La scoperta di Cioran

La mia personale “scoperta” di Cioran nasce in libreria con il libro “Storia e Utopia”.

Proprio come è successo all’autore di questo articolo-recensione su “L’inconveniente di esser nati”, altro libro a cui sono molto legato.

Lo ripropongo quindi volentieri, per affinità esperienziale.

Dice Emilio Sanfilippo che lo ha chiamato “Aforismi post-metafisici” perché “la metafisica e la teologia sembrano il territorio comune a tutti gli aforismi di Cioran che lucidamente le presuppone prendendone largamente le distanze”.

L’articolo è del 2009 e si trova sul sito di sitosophia al seguente link:

http://www.sitosophia.org/recensioni/linconveniente-di-essere-nati-di-emil-cioran/

Aforismi post-metafisici per un pensiero quotidiano*

Entro in libreria. Leggo: L’inconveniente di essere nati. Lo prendo e ricordo che il suo autore, Emil Cioran (1911-1995), è stato oggetto di una profonda e attenta discussione durante un seminario universitario tenuto dal professor Alberto Giovanni Biuso, docente di Filosofia della Mente presso l’ateneo catanese.

Penso: forse mi piacerà. Apro casualmente e leggo: «La prova migliore di quanto l’umanità stia regredendo è l’impossibilità di trovare un solo popolo, una sola tribù, in cui la nascita provochi ancora lutto e lamenti» (p.11). Rimango in silenzio, stordito. Sposto lo sguardo istintivamente alla pagina accanto: «Aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre» (p.12). Lo compro.

L’inconveniente di essere nati è un’opera lontana da estri pedagogici, pensata forse più per sé che per un pubblico di tristi lettori e filosofi solitari, probabilmente meditata per quei “pochissimi” di cui Nietzsche lucidamente parlava nella prefazione al suo “Anticristo”. Lettori disabituati a consigli e suggerimenti, disposti a ripensarsi prima ancora che a pensare. Aforismi e poesia, il pullulare continuo della mente che caotica vaga per i sentieri del fenomenico alla ricerca di un senso, caduca e ingannante Luce. Un testo che riassume perfettamente la differenza ontologica heideggeriana, duplice dimensione – quella dell’esistenza e dell’esistentivo – entro la quale l’uomo non solo pensa la contingenza della sua finitudine, ma “reagisce”, mostrando in questo ancora una volta e più di prima il suo sudicio ma vitale attaccamento all’istante primitivo. Per questo leggere Cioran è come penetrare nel torbido caos primigenio dell’inquietudine, della passione, del ricordo e percepire, quasi toccare con la brutalità dei sensi, nella sua trepidazione, nella draconiana amarezza delle sue parole e nella tragicità dei suoi “versi”, la dimensione totale, olistica, della drammaticità umana. L’Inconveniente di essere nati è un imprescindibile riferimento per la letteratura filosofica; una splendida, cinica, fredda ma abbagliante raccolta d’aforismi in dodici capitoli, impossibile da disperdere per casa. Uno di quei testi che quando lo compri torni a casa, tua madre vede la busta sopra il divano e – oltre a ricordarti per la centesima volta che quella non è la scrivania – comincia a preoccuparsi per le tue letture e a pensare di mandarti sempre meno a fare shopping in libreria!

L’esaltante dramma descritto tanto lucidamente quanto cinicamente da Cioran è il dramma della nostra vita, della nostra nascita. L’uomo è, nella mitologia cristiana, il centro della creazione, la divina ideazione partorita nello splendore del paradiso celeste e in funzione della quale tutto, semplicemente, è. L’uomo è l’armonia di un cosmo antropocentricamente orientato, quella forma media d’esistenza cui è data la possibilità d’essere bestia tra le bestie, angelo tra gli angeli. Camaleonte per natura, ancor prima che per diletto. Un mondo costruito ad hoc, la cui sublime perfezione è sancita dal sacrificio di un dio in favore di un’umanità maledetta. Una cosmogonia che nell’aulica profondità dei suoi concetti rivela già la sua infinita distanza dall’umanità! Creature «partorite in latrine» (Biuso); gloriose scimmie preistoriche che dall’alto della loro arroganza sputano sull’infinità del cosmo; ricordi sbiaditi del tempo che fu; animi spenti nell’incoscienza dei sensi e nell’oblio della dimenticanza. Cadaveri che putrefacendosi si affannano: ecco cosa è il glorioso genere umano, sommo stadio del processo d’adattamento alla contingenza evolutiva, massima empietà. L’Adamo biblico ha solo generato una stirpe di cadaveri. Dio – qualsiasi principio cui si attribuiscano i connotati dell’immortalità, dell’onnipotenza, dell’eternità – ha mostrato la sua fallibilità nella creazione, o piuttosto e più certamente il suo sadismo. Parafrasando Cioran (p.145), ognuno non può che espiare il suo primo istante!

È il caos e non la tregua a dominare gli sguardi umani, quella perenne propensione alla guerra che rende insostenibile, oltre che impossibile, una pace duratura. «Il paradiso non era sopportabile, altrimenti il primo uomo vi si sarebbe adattato» (p.19). Se era l’empireo il luogo per eccellenza dell’umano, quale allora il senso della ribellione, del “peccare”? È possibile che il Sommo Artefice aveva previsto tutto in vista della salvezza: se così non fosse verrebbe logicamente meno la sua onnipotenza come conoscenza assoluta in assenza di tempo. L’uomo conosce un tempo scandito, frantumato dalla percezione. Un passato che era, un presente che non è mai e un futuro che è già. Ma Dio, per definizione, possiede la prerogativa della Conoscenza, ossia l’infinità nello stesso istante. Ecco allora confermata la seconda ipotesi poc’anzi avanzata. Il divino non ha scritto erroneamente l’equazione aurorale: volutamente ha creato il contingente, il mortale, rivelando il suo eterno sadismo! «Il Paradiso divino era il luogo in cui tutto si sapeva ma nulla si spiegava» (p.149). Segue logicamente che solo l’inferno è il luogo dove si comprende (cfr p.32). Che l’uomo sia dannato! Non è la ricerca di un sapere assoluto che tutto conosca senza niente comprendere ad essere desiderata, piuttosto la spiegazione analitica, la decifrazione, l’interpretazione. Il peccato, prima di averci resi mortali, ha beneficiato l’umanità di una grande possibilità: come Ulisse desideroso «a divenir del mondo esperto» (Dante, Divina Commedia, Inferno XXVI v.18), così quell’errore ha reso preferibile la morte nell’impeto delle onde alla tranquillità domestica. L’oltrepassamento dei confini, se pur per un tempo breve, troppo breve…

Cioran sembra tenere costantemente a mente la lezione aristotelica, la riflessione moderna e lo smantellamento nietzscheano dell’idea di sostanza come ragione prima, fondamento di ogni cosa. Tale consapevolezza, oltre che sul piano teoretico, non può non implicare pesanti ricadute sulla sua stessa esistenza: «“Tutto è privo di fondamento e di sostanza”: non me lo ripeto mai senza provare qualcosa che assomigli alla felicità. Il guaio è che ci sono tanti momenti in cui non riesco a spiegarmelo …» (p.70). Il senso comune è intriso dell’atavico interrogativo leibniziano – «Perché l’essere e non il nulla?» – come indelebile e ardito tentativo di giustificare logicamente l’essere che ci circonda. Una domanda permeata dalla tendenza umana a trovare risposta, come se tutto avesse Senso, Forma, Fine. Come se l’uomo avesse affidata una missione nel cui compimento ne dimori la felicità e nel fallimento la dannazione, il tormento. Una domanda ricca di senso, ossia di sventura! «Il numero favoloso di ore che ho sprecato a interrogarmi sul senso di tutto ciò che è, di tutto ciò che accade… Ma questo tutto non comporta alcun senso, come ben sanno gli spiriti seri. Perciò usano il loro tempo e le loro energie in cose più utili» (p.103).

L’umanità è – fuori dalla metafora creazionista – l’errore primo del processo evolutivo naturale. «Permettendo l’uomo, la natura ha commesso molto più che un errore di calcolo: ha commesso un attentato contro se stessa» (p.76). Per qualche strano gioco l’evoluzione è sprofondata nell’abisso con la razza umana. La natura non è la matrigna leopardiana che al benevolo amore sostituisce crudeltà e freddezza. La sua caotica armonia è quotidianamente sbranata dal pianto dei neonati: partorendoli la natura ha concepito la Distruzione e soltanto quando sarà scomparsa l’ultima di queste scimmie l’universo ricomincerà la sua vitale autoesaltazione ora muta perché soppressa.

C’è un episodio emblematico fra gli aforismi (p.137). Cioran si recò al cimitero quando, girandosi, scorse una donna incinta: scappò subito via, non potendo resistere alla vista di quella «portatrice di cadavere», spavalda artefice di una creatura dannata. La nascita segna irrimediabilmente l’inizio di ogni determinazione. L’uomo sarebbe libero solo se fosse stato interpellato prima della nascita. Poiché a nessuno è data la possibilità di decidere in proposito, nessuno è libero. Viviamo nella convinzione d’esserlo dimostrando la banalità di un pensare non autentico. Terribilmente spaventati dall’idea del non esser più, comunemente dimentichiamo la cosa più terribile, l’esser nati. Ciò che si fugge dal primo istante non è la morte, bensì «la catastrofe della nascita […] La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante» (p.10). Morte e vita devono costituire non un’antinomia ma una sintesi necessaria. Non solo simbolicamente unite ma perfino linguisticamente. Usarle come sinonimi: non l’una come conseguenza dell’altra, bensì l’una come l’altra. L’una è l’altra.

Una morte che Cioran non si disdegna di pensare perfino voluta. La costante possibilità del suicidio eleva l’uomo a una posizione superiore a tutti gli Dèi dell’olimpo. Nessuno di loro, in vista della propria immortalità, può morire (se è immortale è impossibile che muoia). L’uomo non solo muore ma può perfino decidere di morire. È fare di un limite una possibilità: la Possibilità. «Nel punto più basso di sé stessi, quando si tocca il fondo e si tasta l’abisso, si è di colpo risollevati – reazione di difesa o superbia ridicola – dalla sensazione di essere superiori a Dio. Il lato grandioso e impuro della tentazione di farla finita» (p.170). Non dovrebbe impedirsi il suicidio, piuttosto capirne le ragioni, gli impulsi, dopodiché “semplicemente” darne la Possibilità. Del resto, nota ancora magnificamente Cioran: «Si teme l’avvenire solo se non si è certi di potersi uccidere quando si vuole» (p.74). Ogni angoscia è angoscia del tempo. L’angoscia del tempo è l’angoscia della morte. Guarita la morte è guarito il tempo. Come una catena logica in cui ogni elemento è in funzione dell’altro, così la vita è il proiettare del tempo nel teatro della mente umana. Un fantasma malevolo pronto a spezzare le redini della nostra parvente serenità per sprofondarci nella tempesta dell’inquietudine.

Stupendi, nella loro sconfinata gravità, gli aforismi sulla memoria. Per Locke l’identità della persona dimora nel ricordo. Il problema dell’io non è quello della sostanzialità bensì della relazione tra i suoi stati mentali. Solo nel ricordare dimora il proprio essere come essere stato. Ma un uomo che non dimenticasse il peso dei propri ricordi sarebbe uno spettro libero per i sentieri del mondo! L’oblio, per Cioran, lungi dall’essere pena è la salvezza per ogni uomo. Viviamo solo nella misura in cui possiamo dimenticare. Fallimenti, lutti, amori non corrisposti, tradimenti che, annidati nel tessuto della nostra mente, finirebbero per lacerare i suoi più intimi composti fino a disgregarli interamente. Se tutto dimorasse intatto nella nostra memoria nessuno avrebbe vita. «Senza la facoltà di dimenticare, il nostro passato graverebbe così pesantemente sul nostro presente che non avremmo la forza di far fronte a un solo istante di più, e ancora meno di entrarvi. La vita sembra tollerabile solo alle nature leggere, a quelle per l’appunto che non ricordano» (p.41). Contrariamente a quanto si pensa, siamo in vita fino a che dimentichiamo, fino al momento in cui siamo disposti a dimenticare.

L’inconveniente di essere nati, diversamente da quanto possa apparire, non protende verso forme di moralismo estremo, né religioso né devotamente ateo. Mostra volentieri di non disdegnare interrogativi di natura teologica ma li risolve in un’umanità lontana da pretese di senso assoluto; un’umanità che, alla maniera di Innocenzo IX, immagina più la propria sepoltura come motore per l’azione (p.110) che segni celesti. Malgrado ciò Cioran è ad ogni passo consapevole che il suo scotimento esistenziale servirà a ben poco, perché incapace, per i più, di risposte. Qui la critica a Nietzsche, maestro sempre presente negli aforismi: il crepuscolo degli idoli è la caduta di un’umanità pronta a risolversi nel puro nulla, svegliare gli uomini dal tepore per farli sprofondare nella coscienza del non senso. «Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle…» (p.178). È l’amara constatazione di Cioran. Nulla è carico di Senso. Meglio svegliare i molti da quel sonno ancestrale che fa dell’uomo ciò che da sempre è per gettarlo nell’oblio del puro nulla, o lasciare che si dilettino, inconsapevoli? Per quanto sia evidente, manca una risposta chiara. I lettori dovrebbero costantemente tenere a mente che si tratta di un libro patito prima che pensato e nel patimento le risposte vengono – per lo più – meno. È un al di là del bene e del male: non c’è morale perché c’è umanità.

Non si pensi facilmente, nonché stupidamente, che Cioran disprezzi la vita. «Nessuno più di me ha amato questo mondo e tuttavia, me l’avessero offerto su un vassoio, anche da bambino avrei esclamato: Troppo tardi, troppo tardi» (p.187). È proprio qui che si mostra il mondo di Cioran, quella passione già connotante l’antica grecità che fa della consapevolezza del male del vivere la passione per la vita stessa. È in virtù di quest’amore che ad essere desiderato è il non esser nato, l’assenza totale di un’umanità. «Non nascere è indubbiamente la migliore formula che esista. Non è purtroppo alla portata di nessuno» (p.187). Cioran è come Faust, desidera la consapevolezza dell’attimo sopra ogni cosa. Filosofia diventa passione eccelsa, aulica per la vita. Sguardo sulla finitudine umana che tramuta il fantasma del Tempo nell’attimo vissuto perché pensato. Vivere come vivere l’attimo. Una vita non sacra, piuttosto empia: non è il “pessimismo della ragione” quello espresso ma la consapevolezza che solo in essa dimora l’autenticità. Senza pensiero, fantasia, astrazione, calcolo, passione non c’è morte perché non c’è vita.

E se ogni aforisma svela nelle sue parole l’intenso mondo di Cioran, è solo con l’ultimo che esso si schiude pienamente, in parole forse amare, forse lucide, forse perfino troppo chiare per essere parafrasate, spiegate. Come se Cioran fosse consapevole del suo “salto”, del suo essere venuto fuori da una condizione animalesca brutale, comune. Come se in virtù del suo pensare, del suo patire, del suo tormento fosse diventato per una volta uomo, straordinario, inconsueto, alieno: «Cos’hai, ma cos’hai dunque? – Non ho niente, non ho niente, ho solo fatto un salto fuori dal mio destino, e ora non so più verso che cosa voltarmi, verso che cosa correre…» (p.187).

Maestosità del linguaggio … che ognuno lo viva da sé!

Scritto il 05/09/09 da Emilio M. Sanfilippo 

* Dopo aver letto il testo di Cioran (trad. it. di L. Zilli, Adelphi, Milano 1991) mi sono trovato svogliato a riflettere sul testo e a buttare giù qualche riga. Quella che è venuta fuori non è quindi una vera e propria recensione, piuttosto una lettura del testo che deve la sua origine a un seminario universitario e tormenti quotidiani. La chiamo “Aforismi post-metafisici” perché la metafisica e la teologia sembrano il territorio comune a tutti gli aforismi di Cioran che lucidamente le presuppone prendendone largamente le distanze (da cui l’uso forse azzardato del post che, in ogni caso, suona bene).

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