Il Dio decomposto di Cioran

Decomposizione Dio-TripodiMisticismo e gnosticismo sono due tematiche che non è possibile ignorare quando si parla di Cioran.

C’è anzi chi ritiene siano i principali temi dei suoi saggi.

Probabilmente, si tratta di un’opinione un po’ esagerata, suggerita dalla personale predisposizione di alcuni lettori, ma non si può sicuramente immaginare un Cioran senza di essi.

In fondo il rapporto tra male e bene è un tema essenziale e appartiene all’origine e alla natura stessa dell’uomo. Anzi, l’obiezione più profondamente razionale all’esistenza di un Dio, nasce e si sviluppa proprio in seno a questa ambigua ma esiziale relazione.

Rino Tripodi, insegnante di Lettere a Bologna e fondatore della rivista Lucidamente,  ha scritto un libro che affronta queste tematiche, e naturalmente non poteva non passare per il Nostro.

Si può anche leggere un’intervista all’autore qui: http://www.iger.org/2010/01/17/intervista-rino-tripodi/

http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=305&idedizione=15

Alle origini del Male:
fra narrativa, filosofia
e itinerario religioso

di Roberta Santoro
Alla ricerca del demiurgo: Un racconto
e cento apologhi
, in un libro inEdition

«Friedrich Nietzsche ha proclamato con certezza la morte di Dio… ma è evidente che la putrefazione di quest’ultimo non è ancora terminata. Egli è tuttora in decomposizione e i suoi effetti, in tale condizione, sono ancora più nefasti di prima». Questo citato è un brano della Postfazione dell’autore di Decomposizione di Dio. Un racconto e cento apologhi tra Kafka e Cioran (inEdition editrice, pp. 104, € 10,00), di Rino Tripodi. Il libro può essere definito come un viaggio narrativo, filosofico, “mistico”, che, partendo appunto dalle antichissime credenze gnostiche, attraversa i più recenti Kafka e Cioran. L’argomento “Dio” potrebbe risultare difficile da metabolizzare, soprattutto per quel lettore che giudica tale materia poco attuale. È, invece, un tema di analisi interiore quotidiana, alle volte fortemente radicato nell’individuo, l’interrogarsi sulla mancanza o sulla presenza del divino nella nostra società.

Continuamente, nel corso della storia filosofica e letteraria, si è ragionato, discusso, speculato, cercando risposte e segni che potessero dar certezze e prove del divino. Il libro di Tripodi si colloca all’interno di questa continua ricerca.

L’autore percorre strade scoscese, che muovono da riflessioni filosofiche sul dolore e sul male presenti nell’universo. D’altronde, cos’altro può fare un libro se non, come afferma Emil Cioran, provocare “ferite”?

L’uomo e la teologia

Nella sua Introduzione al libro, dal titolo Tra gnosi e libero arbitrio: la sosta sull’abisso negli apologhi di Rino Tripodi, Raffaele Riccio afferma che ogni tappa dell’esistenza umana, dall’infanzia fino alla vecchiaia, riflette sulla questione teologica: «La morte di Dio, proclamata da Nietzsche in poi, non ha né eliminato né risolto il problema. La questione, semmai, va ricondotta alla definizione del concetto: cosa intendiamo noi contemporanei con la parola Dio? […]. A quale interpretazione dobbiamo appellarci per avere un qualche supporto etico-filosofico per arricchire la definizione?». Tripodi ci guida proprio in questo. Ci fornisce una visione possibile.

La filosofia cristiana ha portato all’annullamento di ogni forma di umano nel divino: «Per tantissimi teologi occidentali, Dio non poteva avere in alcun modo relazione con l’uomo, altrimenti, da un punto di vista logico ed esistenziale, si sarebbe contaminato». Idee diametralmente opposte a quelle che troviamo nel laudate hominem di Fabrizio De Andrè, dove Dio è innanzitutto uomo, e che già nel 1224 vengono armonizzate nel Cantico delle creature di Francesco D’Assisi, nel quale gli elementi della natura sono vicini all’uomo e sono proprio questi a permettergli di entrare in contatto col divino.

Dio ha poi munito l’uomo del libero arbitrio, qualità che gli permette di poter decidere su questioni come la guerra, la morte, la sofferenza e il male. Tutti elementi che si configurano al di sopra del semplice status mortale dell’uomo e che lo portano a prendere decisioni da essere immortale. Tutto questo genera nell’uomo quello sbigottimento e quell’inquietudine che si può provare solo di fronte al divino.

Lo gnosticismo e il dio maligno

Decomposizione di Dio si apre con Il pellegrinaggio ad Atar’sh, un racconto di circa 30 pagine dalla prosa raffinata e suggestiva, nel lessico e finanche nel ritmo. In esso l’io narrante intraprende un viaggio verso un misterioso santuario, esperienza che si trasformerà in un particolare percorso mistico. Alla vicenda sono inframmezzate altre storie, autentici “racconti nel racconto”, che fanno trasalire il lettore col loro inquietante simbolismo, come Il villaggio sul mare:

«Un villaggio di pescatori da secoli sorgeva sul mare, abitato da marinai che vivevano di pesca. Ciascun abitante sa riconoscere ogni singola specie di pesce, sa prevedere le correnti marine, sa che tempo farà all’indomani, se è il caso di calare le barche nell’acqua, se la pesca sarà proficua o meno. Coi secoli essi si sentono sempre più legati al mare. Una notte, il marinaio più vecchio dice: “Fratelli, credo che ormai il momento sia giunto”. Tutti, allora, si immergono nelle nere acque salmastre, nuotano verso le profondità degli abissi e ricominciano una nuova vita».

La componente gnostica invade completamente il libro specialmente nella seconda parte, costituita dagli Apologhi. Eccone un esempio in Disattenzione: «Dio, annoiato, stabilì di creare l’universo. Il suo fine era che fosse perfetto, per ogni dove impregnato di luce, bontà, gioia e sapienza. Quando vide che stava per venire proprio come voleva lui, tutto pieno di letizia e stanco per l’opera compiuta, si assopì per qualche istante. Il Male approfittò per insinuarsi dappertutto nel mondo, mescolandosi all’opera perfetta del primo creatore».

Secondo la teogonia ideata dagli gnostici per spiegare l’origine del mondo, da un unico Dio discenderebbero alcune entità divine minori. Ecco il dio malvagio, il demiurgo, responsabile della creazione dell’universo e degli esseri umani. Proprio per redimere l’umanità il vero Dio arricchì i corpi materiali facendovi discendere le scintille divine. Il dio malvagio è il Dio dell’Antico Testamento, che vuole mantenere l’umanità nella prigionia della materia e dell’ignoranza, annullando ogni possibilità di raggiungere la conoscenza.

La creazione fisica, dunque, non ha senso. Tripodi, infatti, afferma: «Se guardiamo ai miliardi di pianeti, di stelle, di nebulose, di galassie, scoppiettii e catastrofi cosmiche permanenti, non ci sembra ancora più folle questa bizzarra edificazione? È la prova che l’universo, il mondo, l’uomo, sono stati creati da un demiurgo empio e maligno, o vile e osceno, o confuso e idiota, o megalomane e infantile».

Dio decomposto

Ma dove è radicata e da cosa trae origine la decomposizione divina? Torniamo alla Postfazione dell’autore (Dio è morto, ma non si è ancora del tutto decomposto), la parte più polemica e “scomoda” della pubblicazione.

Nel corso della storia delle religioni, afferma Tripodi, partendo dalle antiche credenze primitive fino a giungere alle religioni monoteiste, è stato tutto un susseguirsi di atti crudeli e intolleranti. È stato proprio quest’ultimo, il monoteismo, a dar vita ad una serie di guerre religiose per rivendicare l’esistenza di un unico Dio. Se non si ammettono altre divinità, si finisce inesorabilmente nel voler annientare i popoli che hanno culti diversi dal proprio.

Secondo l’autore, un altro elemento cardine di questa decadenza è stata la repressione sessuale. A niente sono servite le successive battaglie in favore di rapporti sessuali che non dovessero per forza sfociare nel concepimento. Non è un caso che se ne parli ancora fragorosamente; è segno che il veto posto dalla religione difficilmente cadrà; soprattutto per i più conservatori.

L’arringa finale dell’autore assume un tono fortemente provocatorio attraverso pungenti ringraziamenti, ma che non potrebbero essere altrimenti. Non ci si può lasciar andare a smielate considerazioni se si sta cercando di far emergere il Dio maligno, il Dio che saremmo ciechi a non vedere nella realtà quotidiana.

Tripodi ringrazia i preti pedofili, «un’orrenda marea», poiché ora si sa perfettamente a quali autentiche depravazioni possa condurre una sessualità repressa, e le recenti inchieste ce ne danno conferma.

È grato agli imam, perché è per merito loro che possiamo verificare in concreto come le parole “Dio” e “fede” possano assumere di frequente il significato di violenza, intolleranza, superstizione, sopruso.

Non risparmia pungenti frecciate ad alcuno. Ed ecco allora che dice grazie anche ai progressisti «con la loro imbecillità, la loro rigidità ideologica causa di cecità, la loro follia del politically correct».

Il volumetto – dove sono citati, a mo’ di epigrafe, brani di pensatori e letterati come Lucrezio, Büchner, Leopardi, Baudelaire, Lovecraft, Sgalambro e molti altri – si chiude con una vasta Biblio-icono-disco-filmografia sragionata e arrischiata, «per un viaggio oltre ogni limite estremo».

Roberta Santoro

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)

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