Cioran, falso profeta

cioran-disegnoIn un articolo su La Repubblica del 1993 c’è una critica del giornalista Marcoaldi a Cioran.

Poiché prediligo le critiche agli elogi, la propongo ai lettori.

In effetti, l’articolo contiene anche un interessante confronto con Noica, l'”amico lontano” di Cioran.
L’autore non nasconde di preferire “la maieutica socratica di Noica” all'”estenuato estetismo apocalittico” di Cioran e rimprovera a quest’ultimo di non essersi suicidato e perfino di aver scritto più libri, nonostante avesse dichiarato che il  suicidio fosse l’unica idea originale e che non avrebbe mai più scritto (in realtà, Cioran ha detto soltanto che tutte le sue idee si potevano trovare già nel primo libro “Al culmine della disperazione”).

Buona lettura.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/20/cioran-falso-profeta.html

CIORAN, FALSO PROFETA

Con l’ aria che tira, verrebbe naturale abbandonarsi ad apocalittiche previsioni.
Se ne sta andando un secolo pieno di orrori, il futuro pare non promettere nulla di buono.
E in aggiunta, l’ Apocalisse è sempre un’ ipotesi esteticamente molto attraente.
Oltre che meno faticosa, nella sua univoca tragicità, rispetto a chi voglia accollarsi il peso dell’ intrinseca ambiguità del mondo.
Maestro indiscusso di questo annoiato sguardo sull’abominio della vita, è un signore rumeno, brillante e mondano come pochi, che da oltre quarant’anni vive a Parigi: E.M. Cioran.
Il quale non ha mai lesinato autodefinizioni narcisisticamente denigratorie: “velleitario del Nirvana”, “stilita senza colonna”, “cortigiano del vuoto”, “depresso per decreto divino”.
A volerne riassumere in due parole il pensiero, Cioran ritiene che l’ universo sia il frutto di un dio tarato che ha trascinato l’ uomo dall’originaria innocenza dell’ inerzia, a una frenesia istigatrice d’eventi. Che si ritorce fatalmente contro chi la mette in movimento.
Perché la Storia, lavora sì, ma all’incontrario: gli uomini della Rivoluzione per Bonaparte, Bonaparte per i Borboni, i Borboni per gli Orléans.
Dunque, contro questa assurda spinta ad agire, contro l'”inconveniente di essere nati”, altro non resta che travestirsi da demiurgo alla rovescia, nell’illusione di disporre finalmente del mondo per affrettarne la rovina.
Chiaro che un illuminista un po’ grossier, chiederebbe ragione a Cioran del perché, allora, non l’abbia fatta finita una volta per tutte, visto che già dal suo primo libro il suicidio era indicato come l’unico “pensiero davvero originale” di cui l’uomo sia dotato.
E gli chiederebbe pure come mai, a quel testo, che doveva essere l’ultimo, ne siano seguiti invece infiniti altri (alcuni dei quali, va detto, bellissimi).
Ma sempre definitivi.
Naturalmente fino alla successiva uscita editoriale (l’ultima, indiretta, sono le Conversazioni con Cioran di Sylvie Jaudeau, pubblicato da Guanda).
Queste però, sono obiezioni inutilmente acide.
Molto più consistenti, quelle che gli rivolge Constantin Noica ne L’amico lontano (a cura di Lorenzo Renzi, Il Mulino, pagg. 80, lire 12.000), esordio nel panorama editoriale italiano di quest’ altro pensatore rumeno, animatore intellettuale – sin dagli anni Trenta – di una Bucarest che pur essendo già destinata al baratro della dittatura comunista, era comunque in grado di sfornare menti vivacissime.
Come senz’ altro furono la sua, quella di Cioran, di Mircea Eliade, di Eugene Ionesco.
E dello stesso Paul Celan, che in rumeno scriverà alcune delle sue liriche più belle.
Per tornare ai due amici. Nel 1937 Cioran vince una borsa di studio a Parigi e lascia definitivamente la patria, oltre che la lingua natale: “da oggi scrivo in francese, che è un misto di camicia di forza e salotto”.
Noica invece rimane in Romania, optando per un volontario isolamento.
Rifiuta di intraprendere la carriera universitaria.
Campa con traduzioni di libri gialli e lezioni private (“pure di salto in lungo”). Introduce nel suo paese i classici della filosofia (da Aristotele a Agostino, da Cartesio a Kant), elaborando nel frattempo un suo personale pensiero stoico-diagnostico di cui Sei malattie dello spirito contemporaneo (pure pubblicato da Il Mulino, per la cura di Marco Cugno in questi giorni) è un primo, significativo assaggio.
Ama dire di sé, “non ho biografia, ho solo libri”, ma in realtà pure lui deve fare i conti con la storia: l’omaggio del dittatore Ceausescu alle sue eccessive curiosità culturali sono dieci anni di confino e sei di prigione.
Dopodiché, tornato in libertà, si ritira definitivamente sui Carpazi, dove attorniato da un piccolo manipolo di adepti, vagheggia fino alla sua morte (1987) una filosofia della storia indifferente alle brutture della dittatura comunista.E tutta tesa alla salvaguardia dell’ idioma e della cultura nazionale.
Anche di tutto questo si parla ne L’amico lontano, che consta di uno scambio di epistole, e di due ritratti incrociati, pieni di miele e di fiele.
Ora, lasciando perdere il miele, Cioran racconta dell’ amico come di un irriducibile pedagogo, di un “boia in paradiso”, di un “brillante torturatore”, di un “aguzzino seducente”.
E l’ altro? L’ altro individua in Cioran un tono di scrittura corroborante al punto che è “molto improbabile qualcuno si sia suicidato con un suo libro fra le mani”.
Considerarlo rinnegato solo perché ha abbandonato la Romania? E perché mai.
Curioso, piuttosto, è che dopo aver maledetto la filosofia e la sua fissazione per le “idee chiare e distinte”, abbia scelto proprio la lingua cartesiana per eccellenza, quel francese che incarna la perfetta salute dello spirito e nella quale gli è piaciuto poi trasfondere il succo delle proprie morbosità crepuscolari.
Le “sue parole, abbaglianti come un lampo non accompagnato da alcun tuono”, parlano di una società occidentale dove il dubbio imperversa, dove si invoca la libertà ma nessuno rispetta la forma di governo che la difende e la incarna
Attenzione però, lo ammonisce Noica dal suo imbuto di orrore dei Carpazi.
Le cose sono un po’ più complesse. E’ vero. Perisce l’ Europa dell’esprit de finesse e trionfa quella dell’esprit de géometrie.
Scompare l’intuito e si impone la razionalità.
Questo dramma – di nuovo e sempre quello di Pascal – ha però ben poco da spartire con lo svillaneggiare l’eccesso di libertà davanti a persone che non ne hanno neanche un briciolo.
Con lo sputtanare un mondo “vanamente dinamico” agli occhi di chi patisce l’immobilità assoluta della dittatura comunista, “talmente compresa di sé che ha paura per quello che pensa di fare, e pertanto – con la psicologia del debole – vive incutendo paura nel prossimo”.
Dunque, conclude Noica. Caro amico esiliato, “libellista senza oggetto”. Dovremmo invidiarvi, noi “professionisti del destino senza oggetto”? Mica poi tanto. “C’è un po’ di banalità nella vostra avventura. Persino il vostro scialbo esilio che rischia di spingervi verso la nostalgia e il sentimento, ci sembra poca cosa se paragonato col nostro, di esilio”. Il comunismo è finito, e “al di sopra delle nostre teste di uomini, indaffarati o oziosi, costruttori o demolitori, torreggia qualcosa di cui ignoro l’ aspetto, ma di cui conosco il nome: “Europa”.
Dimenticavo la data: 1957. Ecco perché la maieutica socratica di Noica è meglio dell’estenuato estetismo apocalittico di Cioran.
Non soltanto perché è più generosa, ma anche perché è più preveggente.
Pure il “cortigiano del vuoto” se ne deve essere in qualche modo accorto, se in un soprassalto di sincerità, è costretto ad ammettere: “non ci si apparta sui Carpazi per fuggire il mondo, ma per conquistarlo da lontano”.

di FRANCO MARCOALDI

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