semplice atto ufficiale, un documento burocratico, avrebbe arrecato allo stile (di vita) della coppia di rue de l’Odéon – quello stile che Massimo Carloni ha raffinatamente dipinto con il termine giapponese wabi: «minimalismo esistenziale che disdegna la ricchezza, il potere e l’onore, a vantaggio di una pienezza tutta interiore, d’una nobiltà di spirito che attinge l’essenziale, ossia la consapevolezza del vuoto e della fluttuante transitorietà di tutte le cose» (p. 10).

Cioran e Simone, un’esistenza libera

Una vita con Cioran, vale a dire più di cinquant’anni accanto all’apostolo dell’impasse – come lo definì Philippe Dracodaïdis – per Simone comportò l’accettazione e il farsi carico anche delle ubbie del grande uomo, non solo dei suoi vertiginosi abissi interiori, tant’è vero che «se seguiva una dieta, tutto girava intorno alla dieta» (p. 39), mentre al capitolo organizzazione, «applicata a Cioran, l’espressione “impiego del tempo” non significa niente!» (p. 41). Una cosa però è certa, «con lui non ci si annoiava mai» (p. 39), anche se il lato sconveniente di tutto ciò era ovviamente l’impossibilità di fare dei progetti. Le parole della devota Simone aprono scorci su un’intimità dalle note sorprendenti e cariche di tenerezza, facendoci intravedere un Cioran amante delle lunghe e salutari passeggiate, dei prodotti biologici, un Cioran bricoleur e amico dei gatti. Questa coppia che ha trovato il segreto della felicità in due – applicato per esempio alla sistemazione del sottotetto a Dieppe per delimitare gli spazi, altrimenti si correva il rischio «di finire con l’ucciderci a vicenda» (p. 40) – aveva la porta di casa sempre aperta sul mondo. Tante persone ne varcarono la soglia negli anni: la tranquilla armonia che vi regnava farà dire a Pietro Citati che «non c’era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l’Odéon» (p. 10).
Cioran e Simone, con quella loro regale umiltà, avevano scelto un’esistenza libera, austeramente grandiosa e quindi profondamente umana. La loro cordialità era diventata proverbiale, l’umile mansarda – un’oasi e un rifugio per tanti amici, ospiti e parenti (persino per gli importuni e gli invadenti). La carità, coltivata con quel riserbo che è il tratto distintivo degli animi nobili, li portava a condurre gli amici sul loro ultimo cammino. «Simone accettava di accompagnare Cioran alle “parastas”, quando uno dei loro amici romeni di Parigi veniva a mancare. È probabile che le preghiere dei morti recitate in romeno siano state il suo unico contatto con la fede» (p. 67), ricorda Sanda Stolojan nel suo toccante ricordo di Simone alla fine del libro.
Questo sodalizio umano e letterario del quale oggi parliamo con stupore e profonda ammirazione non è stato però immune da quegli stereotipi che, con la loro aria di famiglia, ci catapultano direttamente nella nostra epoca dal multiculturalismo difficile da digerire e persino da comprendere. Dispiace un po’ sapere che Cioran non conobbe mai i genitori di quella che sarebbe diventata sua moglie a tutti gli effetti (fuorché quelli burocratici): «per nulla al mondo avrei parlato di lui alla mia famiglia (…) non potevo dire: “Conosco un tale, senza patria, senza lavoro, senza soldi”. Per quanto i miei genitori fossero di mentalità aperta, non l’avrebbero accettato» (p. 37), dichiara Simone. Tutto questo è ancora più stridente dato che Cioran proveniva da una famiglia molto agiata: suo padre, il proto-presbitero Emilian Cioran, discendente di una delle famiglie più in vista della Transilvania, era uno dei notabili di Rășinari e Sibiu, mentre la madre, Elvira Cioran, vantava addirittura antiche radici nobiliari – era una baronessa [3]. Cioran crebbe a Rășinari e a Sibiu assieme al fratello Aurel (Relu) e alla sorella Virginia in case elegantissime con grandi salotti, mobili sontuosi e ampi giardini. Nonostante questa eredità, scelse di vivere in estrema povertà in una minuscola mansarda affacciata su quel garage infernale che è Parigi. Una lezione di modestia degna degli antichi stoici, uno stile di vita puro e incontaminato al quale Simone aderì spontaneamente. La grandezza di Cioran risiede anche qui, nella sua rinuncia al palazzo paterno scambiato con il bagno in comune sul pianerottolo, «come un Buddha da strapazzo», avrebbe detto ne I sillogismi dell’amarezza.
Simone non fu soltanto l’angelo custode che aiutò Cioran a vivere e a morire. A lei dobbiamo anche l’inestimabile eredità dei Cahiers, quei quaderni che, per pudore, non aveva mai osato neanche toccare mentre Cioran era ancora in vita.  Sospinta da un demone febbrile, Simone termina a tempo di record l’immane lavoro di decifrazione e copiatura dei Cahiers, «avant que le rideau ne tombe…». Probabilmente sente approssimarsi la fine, o forse, ha fretta di ricongiungersi con il suo «Cioran» (p. 13). Di lei però, Cioran non parla mai in questi quaderni – fatto curioso che getta Simone nello stupore e che, forse, la amareggia anche, sebbene non lo ammetta apertamente. Certo, uno dei motivi di questa grave omissione va ricercato nella radicale solitudine interiore del filosofo ma azzarderei anche un’altra interpretazione che andrebbe ad ampliare e ad arricchire tale visione. Cioran era un figlio di prete ortodosso, la sua prima formazione umana e intellettuale avvenne in un ambiente, quello del villaggio natale, fortemente pervaso dal pudore e dalla discrezione – qualità che attecchiscono senza forzature nell’individuo metafisicamente solo. Nonostante la sua irriducibile natura dongiovannesca (quando si trovava già nell’anticamera della morte, in un raro momento di lucidità avrebbe scandito solennemente le seguenti parole: Ich war ein großer Frauenjäger, guardando in maniera significativa Friedgard e Simone raccolte al suo capezzale) e per quanto possa risultare stridente e ossimorico, Cioran non si discostò mai da questo spirito. Come un Don Giovanni pudico, serbò la più maniacale discrezione anche sui suoi primi amori in Romania, in merito ai quali nemmeno gli amici più intimi era dato di sapere più di tanto [4].
Cioran non parla di Simone nei Quaderni forse perché non vuole sminuire con la parola – che è sempre di troppo – quel mistero impenetrabile che solo il linguaggio degli sguardi riesce a trasmettere in tutta la sua divina potenza. L’ultimo ricordo di Cioran in vita, Simone lo descrive così: «Non posso dire cosa accadde, non ci dicemmo nulla. Lo guardai, lui mi guardò, e leggevo qualcosa nel suo sguardo, che non avevo più letto da tanto tempo» (p. 59).

Amelia Natalia Bulboacă
(n. 5, maggio 2016, anno VI)

NOTE

1. M. A. Rigoni, In compagnia di Cioran, il notes magico, Padova, 2004, p. 16.
2. G. Liiceanu, Itinerariile unei vieţi: E. M. Cioran /Apocalipsa după Cioran, Humanitas, Bucureşti 2011, p. 87.
3. «La madre, Elvira Cioran, nata Comanici (1888), originaria di Veneţia de Jos, in Făgăraş, proviene da una “famiglia boiarda” con diploma di nobiltà risalente al 1628». M. Petreu, Il passato scabroso di Cioran, a cura di G. Rotiroti, tr. it di M. Arhip, A. N. Bulboaca, Orthotes, Napoli-Salerno 2015, p. 399.
4. Istruttivo in questo senso è il bel libro di Ion Vartic: Cioran naiv şi sentimental, Polirom, Iaşi-Bucureşti 2011.

 

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