Cioran e il suicidio

Orizzonti culturali italo-rumeniLa rivista curata dall’associazione Orizzonti culturali italo-romeni – diretta da Afrodita Carmen Cionchin – dedica una rubrica a Emil Cioran, denominata appunto “Spazio Cioran“.
Una delle ultime pubblicazioni che troviamo in questo “spazio” virtuale è un’intervista di Ciprian Vălcan a Andrea Rossi, fondatore dell’Associazione L’Orecchio di Van Gogh.
Chi ha seguito il presente blog dall’inizio ricorderà l’Orecchio di Van Gogh per essere l’editore di “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran”, il famoso libro di Friedgard Thoma, di cui qualche tempo fa avevo riportato la recensione di Franco Volpi (qui il link per chi è interessato) e per la rivista Alkemie, di cui parlerò in un successivo post.
Il tema principale è il suicidio, tema tipicamente cioraniano, di cui sono davvero numerosi i riferimenti, tanto da trovare ingeneroso citarne qualcuno a discapito di altri (in “Sillogismi dell’amarezza” ce ne sono diversi).
Per compensare, parzialmente, riporto l’incipit de “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus:
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia“.

Nella foto il primo volume pubblicato dalla Rivista.

Link: http://www.orizzonticulturali.it/it_incontri_Andrea-Rossi-intervista.html

Cioran, la testardaggine e il suicidio. Un dialogo tra Ciprian Vălcan e Andrea Rossi

«Quanto all’istinto di conservazione – nient’altro che pura e semplice testardaggine – ciò che più conta è combatterlo, denunciarne le devastazioni. Tanto meglio ci riusciremo se verrà riabilitato il suicidio». Tra i numerosi, folgoranti aforismi che Cioran ha dedicato al tema del suicidio, questo è uno di quelli che più hanno colpito Andrea Rossi, curatore e autore di testi dedicati al comportamento suicidario. A questo tema e ai suoi rimandi all’opera di Cioran è dedicato il dialogo che pubblichiamo tra il filosofo romeno Ciprian Vălcan e Andrea Rossi, tra l’altro socio fondatore dell’associazione L’Orecchio di Van Gogh.

Andrea Rossi, lei ha curato alcune pubblicazioni incentrate sul tema del suicidio. Da dove nasce il suo interesse per questa problematica?

Partiamo da una considerazione. La ricerca del senso è una delle attività più antiche della specie umana. La cultura è un mondo protettivo e simbolico attraverso cui l’uomo seppe emanciparsi dal suo primitivismo biologico e costruire esistenze dotate di senso. La cultura, proprio per questa capacità di render senso, è un universo simbolico che si cerca sempre di proteggere e difendere a ogni costo. Alla base della sua formazione c’è quindi un disperato attaccamento alla vita. Ebbene il comportamento suicidario, nelle sue molteplici sfaccettature, disattende clamorosamente quest’assunto e forse questo è il principale motivo per cui esso ancora oggi desta scandalo e orrore e per cui, a onta della sua universalità, le istituzioni sociali hanno per secoli cercato di reprimerlo, infliggendo severe punizioni corporali ai cadaveri e punendo altrettanto accanitamente i tentati suicidi. Il suicidio mi interessa principalmente per questi due aspetti: è un comportamento che contraddice in modo netto l’istinto di autoconservazione ed è un fenomeno universale e coevo all’uomo. La sua presenza si riscontra da sempre nei gruppi umani e, soprattutto, è un fenomeno trasversale, interessando tutte le classi di età e tutte le altre variabili significative che possono essere connesse allo studio del caso (genere, occupazione, istruzione ecc.). Certo, ci sono alcune variabili costanti che i fautori dell’approccio razionalistico delle scienze sociali potrebbero definire «leggi», ad esempio la prevalenza del sesso maschile su quello femminile e la maggiore propensione al suicidio durante i periodi caldi piuttosto che quelli freddi. Ci sono quindi diversi elementi che qualificano il suicidio come fenomeno sociale a tutti gli effetti. La cosa che mi ha sempre colpito è il fatto che un gesto così risolutivo e ultimo, una cosa apparentemente assai «difficile» da compiere, possa essere invece messa in atto indistintamente da tutti, anche da chi non ti aspetteresti mai, anche dal vicino da casa. È stata questa riflessione a incuriosirmi e a farmi appassionare all’argomento. È anche vero che nell’ambiente artistico e culturale il fenomeno appare proporzionalmente in modalità maggiore piuttosto che nel resto della popolazione. Penso a Pavese, Majakowski, Mishima, Van Gogh, o anche a due autori che in vita hanno avuto scarsa considerazione, come Antonia Pozzi e Guido Morselli. Penso soprattutto a Marina Cvetaeva e Sylvia Plath, due autrici che amo molto. La lettura de La campana di vetro, fatta nel 1988, fu per me una folgorazione. Si tratta di un libro devastante, non solo perché trasuda di disperazione, ma anche perché rende totalmente inestricabile, per un uomo, l’universo femminile. Si tratta di autori morti suicidi, ma potremmo aggiungerne molti altri.

Qual è l’interpretazione della questione del suicidio che lei propone?

Per sua natura, il suicidio è un fenomeno interdisciplinare, anche se allo stato attuale sembra essere prioritario appannaggio della psichiatria. Nei libri che ho curato, editi dalla nostra associazione (L’orecchio di Van Gogh) ho cercato di fare emergere un confronto tra approcci diversi: sociologico, psicologico, psichiatrico, psicoanalitico. L’idea è scaturita nella seconda metà del 1997. Quell’anno ricorreva il centenario della pubblicazione de Il suicidio di Durkheim. Con l’aiuto di alcuni colleghi, tra cui Marco Refe, che voglio citare in quanto animatore principale dell’attività del nostro «orecchio», organizzai un convegno proprio in occasione di quella ricorrenza. Intervennero specialisti di diverse discipline e si aprì un dibattito molto interessante. Da allora venne l’idea di pubblicare un libro sugli atti e di dare all’associazione un taglio editoriale. Io non ho l’ambizione di comprendere qualcosa (il suicidio) che è in sé incomprensibile, come sostiene Améry. Io desidero portare il fenomeno all’attenzione della parola, proprio perché la dimensione della parola è stata per secoli oscurata e del suicidio, al di là di qualche lodevole e voluminosa ricerca, non si è detto o scritto alcunché. Questa cosa fu denunciata da Alvarez nel suo Il dio selvaggio. Sono passati quarant’anni da quella pubblicazione e devo dire che il panorama intorno al fenomeno è molto cambiato. Oggi le pubblicazioni abbondano ma, questa è la mia opinione, credo si continui a sapere ancora poco in merito al suicidio. Ho anche cercato di proporre ad alcune istituzioni delle Marche, regione in cui vivo, un progetto di costruzione di un osservatorio permanente del comportamento suicidario, considerando che è certa la sua sottostima. La proposta non ha trovato alcun seguito, anzi qualche amministratore ha frettolosamente liquidato la questione affermando che di argomenti del genere sia meglio non parlarne. Ho riscontrato molta preoccupazione in merito a ciò che si definisce «effetto Werther», ossia la paura di un «contagio» di suicidi per imitazione derivante dallo spazio dato dagli organi di informazione alla morte volontaria. Io penso invece che, contrariamente al luogo comune, solo parlando si possano affrontare e fronteggiare situazioni di esistenza fragili e precarie, in cui è facile precipitare nel cono d’ombra dell’invisibilità sociale, che è l’anticamera della condizione di buio di chi, inevitabilmente, piomba nell’ideazione suicidaria. Tale ideazione, e cito ancora Améry, è inesprimibile, perché non obbedisce più alla logica della vita e non può dunque essere controbattuta. Se anche ci ponessimo dalla parte della prevenzione, risulterebbe evidente che prima dell’ideazione, prima del tempo, è sempre possibile ricorrere alla parola, fosse anche per testimoniare l’incapacità operativa, fosse anche per rendersi conto che proprio non si può far niente. Che almeno si provi a dire. Prima che sia troppo tardi. Ma forse, chissà, non è mai troppo tardi… Ecco perché non credo che il problema sia quello dell’imitazione/suggestione, ma comprendo chi si schiera dalla parte della vita e considera la vita un valore in sé. Nasce anche da questo in me l’esigenza di continuare a formulare domande, che considero cosa molto più importante di trovare risposte.

Come è arrivato all’opera di Cioran? È stato attratto dalle riflessioni del grande filosofo sul suicidio?

Di Cioran mi considero un lettore curioso, ma non certo un esperto. In effetti mi sono occupato di lui in qualità di editore, avendo pubblicato il numero 6 della rivista «Alkemie», un numero monografico interamente dedicato alla sua figura. Non è quindi un autore sul quale posso avventurarmi in discussioni, resta il fatto che quanto da lui espresso nei Sillogismi dell’amarezza e negli Incontri col suicidio, all’interno de Il funesto demiurgo è stato un valido baluardo della mia formazione all’interesse per la pratica suicidaria. In particolare, il concetto che più colpì al momento della lettura è condensato in poche battute (straordinaria abilità di Cioran): «quanto all’istinto di conservazione – nient’altro che pura e semplice testardaggine – ciò che più conta è combatterlo, denunciarne le devastazioni. Tanto meglio ci riusciremo se verrà riabilitato il suicidio». Di questa presunta riabilitazione vedo in realtà ben poche tracce. Sarà anche un retaggio della cultura cattolica, ma nei confronti della morte volontaria continua a prevalere un generale atteggiamento di biasimo.

Condivide l’opinione di Cioran che l’Occidente sia arrivato al momento del suo inevitabile declino? Pensa che si debba essere pessimisti sul futuro della cultura occidentale o si possa avere ancora qualche speranza?

Credo che bisogna pur sempre nutrire speranza. Lo stesso Benjamin scriveva che «solo per chi non ha più speranza, ci è data la speranza». Al di là di questo e indipendentemente dalla riflessione di Cioran, trovo il panorama attuale molto desolante. La realtà dell’Italia, ad esempio, e parlo del mio paese solo perché lo conosco meglio, non è incoraggiante. Ogni settore della vita culturale sembra molto più opaco rispetto a trenta, quarant’anni fa. Per tacere dell’ambito politico-sociale, dove le cose vanno ancor peggio. Non c’è da stupirsi. Il momento è delicato, la crisi economica è devastante, le persone più giovani sono private della possibilità di progettare, di sognare il proprio futuro. Paghiamo adesso una deriva segnata dalla svolta liberista iniziata negli anni Ottanta, subito dopo avere sperimentato gli effetti perversi di un certo tipo di welfare, che si sono fatti sentire nel lungo periodo con la «crisi fiscale dello stato». Quel che manca oggi nel versante culturale, a mio modo di vedere, è una figura di intellettuale versatile, ad ampio raggio, come poteva essere Pasolini, l’ultimo grande saggista e polemista. Manca una persona dalla genialità eclettica che ci spinga a non accontentarsi della vacuità dell’esistente, ma a riflettere oltre la patina dell’apparenza. Che poi è il compito primario del filosofo: riflettere sul reale. Senza pensatori di questo livello la qualità della cultura scade. Nonostante tutto, ammetto che una certa dose di pessimismo è tipica di ogni generazione rispetto a quella che la segue. Non si sa per quale motivo, ma si tende sempre a pensare che i figli non siano all’altezza di ciò che i padri hanno costruito. Poiché storicamente le cose non sono andate in questo modo, forse siamo solo in presenza di una «presunzione di impotenza», per cui è importante non perdere la speranza.

Come è recepita l’opera di Cioran in Italia?

La domanda è difficile. Come ripeto, non sono uno specialista di Cioran, per cui mi limito a poche considerazioni derivanti dalla mia attività di editore (specifico che si tratta di un’attività e non di un lavoro). Nel nostro piccolo, il libro Per nulla al mondo, che contiene l’epistolario tra Emil Cioran e Friedgard Schulte-Thoma, pubblicato nel 2010 (prima versione in lingua italiana) grazie al certosino lavoro di cura di Massimo Carloni e alla traduzione di Pierpaolo Trillini, ha venduto più di trecento copie. Non lasciandoci ingannare dal dato, per i numeri con cui si trova costretta a fare i conti e ad arrabattarsi la piccola editoria di qualità come la nostra, senza un ufficio stampa e con notevoli difficoltà di distribuzione, si tratta comunque di un successo. Ciò testimonia un costante interesse verso l’opera del filosofo franco-romeno, che del resto è comprovato anche dalle iniziative portate avanti da altre realtà editoriali, come Mimesis e Il Notes Magico, decisamente piccole rispetto ad Adelphi, che ha pubblicato quasi tutte le sue opere. Parliamo pur sempre di un mercato di nicchia, né può essere altrimenti.

Lei si occupa da de anni della pubblicazione in Italia della rivista francofona «Alkemie». Come è nato questo progetto?

«Alkemie»è un gioiello per la nostra associazione. Siamo arrivati all’edizione e al successivo contatto con Mihaela Stanisor, che di «Alkemie» è l’anima, attraverso Massimo Carloni. Lui mi ha parlato di questa realtà, con cui collaborava, dicendomi che la redazione stava cercando un editore. L’idea mi è piaciuta, così è nata questa collaborazione che si protrarrà sicuramente fino all’anno prossimo, dopo di che grava una grande incognita sul nostro futuro. Nel maggio scorso l’assemblea dei soci, a maggioranza e con una decisione molto dolorosa, ha deciso di chiudere l’attività editoriale. Dopo tredici anni, L’orecchio di Van Gogh smetterà di pubblicare a partire dal 2013, a meno che non subentri qualche altro socio disposto a farla continuare. Sono certo, in ogni caso, che anche con un nuovo editore «Alkemie» continuerà ad essere un valido strumento di propagazione della cultura letteraria e filosofica contemporanea.

Intervista realizzata da Ciprian Vălcan
(n. 11, novembre 2012, anno II)
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