Incontro immaginario con Cioran

Foto Cioran- Edizioni del'HerneokRecita la pagina info del blog “Cum versari”:

racconti brevi. alcuni meno.  altri in forma di divagazione.
brogliaccio. appunti. fogliettini. bagatelle

Coerentemente,  l’immaginario incontro con Cioran qui descritto è un po’ tutto questo: una piacevole alternanza di leggerezza, semplicità, perspicacia.

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CIORAN

20 febbraio 2010. Oggi sono andata a trovare Emil Cioran. Mi ha accolto nello studio, una stanza con due finestre, la scrivania, un enorme vaso di ortensie su un tavolinetto, scaffali di libri e un divano letto; ho pensato: poichè soffre d’insonnia, di giorno si farà delle dormitine. Mi ha detto: se non fossi  fuori esercizio, e fossi meno morto e un po’ più giovane le farei la corte. Ho tralasciato. Sono andata da lui per appianare un dubbio. Sono uscita senza aver risolto nulla anzi con le idee ancor più confuse. Il dubbio, in parole semplici, è: Emil Cioran ci fa o ci è? [Lo so può sembrare cretino e di alcuna utilità, è solo il pretesto per avvicinare il pensiero di Cioran, studioso e uomo, una provocazione assurda]. Mi sono presentata con “L’apolide metafisico – Conversazioni”  e farmi fare l’autografo nel retro di copertina [metafisica del surreale].

Filosofo, letterato di fama mondiale, si è dipinto come un cialtrone litigioso e alterato dall’alcool, ha creato un personaggio da attore geniale, disperato, ponendo se stesso al centro dell’osservazione, un millantatore, uno che la sofferenza la sa recitare alla perfezione, con sarcasmo ed acuta ironia? Così bene che leggendolo se ne esce confortati, parola blasfema per Cioran, un antidoto al suicidio come egli  ha affermato più volte. E’ risaputo il suo considerare il suicidio l’unica libertà (esercizio di libero arbitrio) possibile e in quanto tale rimandabile, in fieri per così dire – “si teme l’avvenire solo se non si è certi di potersi uccidere quando si vuole” –  mentre la conoscenza e la bellezza passano dal dolore e ne sono allo stesso tempo il rimedio. Nulla da eccepire se non fosse per l’interrogativo che permane. Il Cioran ha veramente vissuto sulla propria pelle l’estremo limite del dolore o lo ha solo rappresentato con maestria, scardinando ogni illusione, riducendola in brandelli, ha fatto di se stesso il simbolo del dolore del soggetto umano fino alla caricatura paradossale per renderlo innocuo e padroneggiare la sofferenza attraverso la scrittura? Scrivere per Cioran è una terapia: Esiste un vantaggio ancora più notevole, di cui lo scrittore ha il monopolio: quello di sbarazzarsi dei propri pericoli. Mi chiedo cosa sarei diventato senza la facoltà di riempire delle pagine. Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti. Lo scrittore è uno squilibrato che si serve di quelle funzioni che sono le parole per guarirsi. Su quanti malesseri, su quanti accessi sinistri ho trionfato grazie a questi rimedi insostanziali! ed anche un vizio “di cui ci si può stancare”. Emil Cioran (8 aprile, 1911 – 1995)

E’ stato un solitario abitatore della notte e visitatore di cimiteri o altro? Si direbbe  “anche” altro. Nei Quaderni, importanti per comprendere la figura di Cioran, sono riferiti numerosi aneddoti macabri della sua vita e delle sue abitudini mentre non si fa parola delle frequentazioni mondane a Parigi e Bucarest, in locali eleganti. Nulla di male certo se non il fatto di aver sorvolato questo lato “leggiadro”  ne rafforza l’immagine pubblica di emblema della disperazione e del cinismo e rende plausibile il dubbio sul personaggio costruito ad hoc.
Ciò non inficia l’acuta percezione delle sue intuizioni filosofiche, né tantomeno il valore dello scrittore però getta un alone di leggero sospetto; verrebbe quasi da pensare ad un grandioso istrione, nichilista il quale dal centro del proprio teatro personale ha lanciato anatemi su tutto. Altro punto controverso, almeno per me, le sue incerte collocazioni politiche a destra, l’antisemitismo, anche queste per nulla invalidanti il pregio del letterato, della persona sì.

Ci siamo accomodati su delle poltroncine di cuoio piuttosto consumate dall’uso, mi ha offerto con  gentilezza un tè speziato alla cannella e dei deliziosi sandwich al prosciutto di Praga.

dietro il paravento del tè
l’umiltà se la ride
lieve, come
il petalo di
una gardenia

Dopo di che ha iniziato a parlare delle sue teorie, in particolare della coscienza vista come una condanna, una costrizione crudele ed annientante per chi s’inoltra nei meandri della consapevolezza, ha raccontato anche dell’infanzia ed adolescenza: “darei tutti i paesaggi del mondo per quello della mia infanzia”. Gli ho chiesto : ora  nella condizione di figuarsi dall’esterno, da un altrove, si ritiene un apolide metafisico  devastato dalla cognizione del dolore vissuto con atrocità, e lo ha descritto lucidamente in quanto in preda, in prima persona, a un delirio febbrile, ad un’angoscia profonda, oppure si è divertito a mettere in scena una grandiosa commedia tragica dell’esistenza umana: “essere vuol dire essere incastrati” per spirito di polemica, amore per la dissacrazione fine a se stessa e parossistico gioco d’effetto? ecco questo è l’assillo da sfatare per rendere incondizionata la mia ammirazione per lei Emil Cioran. Mi ha guardato sbalordito ed è scoppiato in una sonora risata. “Io sono Cioran, voi andate al diavolo”! e con quel voi intendeva  proprio tutti?! Grandioso.

[In realtà nel tardo pomeriggio sono passata alla libreria Utopia e mi sono messa a curiosare. Mi è capitato in mano un libro di Cioran. Meglio il libro di Cioran mi ha scelto. Si tratta di “L’inconveniente di essere nati”. Una raccolta di aforismi come del resto sono i suoi testi. L’ho acquistato, sono uscita e mi sono seduta in un caffè, insolito per me starmene sola in un caffè credo di non averlo mai fatto. Il tempo, mi sono trovata a riflettere sul tempo in riferimento a Cioran].
L’angoscia del tempo risiede nel ricordo, la memoria di lutti, di amori, di separazioni, e prima di ogni altro il trauma della nascita. “Noi non corriamo, verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante”.
La memoria dunque un fantasma in agguato pronto ad emergere e far sprofondare nella inquietudine. Un tempo determinato che sfugge al controllo, si attualizza, invade il presente e lo divora. Gli aforismi di Cioran al proposito sono fulmini, flash abbaglianti.  La salvezza sta nell’oblio nella dimenticanza, quanta passione esaltante ed utopica! Cioran si è posto tanto criticamente nei confronti della psicoanalisi quanto se n’è appassionato, l’ha considerata una teoria dell’uomo consolatoria ed adattiva destinata a finire per la sua inadeguatezza interpretativa. Eppure il  continuo ritornare al senso, alla ricerca del significante profondo pur affermando: “tutto è privo di fondamento e di sostanza” dichiara una tensione verso ciò che elude la comprensione, verso l’enigma della vita, scandagliando, lacerandone drammaticamente ogni aspetto; dice anche, oltre la geniale introspezione di cui era dotato, un patimento continuo, ininterrotto, mai pago. Ha fatto l’errore di considerare la psicoanalisi una psicoterapia e non solo, di ritenerla una scienza improbabile non adattabile al singolo e all’evoluzione sociale. Egli rifiutava un metodo che pensa in termini di rimedio.  Eppure, oltre all’attenta lettura di Freud, frequentava i seminari di Lacan a Parigi, vi sono annotazioni nei Quaderni,  e lo derideva dicendo che era un buffone abile a non farsi intendere.
Qual’è il sotterfugio sotteso a questa attrazione / repulsione? Forse, un’ipotesi potrebbe essere letta nella sua depressione e al tornaconto secondario che egli ne ricavava: da un lato l’onnipotenza lo spingeva ad esorcizzarla attraverso la scrittura auto-analisi, una sottile estasi nella parola che oltrepassa la depressione (di per sé muta, immobile), dall’altro se ne sentiva invaso, posseduto, in balia ma anche in una unicità creativa portentosa ed esaltante: “Avere la percezione ossessiva del proprio nulla non significa essere umili, tutt’altro. Un po’ di umiltà, un po’ di umiltà, ne avrei bisogno più di chiunque altro. Ma la sensazione della mia nullità mi riempie di orgoglio”.

Cioran fu uomo del patire e del penetrare con le implicazioni che questi due verbi comportano. E non si è sottratto, vi si è conficcato dentro a capofitto con coraggio, si è interrogato per tutta la vita fino all’arrivo dell’Alzheimer. “Sono un filosofo urlatore. Le mie idee, ammesso che esistano, abbaiano; non spiegano nulla, strepitano”.

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Cioran e le castagne.

Emil Cioran smentisce se stesso o invece dimostra di non essere stato soltanto l’ asceta del dolore e del disinganno ma anche un uomo con debolezze e desideri? A settant’anni suonati s’innamora di una donna  di meno della metà dei suoi anni. Non conoscevo l’aneddoto, l’ho appreso leggendo in internet stralci di  lettere inviate da Cioran a Friedgard Thoma. Lei lo aveva contattato con un biglietto per esprimergli la sua ammirazione. Inizia uno scambio epistolare.
Il cinico Emil s’innamora come un adolescente, il misogino  – delle donne diceva  “sono adorabili nullità” – perde la testa,  diventa romantico,   si accende di erotismo, “provo per il suo corpo un’attrazione perversa” le scrive dopo l’incontro a Parigi.
Il rapporto resta platonico ma appassionato “la vita senza di Lei è assolutamente assurda. Avrei voluto aggiungere qualcosa di spiritoso ma non ne ho la forza”.
I due fanno insieme lunghe passeggiate, visitano musei, Cioran manifesta tutti i sintomi dell’innamorato respinto: telefonate assidue, biglietti continui, scenate di gelosia.
Simone Boué, la compagna di Cioran, non lo ostacola, gli permette di vivere la passione finchè la relazione con Friedgard  diventa un’affettuosa amicizia.
Una storia d’amore molto bella, ai miei occhi non sminuisce la figura di Cioran, tutt’altro la rilancia con l’attributo aggiunto di tenerezza e insieme di grandiosità, racchiusa  nell’amore senile, oltre a presentarci un Cioran vitale, ironico capace di accogliere nella contingenza dell’incontro la trepidazione, la gioia.
L’epistolario è diventato un libro: “Per nulla al mondo”. Un amore di Cioran. Ed. L’Orecchio di Van Gogh

E le castagne?  La parola castagna era una specie di codice fra loro, alludeva ad altro. Posate sulla tomba di Cioran, sepolto vicino a Simone nel cimitero di Montparnasse, insieme a fiori, sassi ed altri simboli, a volte si vedono delle castagne.

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