Cercando Cioran

Che ci sia ancora molto da scrivere e pubblicare in Italia su Cioran, lo testimonia il libro di Ilinca Zarifopol-Johnston, “Searching for Cioran”, Indiana University Press, 2009 (ad oggi non esiste nemmeno la traduzione in francese).
Il libro, incompiuto per la morte dell’autrice (nel 2005 all’età di soli 52 anni, causa cancro), si propone come una “completa biografia del periodo romeno” di Cioran.
E in effetti la prima parte (secondo quanto scrive il marito di Ilinca che ha curato il libro) è dedicata proprio agli anni della sua formazione intellettuale e politica.
Anni in cui scrisse, tra l’altro, il tristemente famoso Schimbarea la fata a Romaniei (1936) cioè La Trasfigurazione della Romania dove si intravede un Cioran nazionalista e simpatizzante con il nazismo.
Un periodo che non rinnegherà mai (non sarebbe stato mai possibile data la sincerità estrema dell’autore) ma di cui parlerà mal volentieri.

L’unico articolo che ho trovato in italiano che recensisce il libro si trova al seguente link:
http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2011/03/cioran-una-biografia-incompiuta-degli-anni-romeni.html

Cioran: una biografia (incompiuta) degli anni romeni

Relativamente poco si sa ancora degli anni che E.M. Cioran trascorse in Romania, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi nel 1937. O, meglio, si sa quello che Cioran stesso ne ha raccontato, investendo di una luce quasi mitica gli anni a suo dire spensierati dell’infanzia o rintracciando nella scoperta dell’insonnia durante la giovinezza uno degli elementi scatenanti del suo pensiero e delle sue ossessioni. Ilinca Zarifopol-Johnston, già docente di letteratura comparata all’Università dell’Indiana, si prefigge, con questo Searching for Cioran, di scrivere una biografia degli anni romeni di Cioran, andando a scovare le informazioni meno accessibili e consultando il maggior numero di fonti possibili.

Ilinca Zarifopol-Johnston non conosceva nemmeno Cioran prima che le venisse affidata la traduzione, dal romeno in inglese, di Al culmine della disperazione: ne resta subito affascinata. Nata, cresciuta e laureatasi in Romania, ci ha vissuto fino al 1976, quando si è trasferita negli Stati Uniti, e in quel periodo, durante la dittatura comunista, Cioran era “persona non grata” della quale era meglio non parlare. Recupera però in fretta il tempo perduto fino a giungere alla decisione di scrivere questa biografia.

L’autrice e Cioran hanno almeno una cosa in comune: non soltanto sono entrambi romeni, ma entrambi hanno scelto l’esilio. Un esilio scelto e legato a un rifiuto delle proprie origini, causato da un irrisolvibile senso di inferiorità per il fatto di essere romeno. Per il giovane Cioran, la Romania è un paese senza storia e senza destino, una nazione di servi in cui lui, sin dalla più tenera età, si sente sradicato. L’inizio di questo smarrimento coincide con la cacciata dal paradiso del suo villaggio natale in Transilvania, Rasinari, per andare a scuola a Sibiu, la città più vicina, allora vero e proprio crogiolo di tre nazionalità: tedesca, ungherese e – da buon’ultima – romena. Malgrado la distanza sia minima, poco più di dieci chilometri, questo trasferimento è una lacerazione per Cioran. Ancora più radicale è il cambiamento quando, nel 1928, si trasferisce a Bucarest per studiare all’università: sono anni caratterizzati da letture frenetiche e da una solitudine radicale, che si mitiga solo quando entra in contatto con i giovani intellettuali della capitale, tra i quali spicca Mircea Eliade.

Molti di loro – ispirati e istigati dal carismatico professore universitario Nae Ionescu – aderiscono all’ideologia, marcatamente di destra e fascista, della Guardia di Ferro di Codreanu. Lo stesso Cioran sogna una palingenesi della Romania e, quando riesce ad andare in Germania, a Berlino – proprio dal 1933 al 1935 -, arriva a scrivere paradossali apologie dell’hitlerismo e della dittatura (due di questi articoli, finora inediti, sono proposti nell’appendice del libro). E’ in questo contesto che scrive La trasfigurazione della Romania, l’unico dei suoi libri che non è mai stato tradotto in nessun’altra lingua, proprio perché troppo pieno di furori e “enormità” – come le definì lui stesso in seguito. A far da contraltare all’estremismo politico – una posizione, in realtà, più estetizzante che non davvero programmatica – c’è il fascino per il misticismo, tanto che l’autrice legge La trasfigurazione alla luce dell’altro libro romeno apparso più o meno nello stesso periodo: Lacrime e Santi.

Durante la stesura di Searching for Cioran, però, Ilinca Zarifopol-Johnston muore. La biografia resta quindi incompleta: alcuni capitoli sono stati completati dal marito Kenneth Johnston, a sua volta professore, in base alle note lasciate dalla moglie. Quello che però rende comunque interessante questo libro non è la prima parte (The Romanian Life of Emil Cioran), bensì la seconda (Memoirs of a Publishing Scoundrel). Qui la biografia di Cioran si salda direttamente con la vicenda personale dell’autrice che, mentre è in cerca delle origini dello scrittore romeno, finisce per fare i conti anche con le proprie origini e con il proprio passato e si trova a riflettere sulla posizione delicata dello scrittore che decide di scrivere una biografia ed è costretto a frugare nelle vite altrui.

La seconda parte è scritta in forma di diario e descrive i vari soggiorni a Parigi e in Romania, tra il 1992 e il 1997. Ilinca Zarifopol-Johnston, infatti, va a Parigi per conoscere personalmente Cioran e raccogliere materiale e testimonianze per il libro che ha intenzione di scrivere. Invitata da lui e dalla compagna Simone Boué – conosciuta nel 1942 – nella famosa mansarda di 21, rue de l’Odéon, intreccia un rapporto sempre più amichevole. Queste pagine sono molto importanti perché svelano un aspetto più intimo e personale del grande filosofo franco-romeno (che, tra l’altro, avrebbe avuto da ridire sull’uso del termine “filosofo” se riferito a lui).

Che io sappia, poi, Ilinca Zarifopol-Johnston è la prima a raccontare, da testimone, gli ultimi anni di vita di Cioran, colpito dal morbo di Alzheimer, trascorsi all’ospedale Broca di Parigi. Sono pagine importanti, queste, ma anche molto dure: l’autrice descrive in maniera molto vivida il declino di un uomo che in passato aveva avuto un grande vigore intellettuale. Con altrettanta precisione descrive gli interesse e i giochi di potere che incominciano a scatenarsi intorno a un Cioran ormai incapace di intendere e di difendersi, con Simone Boué a fare da barriera protettiva tra lui e il mondo.

A Bucarest, invece, l’autrice ci va per incontrare Aurel, il fratello minore di Cioran rimasto in Romania, nel tentativo di reperire materiale originario sugli anni romeni di Cioran, e altri personaggi come Gabriel Liiceanu, il direttore di Humanitas, la casa editrice bucarestina che dagli inizi degli anni novanta ha cominciato a pubblicare Cioran in romeno. Ed è proprio durante questo soggiorno che, tutt’a un tratto, si trova immersa di nuovo nel proprio passato. Qui la narrazione assumi toni più personali, uscendo dal percorso stabilito della biografia cioraniana e acquistando anche il valore di testimonianza sulle trasformazioni subite dalla Romania dalla caduta di Ceausescu fino alla metà degli anni novanta.

Nel 1995, Cioran muore. Il 23 giugno si tiene il funerale alla chiesa ortodossa romena di Parigi. Zarifopol-Johnston constata con amarezza che sono presenti quasi solo esponenti ufficiali romeni, mentre i francesi – eccezion fatta per la stampa e i Gallimard – sono assenti. Sembra quasi una nemesi: la Romania si riappropria di Cioran, che aveva fatto di tutto per lasciarsi alle spalle il proprio paese d’origine, emigrando in Francia e abbandonando la propria lingua madre. “Fine ironica – commenta l’autrice – per un uomo che aveva rotto drasticamente e con forza i legami con la Romania”.

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