L’a-teologia di Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu

cioranLeggo e volentieri ripropongo una bella intervista ad Antonio Di Gennaro, attento studioso di Emil Cioran e autore di numerose recenti opere sul Nostro.

http://www.filosofiablog.it/filosofia-contemporanea/la-teologia-di-emil-cioran-intervista-ad-antonio-di-gennaro-a-cura-di-tudor-petcu/

Nota introduttiva: Oggi pubblichiamo un’intervista ad Antonio Di Gennaro (1975), laureato in Filosofia all’Università di Napoli Federico II. I suoi studi privilegiano lo sviluppo dell’esistenzialismo contemporaneo con particolare riferimento alle problematiche del tempo e del dolore. Ha pubblicato la raccolta di versi Parole scomposte (Alfredo Guida Editore, 2000) e saggi sul pensiero di Emil Cioran, raccolti nel volume Metafisica dell’addio (Aracne, 2011). Nel 2011, ha organizzato il Convegno per il centenario della nascita del filosofo romeno, in collaborazione con l’Accademia di Romania in Roma, curando poi la pubblicazione degli atti nel volume Cioran in Italia (Aracne, 2012). Attualmente sta svolgendo un’attività di ricerca sui testi inediti di Emil Cioran, con particolare attenzione a interviste e carteggi. In tal senso ha recentemente curato i volumi: L’intellettuale senza patria. Intervista con Jason Weiss (Mimesis, 2014), Vivere contro l’evidenza. Intervista con Christian Bussy (La scuola di Pitagora, 2014), Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane (Mimesis, 2014), Tradire la propria lingua. Intervista con Philippe D. Dracodaïdis (La scuola di Pitagora, 2015), La speranza è più della vita. Intervista con Paul Assall (Mimesis, 2015), Un’altra verità. Lettere a Linde Birk e Dieter Schlesak (Mimesis, 2016). Il suo sito internet è: http://digilander.libero.it/ant.digennaro/  

D: Qual è secondo Lei la caratteristica più importante del pensiero di Emil Cioran? Le pongo questa domanda, pensando innanzitutto all’influenza di Friedrich Nietzsche sulla personalità di Cioran, considerato in Romania e in Francia il più grande filosofo nichilista del XX secolo.

R: Esistono, a mio avviso, diversi tratti distintivi del pensiero di Cioran, che ne fanno uno dei maggiori filosofi del Ventesimo secolo. Contrariamente a quanto pensano in molti, Cioran non è un semplice scrittore, ma un autentico, autorevole filosofo, se per filosofia intendiamo non un mero esercizio teorico, accademico, ma originariamente, nella sua essenza, una costante riflessione sulla vita, ricerca di un senso, a partire dall’assurdità e dalla drammaticità della condizione umana. Non parlerei quindi di una caratteristica “unica” o “univoca” del suo cammino di pensiero, ma di molteplici aspetti peculiari e complementari nella sua concezione “sovversiva” della filosofia. Innanzitutto, sin dal primo volume pubblicato in Romania, Pe culmile disperării, del 1934, Cioran, si allontana dalla filosofia “ufficiale”, rivolgendole un duro attacco, una critica radicale e senza appello. Pur essendo laureato in filosofia a Bucarest e pur avendo acquisito un solido bagaglio di conoscenze (anche grazie ai viaggi di studio a Monaco, Dresda e Berlino), Cioran ritiene che la filosofia tradizionale, letteralmente, “non serve a niente”. Lo scrive ad esempio nei Quaderni: «Uno dei rari vantaggi che ho avuto è stato di aver capito a vent’anni che la filosofia non dà nessuna risposta, e che perfino le sue domande sono inessenziali». La filosofia accademica si riduce a un sapere specialistico, erudito, fatto di nozioni e dottrine sofisticate, ma completamente slegato dalla complessità e dalla tragicità della vita reale. Se la filosofia è hegelianamente “pensiero della vita”, nelle università essa non assolve più tale compito, anzi si spegne, si inaridisce, si snatura: diventa sterile, autoreferenziale, nel migliore dei casi “pensiero della vita passata” e dunque “storia della filosofia”, “storiografia”, il che equivale alla morte della filosofia. Una prima caratteristica importante, a mio avviso, che caratterizza il filosofare di Cioran, è il fatto che egli riporta la filosofia al di fuori dalle aule accademiche, libera per così dire la filosofia dai lacci del pensiero astratto-speculativo e la affida alla singola esistenza, che è di per sé “coscienza infelice”. La filosofia, in altre parole, è una ricerca personale, una meditazione del singolo su di sé, un cammino privato che ciascuno compie, a partire dalla propria solitudine e dalla propria intima sofferenza. La filosofia diviene in Cioran atto terapeutico, cura dell’anima, consolazione dal “male di vivere”, non rigorosa (ma improduttiva) ricostruzione ermeneutica circa le filosofie del passato, bensì proficuo “esercizio spirituale”, soggettiva pratica filosofica, pensiero esistenziale. Un secondo aspetto, che mi sembra degno di nota, e che lo differenzia dai “filosofi di professione”, è la passionalità di Cioran, il suo fervore nella scrittura. Cioran non è mai mite, distaccato, spassionato, ma sempre emotivamente coinvolto, appassionato, in preda alla follia, guidato dal proprio demone interiore, o, per dirla con Kay Redfield Jamison, “toccato dal fuoco”. Cioran scrive sempre in uno stato di eccitazione febbrile, di inquietudine, di malessere, di “cafard”, e la scrittura è per lui un “mezzo di liberazione”, è il modo che gli è più congeniale per espellere l’angoscia che lo opprime. Cioran ricorre alla scrittura non come un diversivo di carattere estetico, ma per una necessità impellente di ordine psicoanalitico. Egli non descrive fatti esteriori, non racconta storie, ma “vomita” il proprio mondo interiore: le proprie ossessioni e il proprio stato d’animo costantemente lacerato, dilaniato. Come sappiamo, sin dalla giovane età, Cioran è affetto da stati depressivi, è organicamente malinconico, votato alla nostalgia, condannato alla noia. Pertanto, la prosa filosofica di Cioran si rivela un farmaco, un analgesico, un balsamo, anche per noi lettori. Per quanto riguarda l’influenza di Nietzsche su Cioran, non mi sembra così decisiva. I suoi punti di riferimento sono altri: Pascal, Baudelaire, Shakespeare, Dostoevskij. Sono questi gli autori che hanno plasmato la personalità di Cioran, sono questi i cardini attorno a cui si va costruendo il pensiero tragico di Cioran, il suo nichilismo estremo, che non sfocia come in Nietzsche nel concetto di “superuomo” (Übermensch), ma in quello dell’uomo maledetto, condannato da sempre e per sempre a soccombere ai dardi beffardi del destino. Detto in altre parole, mentre Nietzsche esalta l’ebbrezza della vita, il suo lato “dionisiaco”, Cioran inveisce contro la vita, la maledice, semplicemente perché la vita vuole se stessa, indipendentemente da noi. Essa si disinteressa dei viventi, ossia delle singole esistenze.

D: È lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Emil Cioran? Non bisogna dimenticare infatti che il suo pensiero è stato influenzato anche da alcuni mistici, come ad esempio Meister Eckhart.

R: Questo è un punto decisivo e di grande interesse: il rapporto tra Dio e il Nulla. L’esperienza di pensiero di Cioran, sin dagli anni giovanili, oscilla tra la costante ricerca di un Dio e il suo categorico rifiuto, tra l’esperienza mistica e il nichilismo assoluto. Teologia e ateismo si fondono e si confondono, dando vita ad una forma di fede laica, che vede nella solitudine dell’anima, e nelle sue più intime espressioni (preghiera, musica, scrittura), il luogo privilegiato dove “incontrare” Dio – o la sua idea. Influenzato dal pensiero pagano (Marco Aurelio, Giuliano l’Apostata) e affascinato dalle eresie cristiane (Bogomili e Catari), dallo gnosticismo (Basilide), dalla tradizione greco-ortodossa (Giovanni Climaco, Gregorio Palamàs), dai mistici (Meister Eckhart, Angelus Silesius, Jacob Böhme, Juan de la Cruz) e dalle sante (Teresa d’Àvila, Angela da Foligno), ma anche dalle religioni orientali (Buddhismo, Taoismo, Induismo), Cioran giunge ad una visione di Dio come “funesto demiurgo”, senza tuttavia rinnegare la dimensione del “sacro” come elemento imprescindibile della sua tragica Weltanschauung. A tale riguardo, Cioran amava definirsi: “un nichilista di tendenze religiose”. Anche il teologo e musicologo rumeno George Bălan, corrispondente epistolare di Cioran e autore di una monografia sul suo pensiero, riconosce in una lettera del 18 ottobre 1968 che Cioran è «uno degli spiriti più religiosi del secolo». Condivido quindi in pieno la sua affermazione e concordo sul fatto che “è lecito parlare di una dimensione mistica/spirituale del nichilismo di Cioran”. Attenzione però: Cioran non crede in Dio, bensì nel nulla, nel “solido nulla” per dirla con Leopardi, nella nullità di tutte le cose, nella vacuità universale, nell’inanità dell’essere. I mistici medievali, come Meister Eckhart, sono uomini di fede, teologi, credono nel Dio rivelato, nella manifestazione di Dio nella storia e, al tempo stesso, nella ineffabilità e inconoscibilità di Dio. In tal senso, il Nulla è l’altra faccia del Dio ignoto, del Deus absconditus, e funzionale ad una teologia negativa che preferisce astenersi dal nominare l’innominabile. Cioran è lontano da una visione di tale fattura. Il nulla di cui parla Cioran non è il Nulla-Dio, ma il principio reale che attanaglia e sottende la vita. Il nulla di Cioran non ha niente a che fare con Dio, ma con l’assenza di Dio. Il concetto di Dio sorge successivamente, quando l’uomo sperimenta la tragicità della propria condizione, ma soltanto come palliativo della mente sofferente. In realtà, come ogni uomo, Cioran avverte il “sospiro religioso”, la tendenza o l’impulso ad oltrepassare sé, a trascendersi in vista di un Assoluto che non esiste, se non come frutto della nostra fervente immaginazione. Qui Cioran è senza dubbio in linea con il pensiero ateo di d’Holbach, Feuerbach, Schopenhauer o Freud. Secondo tale tradizione di pensiero, Dio non è altro che l’Essere supremo (immaginario), che l’uomo in quanto “coscienza infelice” si inventa come ultimo appiglio di salvezza nel fondo della propria solitudine. Quindi, quella di Cioran, per riprendere Sylvie Jaudeau, è una “mistica profana”, una “mistica senza Dio”, una mistica impregnata di nichilismo, dove il nulla è tutto e Dio una semplice invenzione, un’allucinazione, un “nonsenso consolatore”.

D: La disperazione costituisce forse il concetto più importante della filosofia di Cioran. È possibile parlare di una dimensione “metafisica” della disperazione nel suo pensiero?

R: La disperazione è l’assenza di speranza, il sentimento della morte. Nei Quaderni Cioran scrive: «Ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà fisiologica, per non dire fisica. La disperazione è la mia fede, la mia fede innata». La disperazione non è un concetto astratto su cui è possibile disquisire o argomentare logicamente, con freddezza e distacco. La disperazione è un’esperienza vissuta, patita “in prima persona”, e, nel momento in cui la si vive, il soggetto è coinvolto in un turbine, in una corrente, in un vortice, dove non vede il fondo, dove non c’è un domani o una prospettiva. Di fronte a tale esperienza vissuta, per resistere ai duri colpi della vita e non soccombere, Cioran decide di scrivere la propria disperazione, di estrinsecare la propria depressione in un atto creativo. La sua prima opera si intitola appunto “Al culmine della disperazione”, ma tale criterio può essere esteso a tutti gli altri testi. Al centro della sua visione del mondo vi è un disagio, un dolore, un’angoscia. Cioran avverte il distacco dalla vita, la repulsione, la non-integrazione e in tutte le sue opere egli racconta di questa esperienza, di questo sentimento di scissione e di lacerazione, di questa inquietudine esistenziale, di questo “esilio metafisico”. Per di più, la disperazione secondo Cioran conduce alla preghiera e al dialogo con Dio. Sempre nei Quaderni afferma: «La disperazione che non approda a Dio, che non vi cozza contro, non è vera disperazione. La disperazione è quasi indistinta dalla preghiera, e in ogni caso è la matrice di tutte le preghiere». Ovviamente, Dio è solo un concetto-limite e mai l’Essere trascendente delle religioni positive.

D: Qual è la sua opinione per quanto riguarda il rapporto tra “sacro” e “profano” nella filosofia di Emil Cioran?

R: Direi che, paradossalmente, il sacro, in Cioran, risiede nel profano. L’essenza del sacro è nel profano, il senso del divino è nell’umano: soprattutto negli ultimi, negli estromessi, nei disadattati, nei diseredati, nei perdenti, nei falliti, negli squilibrati, nei suicidi. Dimentichiamo l’ortodossia cristiana fatta di funzioni religiose, di liturgie e preghiere, dimentichiamo la fede e il credo in un “Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”. Qui siamo di fronte a un pensatore insolente, irriverente, provocatorio e blasfemo che accusa Dio (qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio) del male del mondo. Ricordiamo ancora una volta che uno dei testi più importanti del pensatore rumeno-parigino reca come titolo “Il funesto demiurgo”. Cioran su questo versante segue la setta eretica dei Bogomili, anzi si considera un “bogomilo del XX secolo”. Il Dio di Cioran è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto-nulla. Secondo Cioran, sarebbe stato meglio non essere mai stati, non essere mai nati e quindi non aver mai conosciuto la disavventura di essere stati gettati nel mondo, nella vita e nella storia. Quindi il divino è propriamente nell’uomo, nell’umanità dell’uomo: questa è, parafrasando Fabrizio De André, la “buona novella” dell’eretico Cioran, apostata-neopagano. Ai dotti e ai sapienti, egli preferisce i mendicanti e le prostitute. Qui dimora l’autentico volto di Dio, qui si manifesta il divino: nella condizione dell’estremo abbandono. È nell’esperienza del dolore, quando si è “al culmine della disperazione”, “ai piedi della croce”, che il divino appare. Ma è solo un’idea della ragione, perché in fondo, nel fondo del nostro essere e della nostra solitudine, nessun Dio potrà salvarci e redimerci dal dolore. Per concludere questa mia risposta, farò riferimento a un episodio citato da Cioran in un’intervista concessa al filosofo spagnolo Fernando Savater nel 1990. Parlando delle prostitute, afferma: «Una notte una di loro mi disse che suo marito era appena morto. Era giovane, bella. Mi disse che quando faceva l’amore con qualcuno vedeva il suo cadavere sul letto, vicino a lei. Bisogna andare nei bordelli per sentire cose così profonde!». Ecco, è questa la dimensione del “sacro” come mysterium tremendum et fascinans: nel sacrilegio, nella profanazione, nella “trasvalutazione di tutti i valori”, nella trasfigurazione del dolore (la morte nel cuore) in delirio e follia.

D: Anche se la filosofia di Cioran ha optato per una visione nichilista, lontana dai valori presenti nel cuore del cristianesimo, credo tuttavia che la sua ermeneutica abbia una qualche eredità cristiana e a tale riguardo le chiedo di spiegarmi/dirmi se una tale eredità esiste nell’opera del filosofo rumeno. È possibile discutere sui valori cristiani della filosofia di Cioran?

R: Cioran proviene dal mondo ortodosso. Suo padre, Emilian Cioran, era un pope e sua mamma, Elvira Comaniciu, presidentessa dell’associazione delle donne di religione ortodossa. Il giovane Cioran frequenta assiduamente la biblioteca paterna a Răşinari, ma anche quella dell’arcivescovo di Sibiu, di cui il padre era consigliere. Quindi, nella formazione e nella crescita spirituale di Cioran, non mancano certo le letture di teologia (comprese le vite dei santi, l’approfondimento della mistica, ecc.). Questi però matura, ben presto, una forte ostilità verso tutto ciò che è dogmatico e religioso. Pur riconoscendo la profondità della teologia ortodossa, Cioran si mostra insofferente verso la dottrina cristiana che presuppone l’idea di un Dio buono, Padre creatore, Essere supremo. Come già detto, Cioran opta per un Dio demoniaco, un Dio che non ha a cuore il destino dell’uomo, ma che oscilla tra indifferenza e compiacimento dell’umana sofferenza. È un Dio scellerato, dispotico, malvagio, così come è stato recentemente rappresentato, in maniera esemplare, dal regista belga Jaco Van Dormael nel film “Le tout nouveau testament” (2015), che si prende gioco delle sue creature, e che anzi prova un piacere sadico nel tormentarle e torturarle. Nelle sue opere Cioran si scaglia contro Dio, la sua “invocazione” diviene spesso “bestemmia”, “preghiera arrogante”. Cioran inveisce contro Dio perché sa che l’uomo è condannato ab aeterno e che esiste un destino tragico ad accomunare i mortali. Non si tratta della morte. La morte è solo l’episodio ultimo e risolutivo di un dramma più grande: la vita. Questa è la croce che ognuno porta sulle spalle, con ineffabile sofferenza. Nonostante la sua avversione verso l’impianto dottrinario cristiano, pur non credendo in Dio, e pur essendo lontano da ogni fede ecclesiale, è possibile riscontrare in Cioran (nella quotidianità dell’uomo) una particolare sensibilità verso il prossimo, che si manifesta nel sentimento della pietà, della solidarietà, della fraternità umana. È quella che il filosofo italiano Salvatore Natoli definisce un’“etica del finito”. In ogni caso, non intravedo alcuna “eredità cristiana” nella filosofia di Cioran. Nella sua visione del mondo, marcatamente atea, i concetti di redenzione e salvezza sono del tutto esclusi, categoricamente respinti. L’unico concetto che Cioran riprende dall’Antico Testamento è quello della Caduta e del Peccato originale. Questa è la stimmate nefasta che chiunque venga al mondo si porta addosso. Per concludere, vorrei utilizzare ancora una volta le parole dello stesso Cioran, che certamente chiariscono in pieno il suo punto di vista in merito alla religione cristiana. Ne La tentazione di esistere (1956) leggiamo: «Consumato fino all’osso, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenare crisi o di fecondare intelligenze. Non mette più a disagio lo spirito né lo costringe al minimo interrogativo; le inquietudini che suscita, come le sue risposte e le sue soluzioni, sono fiacche, soporifere: nessuna lacerazione promettente, nessun dramma può più aver origine dal cristianesimo. Ha fatto il suo tempo: ormai la Croce ci fa sbadigliare…».

L’a-teologia di Emil Cioran. Intervista ad Antonio Di Gennaro a cura di Tudor Petcu | Filosofiablog

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Le divagazioni romene di Cioran

divagazioni_lindauLa vita è la morte quotidiana della Convinzione”: così si conclude un recente (ottobre 2016) libro di Cioran, dal suggestivo titolo “Divagazioni”, edito da Lindau:

http://www.lindau.it/Libri/Divagazioni

Si tratta della traduzione italiana di un libro romeno (“Razne”, Humanitas, Bucuresti, 2012), curato da Constantin Zaharia, grande studioso di Cioran, non nuovo al recupero dei manoscritti inediti del Nostro, donati dalla compagna Simone Boué all’archivio della biblioteca Doucet :

https://tuttocioran.com/2012/11/20/biblioteca_doucet_cioran/

La traduzione dal romeno è dovuta alla sapiente opera di un altro attento studioso di Cioran, Horia Corneliu Circotaş; segnalo a proposito, per chi volesse approfondire, una piccola intervista:

http://nonriescoasaziarmidilibri.blogspot.it/2016/10/divagazioni-di-emil-cioran-intervista.html Leggi il resto dell’articolo

Una vita con Cioran

cioran_simoneLeggo con piacere e trasmetto una recensione di Amelia Natalia Bulboaca al recente libro curato da Massimo Carloni, Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, edito da “La scuola di Pitagora”.

L’articolo originale lo trovate sulla rivista on line “Orizzonti Culturali italo-romeni” al seguente link:

http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-4.html

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La scuola di Pitagora editrice continua la sua marcia alla conquista dell’inedito cioraniano e pubblica un nuovo, importante documento sul Privatdenker di rue de l’Odéon: Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, a cura di Massimo Carloni (pp. 68, € 5,00). Trattasi del dialogo che Norbert Dodille stentatamente riesce a intavolare con Simone Boué – compagna di vita del filosofo – grazie soprattutto alle benevole insistenze di Marie-France, figlia del drammaturgo franco-romeno Eugen Ionescu. È una delle poche volte che questa donna discreta e riservata, donna d’altri tempi – tanto da sembrare un’ombra o persino un’esistenza che era sfuggita di vista a tante persone che avevano conosciuto Cioran – parla pubblicamente di se stessa ma soprattutto della sua vita con Cioran. All’epoca era trascorso solo un anno da quando il filosofo aveva esalato l’ultimo respiro su un letto dell’ospedale Broca, a Parigi. A distanza di un altro anno, nel 1997, anche Simone sarebbe andata incontro al proprio appuntamento con la morte tra le onde dell’Atlantico. Leggi il resto dell’articolo

Cioran, l’ateo credente di Ravasi

cioran_ravasi

Non è un segreto che Gianfranco Ravasi, teologo competente e fine intellettuale, sia uno studioso di Cioran, ateo sui generis. Tanto da averlo inserito, assieme all’altro romeno-francese d’eccezione Ionesco, nel Cortile dei gentili, iniziativa lodevole quanto limitata di dialogo con i non credenti.

Recentemente su Avvenire è apparso un suo articolo sul Nostro che ripropongo volentieri ai lettori di Tutto Cioran.

Ringrazio Antonio Di Gennaro per la segnalazione.

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/cioran-ateo-credente-che-spiava-dio.aspx

Cioran ateo credente che spiava Dio

Vent’anni fa, il 20 giugno 1995, moriva a Parigi lo scrittore Emil Cioran. Sulle rive della Senna era approdato a 26 anni, nel 1937, dopo aver lasciato alle spalle la sua patria, la Romania, e la sua cittadina, Rasinari, un delizioso villaggio della Transilvania. Posto su un colle circondato da monti coperti di querce, faggi e pini, attraversato da un ruscello, pittoresco per il paesaggio, quel piccolo centro era marcato religiosamente da due chiese, l’una settecentesca, l’altra neoclassica dedicata alla Trinità, della quale era parroco suo padre. La lapidaria carta d’identità ideale di Cioran era, però, così scandita: «Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso».
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Emil Cioran inedito. Vivere contro l’evidenza

Sulla nota rivista Satisfiction il 02.09.2014 è comparsa una piccola recensione del libro curato da Antonio di Gennaro sull’intervista di Christian Bussy a Cioran, tradotta da Massimo Carloni.

Un inedito interessante, visto che si tratta, come ho avuto modo di indicare già su questo blog, della prima intervista televisiva di Cioran.

 

http://www.satisfiction.me/emil-cioran-inedito-vivere-contro-levidenza/

 

 

 

Altro che nichilista, il vero Emil era immanente

Il 19 febbraio 1973 Christian Bussy intervista Cioran per l’emittente televisiva RTBF. L’intervista viene trasmessa il 4 aprile dello stesso anno. In trenta minuti lo scrittore  passa in rassegna tutta la vertigine del suo pensiero, e soprattutto racconta con risposte fulminanti la sua idea di esistenza. Per la prima volta questo testo prezioso viene pubblicato in Italia. Vivere contro l’evidenza (a cura di Antonio Di Gennaro, traduzione di Massimo Carloni, La scuola di Pitagora editrice, euro 3, 50) mette a nudo, fino all’essenzialità più irriverente, un Cioran che non ha mai rinunciato a vedere le cose cosi come sono, nella loro intrinseca vacuità.
Fa bene Antonio Di Gennaro nella sua non prefazione a ricordare che Cioran è stato un pensatore autentico non allineato alle mode accademiche imperanti nella Parigi del Ventesimo secolo, uno “scrittore anti – scrittore” non inquadrato nelle correnti e nei filoni speculativi in voga nel secondo Novecento è per questo un maître à penser scomodo, sconosciuto (soprattutto nelle nostre facoltà di filosofia), tenuto ai margini  del circuito culturale ufficiale, relegato in una nicchia di cultori “sotterranei, in una cerchia ristretta di appassionati “fedeli”.
Anche in questa breve intervista, come nei suoi libri in frammenti, Cioran lucidamente ingiuria e pugnala il proprio tempo, Dio e la vita appellandosi sempre al cafard (lo stato in cui si esprime nel quotidiano la discordanza tra il mondo e se stessi: il disagio di una disparità senza scampo).
Un Cioran immanente si confessa a cuore aperto raccontando al suo interlocutore che scrive più che per debolezza, per miseria interiore. Addirittura per tracollo più che per debolezza. Smentendo categoricamente la sua appartenenza al nichilismo, l’autore di Sommario di decomposizione sostiene di non essere un negatore, perché la sua negazione non è astratta, quindi un esercizio. Cioran definisce il suo modo di negare viscerale, dunque è un’affermazione; è un’esplosione.
Questo è un passaggio fondamentale per comprendere tutta l’opera di Cioran. La sua riflessione va completamente sdoganata dal luogo comune del nichilismo.
Oltre a essere scritto in maniera evidente nei suoi libri, Cioran lo afferma senza veli anche in questa  suggestiva intervista. Quando egli dice apertamente che vivere è distruggersi, non per una mancanza , ma per una sorta di pienezza pericolosa.
«Vivere contro l’evidenza, ogni momento, diventa una sorta d’ eroismo» afferma Cioran alla fine della sua chiacchierata con Christian Bussy, invitando tutti a vedere le cose così come sono. In  certo senso questo rende la vita quasi insopportabile. Ma soltanto in questo modo è possibile attraversarla e la si può accettare nella consapevolezza che la nascita è una catastrofe anche se questa considerazione non implica un giudizio pessimista sulla vita, che si può sopportare anche con sentimento.
«Ebbene, ciò che intendevo dire con quella frase è che il fatto di vivere è una cosa talmente straordinaria, soprattutto quando si vedono le cose come sono, che questa vita totalmente disprezzata, diciamo a livello storico, appare straordinaria sul piano pratico.
Vivere contro l’evidenza, ogni momento, diventa una sorta d’eroismo».
Il nostro più sincero apprezzamento va a Antonio Di Gennaro, il curatore di questo importante libro inedito, che ci ha fatto conoscere questo testo prezioso e che soprattutto, attraverso le parole dello stesso Cioran, ha finalmente fugato ogni dubbio sulla sua appartenenza al nichilismo.
L’abisso personale dello scrittore rumeno si nutre di piccole gocce di felicità.  «Le mie negazioni somigliano a degli schiaffi, quindi sono affermazioni». Da questa  affermazione, oltre che dai suoi libri, si capisce che la definizione “nichilista” non si addice a Cioran, che invece era ossessionato dal nulla e dal vuoto che combatte con un’immanenza lucida di chi sa guardare e vedere le cose  così come sono.

Nicola Vacca

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CB: Dicono  che lei è nichilista è vero o falso?

EMC: Io non sono nichilista, non sono niente. Credo di avere degli accessi di nichilismo. Veda, è molto difficile da spiegare. Si può dire che Buddha sia nichilista? Non è possibile… È molto complicato…
Davvero, non vedo come rispondere a una tale domanda, rimanendo del tutto sincero. Di certo sono un negatore, tuttavia la mia negazione non è astratta, quindi un esercizio. È  una negazione viscerale, dunque, nonostante tutto, un ‘affermazione; è un’esplosione. Uno schiaffo è forse una negazione? Dare un ceffone…

CB:  è  un’ affermazione …

È  un affermazione, ma le mie negazioni somigliano a degli schiaffi, quindi sono affermazioni.
Tuttavia , non  mi ritraggo, non ho paura del mio nichilismo o pessimismo  o come vogliamo chiamarlo, veramente non importa, C’è il lato nichilista, ma non si tratta di questo, non credo sia importante.

CB: Cioran  lei ha scritto : « Solo  un mostro può permettersi il lusso di vedere le cose così come sono». Lei si ritiene più o meno mostruoso?

EMC : Probabilmente sì, poiché credo, effettivamente che vedere le cose così come sono, renda la vita quasi insopportabile. In tal senso, ho notato che tutte le persone che agiscono, possono farlo solo perché non vedono le cose così come sono. E io, perché ritengo di aver visto, diciamo in parte, le cose come sono, non ho potuto agire. Sono sempre rimasto ai margini degli atti. Quindi, è auspicabile per gli uomini vedere le cose  così come sono? Non so. Credo che le persone, generalmente, ne siano incapaci. Allora, è vero che solo un mostro può vedere le cose come sono, perché il mostro è uscito dall’umano.

Cioran, Al di là della filosofia

cover-cioran-al-di-lc3a0-della-filosofiaLeggo e volentieri segnalo una breve recensione di Paolinelli sul nuovo libro di Antonio Di Gennaro dedicato a Emil Cioran:

https://patriziopaolinelli.wordpress.com/2015/02/10/benjamin-fondane-e-cioran/

“Fondane era davvero… un guerriero. Era intellettualmente molto aggressivo, sempre contro o a favore di qualcosa […] Fondane aveva una presenza imponente, tutto si animava intorno a lui; eravamo molto lieti nel sentirlo parlare”. Questi e altri ricordi di Emil Cioran sulla figura dello scrittore moldavo scomparso nel 1944 sono oggi contenuti in un piccolo tascabile curato da Antonio Di Gennaro e intitolato: “Al di là della filosofia. Conversazioni su Benjamin Fondane”, (Mimesis Edizioni, 2014, 106 pagg., 6,90 euro).

Il volume raccoglie le interviste concesse da Emil Cioran a Leonard Schwartz (1986), Ricardo Nirenberg (1988), Arta Lucescu Boutcher (1992) e una breve lettera dello stesso Cioran alla moglie di Fondane, Geneviève Tissier. Lettera che ha un valore documentale e tratta quasi esclusivamente questioni editoriali relative alla pubblicazione del manoscritto di Fondane “Baudelaire e l’esperienza dell’abisso”. Così come in “Esercizi di ammirazione” anche in queste interviste Cioran parla ampiamente della personalità di Fondane tratteggiando il ritratto di un individuo tormentato, di un solitario che adorava parlare abbandonandosi a monologhi che a quanto pare incantavano gli ascoltatori (Cioran in testa), di un intellettuale che esercitava un’attrazione straordinaria confermata peraltro dal successo di cui godeva nella Francia degli anni ’30 (persino durante la guerra la libreria tedesca di boulevard Saint-Michel esponeva in vetrina libri di Fondane). A una richiesta di colloquio per discutere di Fondane così risponde Cioran: “Gentilissimo Sig. Nirenberg, La ringrazio per la sua lettera, ma ci tengo ad ogni modo a precisarle che conosco in maniera del tutto insufficiente il pensiero di Fondane. In compenso, potrei parlare dell’uomo e dell’essere di grande fascino che ho conosciuto”. E così sarà sia in quell’occasione che in altre.

Cioran vive il suo rapporto con Fondane come un’esperienza esistenziale e vede l’amico come un uomo in cui dimensione umana e ricerca intellettuale sono inseparabili. Coerenza ontologica che segna tragicamente la vita di Fondane: un ebreo che in piena occupazione nazista della Francia anziché nascondersi va a spasso per Parigi come se nulla fosse e per di più senza indossare la Stella di David; un uomo che può salvarsi dalla deportazione (in quanto sposato con un’ariana), e che invece segue ad Auschwitz la sorella maggiore, Lina, per non abbandonarla al suo destino. Cioran spiega la tragica decisione dell’amico in modi diversi: afferma che Fondane era in qualche modo attratto dal disastro, che era rassegnato alla fatalità, che aveva delle idee sbagliate sulla sua situazione di ebreo internato nel campo di Drancy (a pochi chilometri da Parigi) illudendosi di non essere deportato in Germania, infine, che non prese alcuna precauzione perché aveva superato la condizione umana.

Certo non è facile capire perché Fondane scelse di andare incontro a una simile sorte. Sicuramente le motivazioni addotte da Cioran vanno approfondite. E questo eventualmente sarà compito di chi vorrà occuparsene. “Al di là della filosofia” pone il problema. E non è un problema da poco. Così come aiuta a fare luce sulle affinità tra Cioran e Fondane. In entrambi insiste una concezione scettica dell’esistenza, il primato assoluto del soggetto sul mondo e la comune idea di superamento della filosofia. Opzioni che imparentano strettamente i due scrittori all’opera di Lev Isaakovič Šestov. E’ noto, per loro stessa ammissione, che entrambi erano intellettualmente debitori nei confronti del pensatore russo. Per quanto riguarda Fondane, Cioran è netto: “Šestov fu un grande evento della vita di Fondane. Attraverso Šestov, Fondane si convertì alla filosofia. Ma ciò che è straordinario è che il poeta ha cominciato dalla fine della filosofia. In altri termini Fondane era al di fuori e al di là della filosofia”. E Come Šestov, Fondane pensava infatti che i problemi autentici sfuggissero ai filosofi e che la verità andasse cercata nella letteratura anziché nella filosofia, tant’è che entrambi furono molto influenzati da Dostoevskij.

Tra i motivi per i quali Fondane tenta di andare al di là della filosofia c’è la sua insoddisfazione per i limiti del linguaggio. Cioran è ancora più radicale. Per lui la filosofia è una cosa futile: “Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima”. Riescono i due pensatori ad andare oltre la filosofia? No. Per il semplice motivo che un tale superamento non può avvenire a causa dei moti interiori o delle riflessioni di singoli intellettuali per quanto stimolanti e rivelatrici possano essere le loro idee. E tuttavia oggi il superamento della filosofia è in larga parte avvenuto. Ma non sono stati né Fondane né Cioran a determinarlo. La filosofia ha oggi un ruolo marginale nella sfera pubblica a causa dei processi che hanno condotto all’attuale assolutismo del mercato sulla società. In altre parole, il pensiero unico ha oscurato quelle forme di sapere che mettono in discussione lo status quo e che immaginano un mondo alternativo. Il ritorno di Fondane sulla scena editoriale dopo tanti anni di oblio, così come il successo commerciale di Cioran si spiegano all’interno dell’attuale congiuntura storica: dopo che il pensiero critico di matrice marxista è finito all’angolo, all’occidentale colto e magari insoddisfatto della propria vita ecco che l’industria culturale propone autori che non disturbano le scelte politico-economiche del neoliberismo.

Scelte responsabili del disagio materiale ed esistenziale di milioni di persone. Sia Fondane che Cioran basano il loro pensiero su un individualismo estremo e ipotizzano il disimpegno da azioni collettive per il cambiamento del mondo. Per loro la società quasi non esiste. Cosa potrebbero chiedere di meglio le élite dominanti? Tormentatevi pure fin che volete, sembra dire il potere economico. Tormentatevi così come ha fatto Cioran, che ha parlato di suicidio per tutta la vita (ed è morto a 84 anni in un letto d’ospedale). Fate del tragico l’oggetto della vostra ricerca esistenziale così come ha fatto a Fondane. Ma non disturbate i padroni del vapore.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 febbraio 2015.

Cioran e la filosofia (III) di Massimo Carloni

5177253822_a668b15f9aSu Filosofia e nuovi sentieri qualche giorno fa è stata pubblicata la terza parte dell’articolo di Massimo Carloni su Cioran e la filosofia.

L’articolo focalizza l’attenzione sul tema del dubbio e dello scetticismo, non mancando quindi di compulsare il “santo imperturbabile” dello scetticismo filosofico: Pirrone di Elide.

http://filosofiaenuovisentieri.it/2014/11/16/cioran-filosofia-iii-parte/

 

 

 

Segnalo i due articoli precedenti per chi non li avesse letti:

http://filosofiaenuovisentieri.it/2013/11/10/cioran-e-la-filosofia/

http://filosofiaenuovisentieri.it/2014/01/26/cioran-e-la-filosofia-ii/

 

Cioran e la filosofia (III)

16 novembre 2014

> di Massimo Carloni*

3. La passione dell’Insolubile

Skiās onar anthrōpos [1]

(PINDARO, Ode Pitica, VIII)

 

3.1 Il demone del dubbio

Cioran è stato un pensatore dalle molte anime, non sempre in armonia tra loro, è vero, anzi, spesso configgenti e contraddittorie, che nell’arco d’una vita si sono contese con alterne vicende il predominio di quella «piaga a nove fessure» che è stato – secondo una sua nota espressione [2] – il proprio corpo. Col passare degli anni, tuttavia, inizia a rendersi conto che le sue fluttuazioni intellettuali, non meno che la sua instabilità emotiva, sono nient’altro che un epifenomeno di quella fondamentale «intolleranza all’essere» [3], di quel disgusto innato per le evidenze – così come per tutto ciò che è definitivo, certo, conclamato – che scopre essere la sua natura più profonda. Non appena si appassiona a qualcosa o a qualcuno, sente subito un impulso irrefrenabile a confutarne le istanze, a polverizzarne le convinzioni, a demolirne la statua che ha appena eretto. Il demone del dubbio, insinuandosi ovunque, gli impedisce di aderire completamente ai suoi oggetti d’ammirazione, al punto che gli Esercizi omonimi, finiscono per tramutarsi in assassini più o meno mascherati.

In Cioran i vacillamenti dell’animo incominciano quindi a ruotare e ad organizzarsi attorno a un punto sempre più fermo e definito, che ne scandisce le evoluzioni e dove tutto, alla fine, ritorna. Questo buco nero, vero e proprio punto di attrazione e dissoluzione, è il suo fondo scettico: «Sia che mi attiri il buddhismo o il catarismo o qualsivoglia sistema o dogma, conservo un fondo di scetticismo che niente potrà mai intaccare e al quale ritorno sempre dopo ognuna delle mie infatuazioni. Sia esso congenito o acquisito, mi appare ad ogni modo come una certezza, anzi come una liberazione, quando ogni altra forma di salvezza sfuma o mi respinge» [4].

Lungi dall’essere una posa puramente intellettuale o un’opzione filosofica, lo scetticismo diventa una seconda natura che, al pari d’un virus o d’una droga, si sovrappone al normale funzionamento del suo organismo: «Dapprima strumento o metodo, lo scetticismo ha finito per istaurarsi in me, per diventare la mia fisiologia, il destino del mio corpo, il mio principio viscerale, il male di cui non so più né come guarire né come perire» [5]. A ben guardare il dubbio non si differenzia da una vera e propria passione, quantunque appartenga ad un genere del tutto particolare, poiché, privo com’è d’oggetto, si nutre esclusivamente dei propri interrogativi e delle proprie incertezze, diventando in un certo senso fine a se stesso. Una «passione dell’insolubile» appunto, che, in quanto tale, scalza tutte le altre, proprio perché, a differenza loro, si pone al riparo da qualsivoglia delusione.

Riguardo agli accessi di furore e disperazione che lo tormentavano in gioventù, lo scetticismo ha avuto su Cioran l’effetto d’un tranquillante, uccidendo in lui il mostro, «la bestia da preda» [6]. Proclamando a chiare lettere l’indeterminatezza ultima di ogni fenomeno, il dubbio svuota le cose del loro statuto ontologico, spogliandole di ogni significato (morale, estetico, ecc.) su cui le passioni possono attecchire. «Poiché solo il dubbio può liberarci, ed allontanarci dai nostri attaccamenti. Ciò che per il comune mortale è una condizione appena tollerabile, quasi un incubo, per lo scettico è un modo di perfezione, in ogni caso un compimento, uno stato positivo. (Lo scetticismo o la salvezza attraverso il dubbio)» [7].

3.2 Un santo imperturbabile

Sebbene l’uomo navighi da sempre nell’Insolubile, tuttavia il dubbio non diventò mai un caso filosofico, fintanto non s’incarnò nella figura di Pirrone di Elide (ca. 360-270 a.C.) – patrono degli scettici, profeta dell’aporia, esempio inarrivabile d’indifferenza e d’imperturbabilità. Cioran non esita a collocarlo accanto al Buddha, come uno dei suoi personali maestri [8].

Le testimonianze sul suo conto appaiono frammentarie, di certo è che non scrisse nulla – e ciò è un punto a suo favore – e che, dopo essersi esercitato in gioventù nella pittura e negli studi letterari, partecipò, al seguito del filosofo Anassarco di Abdera, alla spedizione in India di Alessandro il macedone. Durante i viaggi in Oriente entrò in contatto con i gimnosofisti e i brahamani, ammirandone le pratiche ascetiche con cui dominavano le affezioni corporali. In tali occasioni, verosimilmente, assistette al sacrificio volontario di Calano, un samnyasin indiano aggregatosi alla spedizione, il quale, tormentato da lancinanti dolori al ventre, fece erigere un pira e, dopo le preghiere e le libagioni funebri di rito, vi s’immolò senza un lamento, impassibile, secondo le usanze del suo paese [9].

Alla morte d’Alessandro, Pirrone fece ritorno in patria, dove condusse un’esistenza modesta e solitaria accanto alla sorella, aiutandola persino nelle più umili faccende domestiche. Pur disdegnando di partecipare alla vita politica, l’atteggiamento irreprensibile gli valse comunque la stima e la considerazione dei suoi concittadini, che lo nominarono gran sacerdote, esentando, grazie a lui, tutti i filosofi dal pagamento delle tasse. Visse fino a novant’anni. Dopo la morte in suo onore fu elevata una statua nell’agorà, ancora ammirata ai tempi di Pausania.

L’assimilazione delle dottrine indiane dovette in qualche modo rafforzare in Pirrone l’indole scettica, se è vero che, come afferma Diogene Laerzio «Pirrone diceva che niente è bello né brutto, niente è giusto né ingiusto, e similmente applicava a tutte le cose il principio che nulla esiste in verità e sosteneva che tutto ciò che gli uomini fanno accade per convenzione e per abitudine, e che ogni cosa non è più questo che quello» [10]. Quanto alla sua filosofia, dobbiamo giocoforza risalire alle testimonianze dei discepoli, in particolare a Timone di Fliunte (ca. 320-230 a.C.), il quale compendia così il pensiero del maestro:«Colui che vuole essere felice deve guardare a queste tre cose: in primo luogo, come sono per natura le cose; in secondo luogo, quale deve essere la nostra disposizione verso di esse; infine, che cosa ce ne verrà, comportandoci così. Egli dice che Pirrone mostra che le cose sono egualmente senza differenze, senza stabilità, indiscriminate; perciò né le nostre sensazioni né le nostre opinioni sono vere o false. Non bisogna quindi dar loro fiducia, ma essere senza opinioni, senza inclinazioni, senza scosse, su ogni cosa dicendo: ‘ è non più che non è ’, oppure ‘ e è e non è ‘ oppure ‘ né è, né non è ‘. A coloro che si troveranno in questa disposizione, Timone dice che deriverà per prima cosa l’afasia, poi l’imperturbabilità» [11].

Il fatto che le cose siano tra loro senza differenze (adiaforìa), è dovuto a tre ordini di fattori. Innanzitutto, essendo per natura mutevoli e instabili (astàthmeta), esse sono oggettivamente prive d’una essenza propria, come già avevano rilevato Eraclito e Democrito. In secondo luogo, sembra impossibile distinguere e isolare un fenomeno dalle circostanze ambientali che ne determinano l’apparire, da qui il carattere indiscriminato (anepìcrita) del loro essere. Oltre a questi condizionamenti, per così dire oggettivi, – che di per se basterebbero già a giustificare l’inconoscibilità (acatalessia) del mondo – non è da sottovalutare la disposizione del soggetto percepente, che filtra in maniera decisiva le modalità attraverso cui le cose si manifestano [12]. Diretta conseguenza della confusione ontologica è, per i pirroniani, il pessimismo gnoseologico, poiché dall’incertezza circa la natura intrinseca delle cose, deriva l’impossibilità di avere nei loro riguardi sensazioni univoche, nonché di esprimere giudizi che possano essere considerati veri o falsi in senso assoluto.

Dai tre caratteri oggettivi discendono i tre atteggiamenti soggettivi raccomandati da Pirrone per evitare di essere risucchiati nel gorgo delle giudizi fallaci. Essere senza opinioni di sorta (adoxàstos); conservare uno stato d’equilibrio senza inclinare né da una parte né dall’altra (aclineis); mantenersi saldi, senza scosse (acradàntos) dinanzi agli avvenimenti. Se non ci si attiene a questi consigli e, nonostante tutto, ci si ostina a dogmatizzare, a voler a tutti i costi dire la propria, si aggiunge all’indeterminatezza oggettiva del mondo, anche la gazzarra delle opinioni, lo starnazzare dei punti di vista, alimentando così la confusione universale. A questo proposito Pirrone, citando Omero, paragonava l’instabilità delle umane opinioni al movimento disordinato delle mosche, delle vespe e degli uccelli. Cioran lo segue a ruota quando sostiene che «ogni opinione non è che un punto di vista folle sulla realtà» [13].

Ad ogni modo, se tale è la nostra condizione, occorre fare un passo indietro e sospendere il giudizio (epoché) sulla natura ultima delle cose, limitandosi a constatare le apparenze, come fa Timone nello scritto Sulle sensazioni: «Che il miele è dolce non lo affermo, ma che appare tale, lo concedo» [14]. Il problema, infatti, non è tanto nel modo in cui i fenomeni ci si presentano, quanto nel giudizio che inferiamo su di essi, quando, dal loro contingente manifestarsi, cerchiamo di ricavare una struttura ontologica del mondo denominata realtà, fatta di essenze e forme relativamente stabili, o comunque prevedibili nel loro divenire. Lo scettico s’insinua proprio in quell’interstizio, nell’indebito passaggio dall’apparenza all’essenza – tallone d’Achille d’ogni epistemologia – contestando che dall’una si possa, attraverso un procedimento induttivo, determinare l’altra.

Forte delle sue aporie, lo scettico riveste l’ingrato ruolo di guastafeste, di colui che, a suon di scomodi interrogativi, rovina il gran galà della conoscenza. «Ou mallòn», non più-questo-che-quello, è la sua litania, il suo «refrain corrosivo», con il quale si sottrae alla necessità dogmatica di affermare o di negare alcunché, mantenendo, quindi, una posizione d’equilibrio (arressia). Quando gli si obbietta che così dicendo afferma comunque una posizione, egli risponde che non è così, poiché essa non ha valore di principio, ma è solo uno strumento dialettico attraverso cui si propone di confutare le tesi avversarie, dimostrandone l’infondatezza. Al pari d’un purgante, tale farmaco verrà esso stesso evacuato dal corpo, insieme alla malattia (dogma) che si proponeva di debellare [15].

Il valore strumentale della parola è confermato dal fatto che uno degli approdi naturali del pirronismo è proprio l’afasia, il non dire nulla. Tale risultato, tuttavia, non va inteso in senso assoluto, quasi si trattasse di un ingiunzione al mutismo, ma va considerato come un esito filosofico, l’unico atteggiamento umano possibile di fronte alla indifferenziazione ultima della realtà. La diffidenza dello scettico nei confronti della parola, deriva dall’essere quest’ultima un veicolo di confusione e d’errore. Una volta affibbiato un nome, diventa difficile persuadersi poi che dietro ad esso non si nasconda quantomeno un simulacro d’essere, uno straccio di sostanza, ed è oltremodo spiacevole accettare che questa presunta entità debba prima o poi separarsi da noi, dissolversi nell’anonimato dell’elementare. La credenza nella parola è all’origine della maggior parte dei nostri abbagli ontologici e degli attaccamenti che ne derivano. Affrancarsi dal suo giogo, scioglierne gli incantesimi, svelando il vuoto che nasconde, vuol dire emanciparsi per sempre dalle opinioni, e approdare a quel «chiaroscuro dello spirito» [16] in cui il mondo, fluido e scolorito d’essenze, non suscita in noi più alcun turbamento (atarassia), né patimento (apatheia).

«Poiché sono le parole che ci legano alle cose, non ci si potrebbe staccare da queste senza rompere prima di tutto con quelle. Colui che fa affidamento sulle parole, fosse pure maturo per tutte le saggezze, resta nella schiavitù e nell’ignoranza. S’avvicina, al contrario, alla liberazione chiunque si ribelli contro di esse o se ne distolga con orrore […] la filosofia, lungi dall’eliminare l’inessenziale, l’assume e vi si compiace: tutti gli sforzi che dispiega non tendono forse ad impedirci di percepire la duplice nullità della parola e del mondo?” […] Per poco che si subisca la tentazione dello scetticismo, l’esasperazione provata verso il linguaggio utilitario si attenua e si converte alla lunga in accettazione: ci si rassegna e lo si ammette. Poiché non vi è più sostanza nelle cose che nelle parole, ci si accomoda nella loro improbabilità, e, vuoi per maturità, vuoi per stanchezza, si rinuncia ad intervenire nella vita del Verbo: a che pro attribuirgli un supplemento di senso, violentarlo o rinnovarlo, dal momento che se ne è svelata la nullità? Lo scetticismo: sorriso che sovrasta le parole…» [17].

Ma è possibile vivere in uno stato di totale indifferenza nei confronti del mondo che ci circonda, benché indistinto e costellato ormai di apparenze che si equivalgono, tra cui è inutile scegliere? Come si comportava a questo proposito Pirrone? Il suo stile di vita, stando a quanto riferisce Diogene Laerzio, fu lo svolgimento pratico della sua filosofia [18]. Le testimonianze sono concordi nel dipingerlo come assolutamente incurante dei pericoli e poco propenso a sottomettersi al dispotismo dei sensi. Così, spettava agli amici sottrarlo dai carri, salvarlo dai precipizi e dagli animali. Fu proprio di fronte a un cane particolarmente rabbioso e poco incline, evidentemente, alle sottigliezze filosofiche, che Pirrone venne meno la sua proverbiale imperturbabilità. A chi lo dileggiava per questo, replicò che «era difficile deporre completamente l’umana debolezza, soggiungendo che contro le cose bisogna, in primo luogo, se è possibile, lottare con i fatti, se non è possibile, con la ragione» [19]. In altre occasioni, tuttavia, diede prova del proprio formidabile autocontrollo, come quando lasciò il maestro Anassarco – che in seguito lo lodò per questo – nel pantano in cui era caduto, proseguendo tranquillamente per la sua strada. Impressionante, del resto, fu la sua impassibilità dimostrata in occasione di tagli e cauterizzazioni chirurgiche particolarmente dolorose. Si narra che durante una tempesta in mare, allorché l’equipaggio della nave fu colto dal panico, egli rimase assolutamente imperturbabile, additando come esempio di saggezza un maialino che se ne stava tranquillamente in un angolo a mangiare.

«La sospensione del giudizio – osserva Cioran – rappresenta il corrispondente filosofico dell’irresolutezza, l’espressione a cui si ricorre per formulare una volontà impropria ad optare per qualcos’altro da un’assenza che escluda ogni scala di valori ed ogni criterio cogente. Un passo in più, e a questa assenza se ne aggiunge un’altra: quella delle sensazioni. Una volta sospesa l’attività dello spirito, perché non sospendere quella dei sensi, anzi quella del sangue ? Niente più oggetti, niente più ostacoli né scelte da schivare o da affrontare; ugualmente sottratti alla schiavitù della percezione e dell’atto, l’io, trionfante delle sue funzioni, si riduce ad un punto di coscienza, proiettato nell’indefinito, fuori dal tempo […] Il dubbio non oltrepassa mai il Rubiconde, non oltrepassa mai nulla; il suo compimento logico è l’inazione assoluta – estremo concepibile in astratto, ma inaccessibile in pratica. Di tutti gli scettici, solo Pirrone vi si è veramente avvicinato; gli altri ci hanno provato con alterne fortune» [20].

Se dal punto di vista teorico il realismo appare vulnerabile alle critiche scettiche, sul piano pratico risulta più forte e soprattutto più efficace del suo avversario, contro il quale sembrano congiurare i riflessi, più o meno condizionati, dei nostri pregiudizi, per non dire dei nostri istinti. Dal momento che agiamo, siamo tutti, più o meno consapevolmente, delle macchine dogmatiche ambulanti: giudichiamo, soppesiamo, opiniamo ad ogni piè sospinto, prima ancora di chiederci se le nostre posizioni abbiano o no qualche fondamento. Per agire non occorre aver risolto in anticipo il problema filosofico sulla natura delle cose, ma è sufficiente essere animati dal pregiudizio ontologico formulato da Keats: «Dopotutto, c’è sicuramente qualcosa di reale in questo mondo» [21], il resto, poi, viene da sé. Il rapporto che intratteniamo quotidianamente con il mondo che ci circonda non è quasi mai di tipo conoscitivo, ma essenzialmente emotivo ed abitudinario, fatto di attrazioni e repulsioni tanto viscerali quanto convenzionali, a cui, tuttavia, attribuiamo un valore universale. Le nostre sconsiderate scelte, frutto di una percezione approssimata e grossolana della realtà, tradiscono sempre una natura barbarica, al cui confronto lo scettico appare come «uno squilibrato per eccesso di rigore, come un lunatico per inattitudine a divagare» [22].

In fondo, lo scettico è l’uomo più normale e probo che esista – «sul piano filosofico, nessuno è più onesto di lui» [23] nota Cioran – d’altronde basta scorrere la vita di Pirrone per convincersene. O meglio: egli è, in un certo senso, la prefigurazione di ciò che l’umanità avrebbe potuto essere se, in seguito alla caduta, non si fosse incaponita sulla via nefasta della conoscenza e della storia. La sua condizione d’imperturbabile chiaroveggenza, che dovrebbe essere un prerogativa comune a tutti gli uomini, fa di Pirrone una sorta di mostro, di santo filosofico, l’unico desto in un mondo di sonnambuli.

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3.3 Verso un’etica scettica

Pur non raggiungendo le vette pirroniane dell’atarassia, lo scetticismo merita comunque d’essere praticato, poiché, anche se assunto a piccole dosi, non mancherà di produrre i suoi effetti liberatori, soprattutto in quelle anime disincantate che, emancipatesi da tutto, continuano a trascinarsi nei bassifondi d’un universo altrettanto evanescente di loro. Flirtare con le apparenze senza sposarle, abbracciare chiunque senza il minimo coinvolgimento emotivo, ecco cosa hanno in comune, secondo Cioran, la più nobile delle filosofie e la più antica delle professioni.

«Il filosofo, nauseato dai sistemi e dalle superstizioni, ma ancora perseverante sulle strade del mondo, dovrebbe imitare il pirronismo da marciapiede di cui fa bella mostra la creatura meno dogmatica: la prostituta. Distaccata da tutto e aperta a tutto; che sposa l’umore e le idee del cliente; che cambia di tono e d’aspetto ad ogni occasione; che è pronta ad essere triste o gaia, pur rimanendo indifferente; che prodiga sospiri a scopo commerciale; che rivolge ai trastulli sinceri del suo avvinghiato vicino uno sguardo illuminato e falso – propone allo spirito un modello di comportamento che rivaleggia con quello dei saggi. Essere senza convinzioni nei confronti degli uomini e di se stessi, questo è l’alto insegnamento della prostituzione, accademia ambulante di lucidità, ai margini della società come della filosofia. “Tutto ciò che so, l’ho appreso alla scuola delle donne di strada” dovrebbe esclamare il pensatore che accetta tutto e rifiuta tutto, quando, sul loro esempio, si è specializzato nel sorriso stanco, quando gli uomini ormai non sono per lui che dei clienti, e i marciapiedi del mondo il mercato dove svende la sua amarezza, come le sue compagne, i loro corpi» [24].

Nel prefigurare un’agire privo di scopi, spassionato, al di là di ogni riuscita, l’etica scettica presenta sorprendenti analogie con la dottrina del «distacco dal frutto dell’atto» (sarvakarmaphalatyâga), così come formulata nel quarto canto della Bhagavadgītā [25], confermando in tal senso le contaminazioni indiane di Pirrone. Commentando questa dottrina Cioran sottolinea: «colui che ne fosse veramente contaminato non avrebbe più niente da compiere, poiché sarebbe pervenuto al solo limite che conta, alla verità vera, che annulla tutte le altre, denunciate come vuote, d’altronde vuota essa stessa – ma è una vacuità cosciente di sé. Immaginate una presa di coscienza supplementare, un passo ancora verso il risveglio, e colui che lo effettuerà non sarà più che un fantasma» [26]. A dimostrazione di ciò, Cioran farà di nuovo ricorso alla figura del fantasma per descrivere questa volta il comportamento profondamente superficiale dello scettico, il quale, come un danzatore, si muove tra i fenomeni con passo leggiadro ed equilibrato, appoggiandovisi quel tanto che basta per librarsi di nuovo in volo, conservando sempre la naturalezza e la grazia del gesto.

«Se lo scettico, al limite, ammette che la verità esiste, lascerà agli ingenui l’illusione di credere di possederla un giorno. Quanto a me, dichiara, mi limito alle apparenze, le constato e non vi aderisco che nella misura in cui, quale essere vivente, non posso fare altrimenti. Agisco come tutti gli altri, eseguo i loro stessi atti ma non mi confondo né con le mie parole né con i miei gesti, m’inchino davanti ai costumi e alle leggi, faccio finta di condividere le convinzioni, cioè le fissazioni, dei miei concittadini, ben sapendo che in ultima analisi sono tanto poco reale quanto loro. Chi è dunque lo scettico ? – Un fantasma … conformista» [27].

Diversamente dalle filosofie orientali lo scetticismo, privo com’è d’una visione metafisica della realtà, non mira ad una liberazione trascendente da questo mondo, ma semplicemente ad una felicità umana in questo mondo. Su questo punto, perlomeno, si allontana dalle coeve filosofie ellenistiche, poiché, sospendendo il giudizio sulla natura ultima del bene e del male, evita i dogmatismi e le contraddizioni in cui si dibattono le varie scuole. La felicità arriverà da sé, quasi per caso (tychicos), – afferma Sesto Empirico sulla scorta di Pirrone – una volta che ci saremo definitivamente liberati dall’ansia (taraché) di cercarla, evitando di ingabbiarla in una definizione o di farla coincidere con qualche bene determinato. Essa ci sorprenderà alle spalle, seguendo come un’ombra l’Imperturbabilità (atarassia). Qualcosa di simile accadde al pittore Apelle, il quale, in preda alla disperazione per non riuscire a ritrarre la schiuma d’un cavallo, vi riuscì proprio quando, deciso ormai a rinunciarvi, lanciò indispettito la spugna contro il dipinto [28].

Per una bizzarra congiunzione astrale, capita a volte alla filosofia di partorire dal suo stesso grembo quei pensatori che, dopo averne ufficiato le esequie, saranno preposti ad affossarla, decretando così la sua rovina. Sì perché lo scetticismo, come ogni saggezza che si rispetti, segna allo stesso tempo il fine e la fine della filosofia. «Scuola di discrezione» [29]«esercizio di defascinazione» [30], «fede degli intelletti ondeggianti» [31], lo scetticismo appare un elegante invito al pudore di fronte alle profanazioni sacrileghe della conoscenza, visto che ci troviamo «in un ambito in cui, l’insolubile è di rigore, anche l’umiltà dovrebbe esserlo» [32]. Esso rappresenta «il coraggio supremo della filosofia» [33],l’unico modo – insieme alla mistica – di sfuggire alla mediocrità e alla ovvietà delle sue risposte, in grado di reintegrare l’uomo in quello stupore primitivo «di fronte al vuoto dei problemi e delle cose» [34], nella serena contemplazione dell’insondabile.

«Si dovrebbe filosofare come se la ‘filosofia’ non esistesse, come un troglodita abbagliato o sbigottito dalla sfilata dei flagelli che si svolgono sotto i suoi occhi» [35].

Non potendo mai assurgere ad oggetto di culto o fomentare qualche movimento politico, lo scetticismo, naturaliter, non avrà mai una diffusione di massa. Senza articoli di fede né visioni del mondo da sottoscrivere, come potrebbe infeudare le coscienze e presentarsi quale ricettacolo delle umane illusioni ? Del resto, si sono mai innalzati patiboli in nome dell’aporia? Si è mai condannato qualcuno al rogo in base alla sospensione del giudizio (epoché)? In assenza di dogmi non sorgono né ortodossie né tanto meno eresie. Quale autocrate o pontefice, nell’arte di governare gli uomini, potrà mai ricavare le proprie massime da Pirrone o Enesidemo? D’altronde non si esorta alla necessità d’una guerra, né alla santità d’una crociata, facendo leva sull’imperturbabilità dell’anima; il sangue non scorre sull’altare dell’apatia. Quale tribuno istigherà mai la plebe verso la rivoluzione, partendo dall’indifferenza sostanziale delle cose ?

Già, è un vero «peccato che lo scetticismo non possa essere una religione» [36]!

NOTE:

[1]«Sogno di un’ombra è l’uomo».

[2] Cit. Syllogismes de l’amertume, in Œuvres, Paris, Gallimard, coll. « Quarto », 1995 p. 752. L’espressione è presa a prestito dalla Bhagavadgītā. Tutti i riferimenti alle opere di Cioran sono tratti dall’edizione Œuvres, Paris, Gallimard, coll. « Quarto », 1995, salvo dove diversamente riportato. Le traduzioni dal francese sono dell’Autore.  

[3] La chute dans le temps, p. 1099.

[4] Le mauvais démiurge, p. 1249.

[5] La tentation d’exister, p. 885.

[6] E. M. Cioran, Cahiers 1957-1972, Éditions Gallimard, 1997, p. 475.

[7] Ivi, p. 378.

[8] «Mi domandano: voi avete subito l’influenza di X e di Y? – No. Non ho avuto che due maestri: il Buddha e Pirrone», op. cit., Ivi, p. 529.

[9] Cfr. Plutarco, Vita di Alessandro, 69.

[10] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, 379.

[11] Il brano è di Aristocle di Messene riportato da Eusebio nella sua Preparazione evangelica, cit. in Fernanda Decleva Caizzi, Pirrone. Testimonianze, Bibliopolis, Napoli, 1981, p. 104.

[12] Sugli aspetti soggettivi ed oggettivi della conoscenza si sono soffermati in modo particolare Enesidemo e i neo-pirroniani successivi, elaborando una serie di tropi, una sorta di casistica dell’insolubile, raggruppati in base alle differenze tra gli esseri viventi, ai caratteri e alle disposizioni individuali, alle leggi e alle consuetudini, alla relatività, ecc., che inducono impressioni e giudizi contrastanti circa la natura dei fenomeni.

[13] Écartèlement, p. 1452.

[14] Cit. in Maria Lorenza Chiesara, Storia dello scetticismo greco, Einaudi, Torino, 2003, p. 34.

[15] «E per quel che riguarda la sentenza “Nulla io definisco” e simili, esse non hanno per noi valore dogmatico e non sono per nulla uguali alle affermazioni del tipo “il mondo è sferico”. Questa ultima affermazione presume di determinare ciò che è incerto e oscuro; i nostri modi di dire sono delle pure e semplici ammissioni. Quando diciamo di non definire nulla, neppure questo definiamo», cit. in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, a cura di M. Gigante, Tea, Milano, 1991, p. 394-395.

[16] Des larmes et des saints, p. 305.

[17] La tentation d’exister, pp. 937, 943-944.

[18] Vite dei filosofi, p. 379. Gli episodi che seguono sono tratti dalla Vita di Pirrone dello stesso Laerzio.

[19] Vite dei filosofi, p. 381.

[20] La chute dans le temps, pp. 1100-1101.

[21] Op. cit., Ibidem. «Ho un bel dichiarare che l’essere stesso è un pregiudizio,questo pregiudizio, più vecchio di noi, è precedente all’uomo e alla vita, resiste ai nostri attacchi, fa a meno di ragionamenti e di prove, poiché tanto quanto tutto ciò che esiste, si manifesta e dura, s’appoggia sull’indimostrabile e l’inverificabile. Chiunque non faccia proprie le parole di Keats [citate sopra] si colloca per sempre al di fuori degli atti».

[22] Ibidem.

[23] Ibidem.

[24] Philosophie et prostitution, in Précis de décomposition, pp. 651-652.

[25] «Le mie azioni non mi contaminano, [perché] non desidero il loro frutto […] Quegli tutte le imprese del quale sono affrancate dal desiderio e da progetti [interessati], è lui che chiama saggio la gente avveduta, quegli il cui agire è bruciato dal fuoco della conoscenza. Abbandonando ogni attaccamento al frutto dell’atto, eternamente soddisfatto, non cercando alcun appoggio [esterno], anche se si impegna nell’azione, non ‘fa’ assolutamente nulla. Non domandando né aspettando nulla, padrone della propria mente e di tutta la propria persona, poiché ha rinunciato a ogni appropriazione e non compie atti se non corporalmente, non cade in errore alcuno. Soddisfatto di quanto riceve per caso, avendo superato le coppie dei contrari, esente da egoismo, sempre uguale nel successo come nell’insuccesso, anche se agisce non è legato. Quando ogni attaccamento se ne è andato, ed egli è affrancato da ogni legame, e la sua mente è stabilita nella conoscenza [liberatrice] ed egli agisce in vista soltanto del sacrificio, tutto intero il suo atto si dissolve», cit. in Bhagavadgītā, a cura di Anne Marie Esnoul, Adelphi, Milano, 1996, pp. 63-64.

[26] Écartèlement, p. 1410.

[27] Ivi, p. 1480.

[28] cfr. Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, trad. O. Tescari, Laterza, Bari, 1926, lib. I, 12, p. 15.

[29] Aveux et anathèmes, p. 1717.

[30] Le mauvais démiurge, p. 1249.

[31] Ivi, p. 1253.

[32] Ivi, p. 1374.

[33] Des larmes et des saints, p. 299.

[34] Ivi, p. 300.

[35] Le mauvais démiurge, p. 1258.

[36] Cahiers 1957-1972, p. 250.

Massimo Carloni, studi in scienze politiche e filosofia all’Università di Urbino. Ha dedicato diversi studi a Cioran, pubblicati in volumi collettanei e in riviste internazionali. Ha realizzato il progetto editoriale per la traduzione italiana del libro di Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (éd. l’Orecchio di Van Gogh, 2009). Libri di prossima pubblicazione: edizione italiana delle lettere di Cioran al fratello (con H.- C. Cicortaş, Archinto, Milano, 2014), a Wolfgang Kraus (con Pierpaolo Trillini, Bietti, Milano, 2014), e la corrispondenza Eliade-Cioran (con H.- C. Cicortaş, 2015).

Tempo e destino al San Raffaele – Milano

Incontro Rubinelli-Tempo e destino 21-11-14Segnalo volentieri la presentazione del libro di Renzo RubinelliTempo e destino nel pensiero di E.M. Cioran” (Aracne Editrice, 2014) domani 21 novembre 2014 all’Università San Raffaele di Segrate-Milano dalle ore 14 alle ore 16.00.

Sarà presente l’autore che, come molti sanno, ha conosciuto personalmente Cioran (nel corso di una visita ai suoi luoghi d’infanzia in Romania) ed era amico del fratello del filosofo, Aurel.

La sua tesi di laurea, da cui il libro trae molta ispirazione, è una delle prime in Italia su Cioran, allora praticamente sconosciuto.

E’ in ogni caso ancora più che attuale nei contenuti, con taglio filosofico ed elementi inediti, e con un’ottima bibliografia per la gioia degli accademici.

Una lettura godibile che non può mancare a chi è interessato a conoscere o approfondire il pensiero del filosofo romeno.

 

http://www.unisr.it/view.asp?id=9765

 

 

 

 

Il carteggio tra Cioran e Wolfgang Kraus

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Di seguito una recente recensione di Giovanni Sessa al libro curato da Massimo Carloni: “Cioran e l’agonia dell’Occidente“, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Bietti.

Si tratta di un ricco carteggio tra Emil Cioran e Wolfgang Kraus, ritrovato per caso, di cui avrò modo di riparlare prossimamente.

Il titolo in qualche modo fa riferimento a un altro libro scritto da un autore ben conosciuto da Cioran ovvero Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

Un passaggio – quello che va dal tramonto all’agonia – tipicamente cioraniano.

Un’altra interessante recensione del libro si può trovare sul sito della rivista culturale Orizzonti culturali:

http://www.orizonturiculturale.ro/it_recensioni_Massimo-Carloni.html

 

IL CARTEGGIO CON W. KRAUS

Cioran e l’agonia dell’Occidente

Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo

di Giovanni Sessa

Pochi intellettuali sono riusciti a sviluppare una lucida capacità diagnostica sul corso della storia  europea, quanto Emil Cioran. I lettori abituali delle sue pagine lo sanno bene. Esse sono eleganti sotto il profilo stilistico, scritte per lo più nella lingua d’adozione, un francese terso ed evocativo, e provocatorie nei contenuti. Una recente pubblicazione dimostra, al contrario, come l’esule romeno fosse abile anche nello scrivere in tedesco. E’ da poco nelle librerie, per la prima volta in italiano, il volume L’agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus, edito nella collana Archeometro dalla Bietti (euro 24,00; per ordini: 02/29528929). Il volume raccoglie 158 lettere di Cioran a Wolfgang Kraus, filosofo della cultura austriaco che lavorò per diverse case editrici, 5 missive dello stesso allo scrittore transilvano, due lettere della compagna di Cioran, l’anglista Simone Boué e ben 111 brani tratti dal Diario di Kraus che si riferiscano all’autore di Storia e utopia.

     Il testo, si diceva, nell’originale è stato scritto in tedesco: non casualmente, in quanto Cioran si definiva “ultimo cittadino di Cacania” e aveva iniziato a confrontarsi con la lingua di Goethe, a  Sibiu. Massimo Carloni ricorda in prefazione il tema che attraversa l’intero carteggio: la Finis Europae. Cioran ebbe contezza, fin dalla giovinezza, dell’impossibilità per l’uomo contemporaneo di sottrarsi alla decadenza. Lo attestano le pagine di “Trasfigurazione della Romania”, non ancora pubblicata in italiano (lo farà presto la benemerita Bietti!), dalle quali si rivolse al proprio popolo per incitarlo ad affrancarsi dalle miserie spirituali e per indurlo a porsi lungo le strade della Grande storia. Inascoltato, lasciò il paese recandosi a Parigi. Da allora si fece latore dell’apoteosi dell’invano in ogni suo scritto, oltre che nella vita quotidiana. Paradigma esistenziale della sua scelta può essere considerata la Principessa Sissì d’Austria che, dietro le apparenze formali, celava un profondo senso di disinganno nei confronti del mondo e della storia, tanto che la sua vita, ricorda la caustica penna cioraniana, fu “un raro esempio di diserzione” (p. 23).  E’ questo il tratto essenziale del pensiero di Cioran che bisogna aver presente al fine di contestualizzare l’incontro con Wolfgang Kraus. Questi allora lavorava per la casa editrice Europa di Vienna, per la quale uscì Il Demiurgo funesto dello scrittore romeno. Ne seguì un’amicizia durata tutta la vita, scandita dall’enorme carteggio di cui si discute.

    Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo. In realtà, Cioran fu in contatto con le intelligenze più vivaci del Novecento e se a volte poteva essere infastidito all’invadenza altrui, avvertiva, altresì, un estremo bisogno di comunicazione con chi sentiva simile. Dalle lettere, infatti, emergono una serie di giudizi e opinioni, espressi dai due pensatori, in merito ad intellettuali di grande spessore: da Eliade a Canetti, da Noica a Celan, da Sontag a Klages. L’epistolario può così essere considerato valido ausilio per la comprensione della storia della cultura del Novecento.

   Sia Kraus che Cioran sapevano che la crisi europea era il risultato dell’inaridimento della vita spirituale, del trionfo nel quotidiano degli uomini della vana ricerca del profitto e dell’ingordigia economica. Tutto omologato, pianificato, al punto da rendere la libertà e la felicità, percepibili e comprensibili soltanto per via negativa. I due corrispondenti spiegano anche il successo politico del comunismo in Occidente, in particolare tra gli intellettuali, grazie al: “…fascino del terrore in un mondo vuoto” (p. 25). Inani, nelle analisi dei due, risultano essere i progetti delle sinistre e delle destre di quegli anni, tese a contendersi successi elettorali in nome di obiettivi semplicemente amministrativi: si evince, in particolare nelle parole di Cioran, come egli, già negli anni Settanta, fosse avvertito della lenta trasformazione che il sistema liberal-democratico stava vivendo e che annunciava il Nuovo Regime, la governance. In essa la politica è diventata il mezzo di un altro mezzo, la finanza.

    Il tratto profetico delle esegesi cioraniane si rileva anche in un diverso ambito. Mentre analizza il pericolo sovietico, vissuto dal romeno come un vero dramma epocale, e riconoscendo, in questo contesto, che l’Europa aveva perso la fede nei valori che l’avevano nei secoli resa grande, profetizza un ruolo di grandezza alla Russia anche dopo il disfacimento dell’Urss. Riconosce il ruolo che i popoli periferici, in particolare gli arabi, potrebbero svolgere nella storia futura e, al contempo, rileva la crisi dellaleadershipinternazionale degli USA. I due intellettuali, nonostante queste convergenze diagnostiche, divergono e in modo netto, in merito alla terapia. Obiettivo di Kraus è quello di rendere l’azione politica capace di trasformare la civilizzazione moderna in una nuova Kultur. In questi stessi termini, il filosofo interpreta il suo lavoro intellettuale, quale contributo alla preparazione di un possibile Nuovo Inizio. Cioran, invece, legge gli eventi storici   sovrastati dal destino morfologico di ascesa ed inevitabile caduta. La decadenza europea va accettata, non può essere fermata in quanto, avendo fatta propria la lezione spengleriana. riteneva che la civilizzazione seguisse necessariamente, inevitabilmente, alla civiltà.

    Del resto, scrisse al riguardo: “Il vuoto dell’Europa dà la vertigine…è presente in me; e la sua presenza mi lega all’Europa…in quale parte del mondo potrei trovare un abisso così visibile, così generoso, una tristezza così liberale e un tale sperpero del nulla” (p. 31). L’accorto prefatore conclude ricordando la prossimità teorica ed esistenziale di Cioran a de Maistre, al quale lo scrittore transilvano ha dedicato un esemplare esercizio di ammirazione: entrambi lasciarono questo mondo nella consapevolezza che l’Europa era, come loro, sulla via del definitivo tramonto. Al contrario, a noi piace qui ricordare come un altroimperdonabile del Novecento, il filosofo veneto Andrea Emo, che intrattenne con il Nulla un rapportoamicale, simile a quello di Cioran, sostenne l’Europa essere un laboratorio ideale, eternamente in fieri. Tale idea è inscritta nell’etimologia della parola Occidente, terra dell’occaso, del tramonto. Come si sa, ad ogni tramonto segue l’alba, un Nuovo Inizio. L’uomo europeo, per questo, è totalmente aperto e disponibile alla metamorfosi, incapace di uno stare definitivo.

Giovanni Sessa

Cioran, antiprofeta

Fabio Rodda, Cioran, l'antiprofeta. Fisionomia di un fallimento

Dopo aver letto tutti i libri di Cioran (quasi tutti per la verità, mi manca ancora Le livre des leurres), ho incominciato a leggere, ormai anni fa, numerosi libri su Cioran (nonché di storia e letteratura rumena, utilissimi per comprendere questo autore).

Uno dei primi libri letti sul Nostro è stata la versione editoriale, pubblicata da Mimesis, della tesi di laurea di Fabio Rodda che continuo a considerare tuttora una splendida introduzione alla vita e al pensiero di Emil Cioran.

Qui presento una piccola recensione, giusto come invito alla lettura del libro, comparsa originariamente sul sito del Centro Studi La Runa e recentemente ripresa dal blog brasiliano emcioran.br, di cui parlerò prossimamente.

http://www.centrostudilaruna.it/cioranlantiprofeta.html

http://emcioranbr.wordpress.com/2014/05/31/lantiprofeta-fisionomia-rodda/

http://www.fabiorodda.com/

Rodda è un giovane studioso di filosofia laureato all’Università di Bologna, che esordisce brillantemente sulla scena letteraria con questo saggio approfondito e ben documentato.

 La prima parte del libro analizza il periodo rumeno della vita di Cioran. Nel 1933, a soli 22 anni, Cioran pubblica Al culmine della disperazione, opera caratterizzata da notevole maturità e da grande sicurezza di stile, che viene subito apprezzata dal mondo intellettuale. Già in questa prima pubblicazione emergono i temi fondamentali del pensiero di Cioran: il nichilismo, l’angoscia, il male di vivere, lo smarrimento esistenziale. Al culmine della disperazione, inoltre, si pone all’attenzione dei lettori per la scelta di un linguaggio non prettamente filosofico, ma decisamente incline al lirismo. In questo periodo giovanile si colloca anche l’esperienza dell’appoggio alla “Legione dell’Arcangelo Michele”, il movimento politico di Codreanu che, col suo nazionalismo mistico e apocalittico, affascinò le menti più brillanti della Romania dell’epoca. Nel 1936 Cioran scrive il saggio di orientamento nazionalista Trasfigurazione della Romania, e collabora a riviste di estrema destra, scrivendo articoli che poi, per tutta la vita, offriranno ai suoi avversari il pretesto per una scontata accusa di “fascismo” che, naturalmente, danneggerà la sua carriera intellettuale. Rodda, che non nasconde la sua simpatia per le democrazie liberali, rivela comunque la capacità di saper cogliere senza pregiudizi le motivazioni che ispirarono le scelte ideologiche di Cioran e di tanti intellettuali vissuti in quei frangenti storici, e analizza in maniera obiettiva alcune affermazioni di consenso che Cioran espresse sui regimi nazionalisti. Cioran, comunque, non aveva velleità di carriera politica, e già alla fine degli anni ’30 si rivela poco interessato alle vicende che coinvolgevano la Romania negli anni tumultuosi del regime di Antonescu. Il filosofo prosegue il suo percorso intellettuale pubblicando nel 1937 Lacrime e Santi, opera importante in cui vengono indagate la dimensione della fede e la condizione della santità, che Cioran definisce come una “scienza esatta”. Cioran, pensatore antidogmatico per definizione, condanna la sistematizzazione della fede nella teologia, ed è affascinato dalla vertigine dell’esperienza mistica, attraverso la quale l’uomo si avvicina a quella dimensione indeterminabile alla quale istintivamente tende e che può toccare nei momenti di rapimento estatico. In questo libro risalta anche il particolare interesse di Cioran per la musica, vista come mezzo privilegiato per avvicinarsi al trascendente.

Emile Michel Cioran, Al culmine della disperazioneLa seconda parte del libro è dedicata al periodo che si apre col trasferimento di Cioran a Parigi, nel 1937. Il filosofo rumeno decide di scrivere in francese, una lingua che permette alle sue opere una diffusione molto maggiore, e nel 1949 esce il suo capolavoro: Sommario di decomposizione. Questo libro è una sorta di poema in prosa nel quale la condizione umana è vista con spietata lucidità nella sua assoluta mancanza di senso e nella impossibilità di alcun fondamento: l’analisi delle posizioni esistenziali viene spinta a limiti che Leopardi e Schopenauer non avevano osato oltrepassare. Rodda analizza anche i rapporti di Cioran con la cultura dell’epoca, e in particolare con quella della Francia engagée nella quale Sartre era l’intellettuale di riferimento. Naturalmente il pensiero di Cioran, tutto volto all’esplorazione del nichilismo, non poteva essere in sintonia col superficiale ottimismo degli intellettuali progressisti, e mentre Sartre guidava le folle sessantottine nelle piazze di Parigi, Cioran viveva sulla soglia della povertà nella modesta mansarda in cui aveva trovato casa. L’attività intellettuale di Cioran continua con la pubblicazione di altri importanti libri in cui il pensatore continua a ribadire la totale mancanza di senso della vita, arrivando a definire il fallimento come orizzonte ineludibile dell’esperienza umana. Particolarmente interessante è Storia e utopia (1960), in cui vengono presi in esame i due fondamentali atteggiamenti dell’uomo di fronte alla storia: il tempo dell’azione, che è un folle entusiasmo accecato dalla contingenza, e l’utopia, che è illusione fornita dalla storia stessa per uscire da essa. Con straordinaria preveggenza, Cioran delinea in Storia e utopia l’orizzonte demoniaco della globalizzazione, e scrive: «il gregge umano disperso sarà riunito sotto la guardia di un pastore spietato, sorta di mostro planetario dinanzi al quale le nazioni si prostreranno, in uno stato di sgomento vicino all’estasi».

Nel capitolo conclusivo, Rodda rileva come il pensiero di Cioran sia ormai un punto di riferimento essenziale per affrontare un’epoca di grande incertezza che abbisogna di nuove sintesi culturali e ideologiche. Cioran, maestro dell’aporia, che però non ha mai perso il gusto della ricerca e della discussione, elabora un pensiero “incendiario” in grado di mettere in crisi ogni dogma. Rodda riporta alla fine del libro una frase del grande pensatore rumeno che descrive con efficacia il senso di sradicamento che afflige il mondo contemporaneo: «sono un apolide metafisico, un po’ come quegli stoici della fine dell’Impero romano che si sentivano “cittadini del mondo”, il che è come dire che non erano cittadini di nessun luogo».

* * *

Fabio Rodda, Cioran, l’antiprofeta. Fisionomia di un fallimento, Mimesis, Milano, 2006, pp.214, euro 17,00. (IBS) (BOL) (LU)

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