Le cene con Cioran

Nel 2011, centenario della nascita di Cioran, ci sono state diverse iniziative in tutto il mondo per ricordare lo scrittore rumeno.
Questo articolo di Pietro Citati, una delle più prestigiose firme giornalistiche italiane, ha un taglio leggermente diverso dagli altri.
Diviso sostanzialmente in due parti: la prima, con alcuni personali e “umanissimi” ricordi sugli incontri con Cioran presso la “chambre de bonne” di rue Odèon, 21 e la seconda che è invece un commento sul libro “La caduta nel tempo”.
Interessante l’accostamento tra Cioran e Pascal e i moralisti francesi.
Interessante ma inconsueto il confronto con Kafka.
Non dimenticando che “la sua vera atmosfera è il dubbio”, perché Cioran “vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale”.

 

Emile Cioran.Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico

di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.

Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.
Quando viveva Cioran, non c’era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l’Odèon, dove egli abitava.
Non c’era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle “chambres de bonne” dove i signori dell’Ottocento rinchiudevano le loro domestiche.
Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.
Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d’albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l’avrebbe cambiata con un’altra.
Tutto vi era incredibilmente minuscolo.
Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto.
C’erano libri su una sedia e per terra.
Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest’uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l’angelo offrì a Giovanni nell’Apocalisse.
Infine varcavamo l’ultima porticina, ed entravamo nel “salotto” – nessuno lo chiamava così -, dove Simone e Cioran ricevevano.
Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice.
Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo.
Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda.
Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado.
Non ostentava autorità né prestigio.
Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà.
Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi.

Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel 1964 [in Italia pubblicato nel 1995]: La caduta nel tempo.
Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile».
Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro è una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c’è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate – e accettate o condannate – davanti all’osservatorio di una mente impersonale.
Come in Pascal, la tensione è così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico.
Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno.
Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l’Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza.
Non c’è scrittore moderno più denso di Cioran.
Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all’esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta.
Non c’è mai un piano o un progetto.
Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida.
Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica.
Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell’aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge.
Sempre abbiamo l’impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero.
E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa.
La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato.
Come Kafka, anche Cioran sogna non l’albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l’Albero della vita:
«esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti».
Fino all’ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l’innocenza, l’universo prima della caduta, l’uno, l’eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l’io, la natura umana, la conoscenza.
Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l’Indistruttibile in noi non è stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto.
Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell’Albero della vita.
L’atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe.
Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti.
E l’uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore.
Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell’Essere».
E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran.
Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell’inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza.
Così Cioran condivide con Dio e l’uomo una doppia caduta.
Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l’orrore della caduta.
Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all’uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell’autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l’unico fondamento della sua vita.
«Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all’Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l’uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell’uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti».
Il dio e l’uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione.
In Cioran vi è l’eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l’uomo si raccoglie una rabbia terrificante.
Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso.
Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l’aridità, la sterilità, l’inutilità filosofica, l’atmosfera di carcere.
In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale.
Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove.
Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l’ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l’immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto.
Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?».
E’ l’immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.
La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione.
Eppure c’è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell’Apocalisse, che assume due forme.
La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l’uomo un’era senza desideri, liberata dal peso dell’antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell’impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione».
La seconda è terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l’angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c’è più presente. Non c’è più istante o movimento.
E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno.
Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.

Pietro Citati

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